giovedì 21 aprile 2011

L'alleanza medico-paziente “umanizza” la sanità

È l’ennesima notizia di cronaca sanitaria quella che viene riportata sabato 9 aprile 2011 sulle pagine dei giornali. La sentenza della Cassazione numero 13476 è chiara: condannati tre medici, tra i quali l’ex primario pioniere della chirurgia microinvasiva, che nel 2001, presso l’Ospedale San Giovanni di Roma, avevano operato una signora di 44 anni, madre di due bambini, malata di cancro in fase terminale.
Su richiesta della paziente i medici avevano proceduto all’intervento chirurgico pur sapendo della sua inefficacia terapeutica e clinica. In effetti la paziente decedette poco dopo. Una domanda, a cui pochi vorrebbero trovarsi a dover rispondere, ha percorso i diversi gradi giudiziari fino a culminare in una sentenza definitiva: ha senso operare una persona in fase terminale pur sapendo che, dal punto di vista medico, non ce la farà?

La Corte di Cassazione ha risposto a tale questito ribadendo che tale procedura non ha senso alcuno, anzi, il medico che volesse procedere in tale direzione, anche col consenso informato del paziente, contravviene al codice deontologico ponendo in essere forme di accanimento terapeutico.
Le condizioni specifiche della paziente, affetta da neoplasia pancreatica con diffusione (metastasi) generalizzata, erano tali per cui non era assolutamente possibile attendersi, medicalmente ragionando, un beneficio da un intervento chirurgico. Il Codice deontologico in effetti, permette di agire solo laddove vi sia una possibilità ragionevole e nell’interesse del paziente. In questo caso, pur permanendo la libera volontà espressa della paziente, non sussisteva il primo punto, cioè non vi era nessuna ragionevole evidenza dal punto di vista terapeutico. L’autodeterminazione del paziente non può in questo caso, ma ciò vale anche per le cose più banali quali: prescrizioni farmaceutiche, presidi terapeutici, etc., imporsi sulla valutazione oggettiva del medico che, in fin dei conti, è colui a cui, in ultima analisi, anche dal punto di vista penale, è ascrivibile un’imputazione per negligenza o per accanimento terapeutico. Tale autodeterminazione del paziente deve rientrare in un “sano” concetto di “alleanza-terapeutica” che medico e paziente devono reciprocamente instaurare. Il medico dev’essere in grado, attraverso la pratica del rapporto intersoggettivo e personale col paziente, col “suo” paziente, di spiegare le ragioni mediche che sottendono a certe scelte, senza peraltro fornire false speranze dal punto di vista clinico, né contribuire a nutrirle.
Tutto ciò rientra e concorre al bene integrale stesso del paziente come persona umana immersa in quella tensione costitutiva tra insistenza (del vivere) e desistenza (dal morire). Il medico si pone, con la sua missione, nel mezzo di tale tensione. A lui, molte volte, spetta il compito arduo di trovare, suggerire, proporre, far accettare, quel sano equilibrio tra insistenza-desistenza che concorre a creare un clima di realismo esistenziale capace di smorzare tendenze di onnipotenza. In medio stat virtus dicevano gli antichi, ed è l’equilibrio sereno, ma allo stesso tempo tutto permeato della drammaticità dell’avvenimento “morte”, che deve caratterizzare un’alleanza medico-paziente all’insegna della fiducia reciproca. Solo così si potrà contribuire allo sviluppo di un sistema sanitario più efficace, realmente a misura della persona umana.

(fonte: http://catholic.davide.it/editoriali/23-editoriali/187-alleanza-medico-paziente-umanizza-la-sanita-)

 

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