mercoledì 18 maggio 2011

Neuroetica: un’introduzione verso una visione integrale della “persona umana”

Ci troviamo in Spagna nel bel mezzo di una corsa di tori, la famosa “corrida”. Il “matador”, coraggioso ed impavido, sta ricevendo gli applausi calorosi del pubblico. Si freme l’ingresso dell’animale. In un istante la famosa bestia entra nello stadio, è un animale gigantesco che alla sola vista lascerebbe chiunque bagnato fradicio dalla paura. Inizia lo spettacolo, ma nell’aria c’è qualcosa di strano. Il “bruto”, alla vista del mantello rosso che sventola come una saetta, all’inizio tentenna, poi si gira e se ne torna al cancello da dove era entrato con tanta gloria. Un breve silenzio invade lo stadio, le successive risate della gente si convertono, in breve, in grida di protesta. Cos’è successo al toro? Ha perso la testa?

E proprio della testa, meglio, di cervello si tratta.


Como si può spiegare il cambiamento così improvviso nel comportamento di questo animale? La risposta la fornisce lo scienziato spagnolo José Delgado che per i suoi esperimenti scientifici ottenne le prime pagine del New York Times. Era il 17 maggio 1965. Delgado aveva impiantato all’interno del cervello del toro un elettrodo. Lo stimolo prodotto e controllato dallo stesso ricercatore fu in grado di arrestare la corsa del terribile animale provocata dallo sventolio di un mantello rosso. In studi successivi, oltre a fermarsi, il toro si voltava e se ne andava indifferente come se non avesse percepito nulla fuori dell’ordinario[i].

I risultati di Delgado, insieme alle sperimentazioni con LSD (dietilammide dell’acido lisergico) su elefanti portate a compimento negli anni ’60 dallo psichiatra statunitense Louis West, sancirono i primi approcci seri e competenti di valutazione etica delle moderne scoperte in ambito neuroscientifico[ii].

A questi risultati si può far risalire implicitamente la nascita della moderna neuroetica.

Una prima definizione di tale disciplina già era contenuta nelle finalità stesse che animarono i numerosi studi sperimentali promossi negli anni ’70 dal Hastings Center e che potevano così riassumersi: esaminare i problemi etici relativi agli interventi chirurgici e farmacologici operati sul cervello umano.

Anche se, come sostiene la neuroeticista Judy Illes, il termine neuroetica appaia già a livello di letteratura scientifica sin dal 1989-90, la prima definizione “canonica” viene considerata quella del maggio del 2002. In questa data a San Francisco (USA) si tenne il primo congresso mondiale di esperti intitolato: “Neuroethics: mapping the field”. In tale contesto, William Safire, politologo del New York Times, suggerì la seguente definizione contemporanea di neuroetica definendola quella parte della bioetica che si interessa di stabilire ciò che è lecito, cioè, ciò che si può fare, rispetto alla terapia e al miglioramento delle funzioni cerebrali, così come si interessa di valutare le diverse forme di interventi e manipolazioni, spesso preoccupanti, compiuti sul cervello umano[iii].

L’applicazione sempre più rapida ed immediata all’uomo delle scoperte neuroscientifiche, frutto certo dell’abbondante ricerca che mira a decifrare i misteri del cervello e della mente umana, ha fatto sorgere nell’opinione pubblica sentimenti spesso antitetici. Proprio dal loro carattere intrinsecamente “umano”, da questi sviluppi scientifici sorge la corrispondente riflessione etica, nasce cioè nella pratica, la neuroetica.

In quasi tutti i contesti socio-culturali, il suffisso “neuro” sta trovando largo impiego e successo per le finalità più svariate, dal vendere al convincere. Mentre si sta per mangiare un semplice cioccolatino ci si può imbattere in un bigliettino che pretende illustrare il senso profondo e “scientifico” dell’amore umano che altro non sarebbe che l’associazione di neurotrasmettitori cerebrali: dopamina, ossitocina, etc.

Le immagini di risonanza magnetica fanno già parte della nostra cultura d’ogni giorno: termini come PET (tomografia ad emissione di positroni) o risonanza magnetica funzionale (fRMN) sono parte integrante della nostra memoria, li abbiamo uditi ed ascoltati ripetutamente per radio, in televisione, li abbiamo letti su Internet nelle circostanze più disparate.

Una prima domanda che può plausibilmente sorgere riguarda proprio il successo di tali immagini. Disegni del cervello umano, radiografie, risultati di  risonanze  magnetiche  che  evidenziano con pallini e macchie rosse e gialle si riscontrano oggi associate comunemente a qualsivoglia tematica dibattuta: dall’ambito medico a quello psicologico, dal contesto economico al politico, dal filosofico fino persino al teologico, in una vera e propria “neuromania”. Si potrebbe “googlear” (nuovo termine utilizzato dagli affezionati di Google) tutti i termini composti con il suffisso “neuro” e sbizzarrire la nostra immaginazione combinando i nomi più strani e con molta probabilità li incontreremo. Neuroeconomia, neuropolitica, neurofilosofia, neuroteologia,... sono esempi concreti di questa miniera d’oro e di fortuna. Tutto della dimensione “umana” sembra poter essere spiegato dalla minor omaggior attivazione del nostro organo cerebrale.

Una seconda domanda che sorge si rapporta al contenuto stesso, cioè all’informazione veicolata attraverso le neuroimmagini. Che cosa ci rivelano? Tali risultati sono certamente utili nello studio delle funzioni cerebrali e indicano la maggior o minor attivazione di zone del cervello comparate ad un controllo standard.

Scopo di queste tecniche molto avanzate è di comprendere meglio il funzionamento del nostro cervello. Sia nell’ambito medico, nel caso per esempio della diagnosi di patologie a livello cerebrale come tumori e neoplasie, sia nel contesto di studi che cercano di comprendere più a fondo le basi neurofisiologiche di attività umane come possono essere la memoria, il linguaggio, la vista, la personalità, etc. È d’altronde sempre necessario tenere in considerazione l’interpretazione delle immagini. Infatti, l’interpretazione dei risultati, in questo come in altri contesti caratterizzati dal comune impiego del metodo scientifico moderno, si fonda e si basa sulle ipotesi di lavoro e sulle teorie assunte da ciascun laboratorio, si potrebbe benissimo affermare, da qualsiasi scienziato. Perciò ci troviamo dinnanzi ad una gran varietà potenziale di interpretazioni di uno stesso risultato empirico.

Il fascino di queste scoperte scientifiche e la loro quasi immediata applicazione, non può sovrapporsi e sostituirsi alla necessaria prudenza con la quale bisogna leggere ed interpretare i risultati.

L’opinione pubblica resta abbagliata dalla molteplicità di prospettive e di applicazioni concrete e tangibili di queste tecnologie. Per esempio, le così dette impronte digitali cerebrali o brain fingerprinting, che registrano le onde cerebrali superficiali della corteccia e discriminano tra risposte soggettive vere da quelle false, hanno già pressoché rimpiazzato gli strumenti psicosomatici impiegati nei tribunali, per lo meno negli Stati Uniti. Sono oggi anche realtà gli elettrodi cerebrali che si stanno sperimentando in fase clinica sull’essere umano nel trattamento della patologia di Parkinson o nella sindrome depressiva. Si lavora alla costruzione    di    microchips    che   possano   sostituire   aree   cerebrali danneggiate, specialmente quelle associate alla memoria nel caso di malati di Alzheimer, ictus cerebrale ed epilessia.

Questi benefici inestimabili per ciò che concerne la qualità della vita si scontrano con le numerose domande etiche che sorgono dall’uso di tali scoperte, specie se le finalità sono meno nobili. Si consideri per esempio il possibile “controllo mentale” che potrebbe trovare impiego su scala sociale, oppure al reale e già effettivo impiego di strategie neuroscientifiche che mirano a comprendere e modulare le decisioni di acquisto, il così detto neuromarketing

Nel bel mezzo di una cultura postmoderna frammentata e superficiale come la nostra, c’è bisogno di una buona dose di prudenza, intesa e capita come la corretta ragione (recta ratio) che si deve impiegare nell’agire e nel formulare conclusioni, specialmente se si tratta di aspetti esistenziali fondanti della persona umana. In poche parole, non è indifferente credere che sia il nostro cervello, e non noi stessi, colui che agisce, che ragiona, che formula giudizi. Tali credenze estrapolate senza alcun fondamento da un contesto scientifico moderno, pur rimanendo tali, hanno ripercussioni molto profonde e serie sul nostro agire, sulla nostra forma di relazionarci con gli altri e con noi stessi.

Al centro della neuroscienza, come d’altronde di tutte le altre attività umane, non vi è il cervello, ma l’uomo. È la persona umana, e non il suo cervello come vorrebbero alcuni riduzionisti, colei che pensa, che progetta, che sogna, che agisce, che ama e piange. È la persona stessa nella sua totalità colei che può giungere persino a compiere ricerche scientifiche sul cervello, a scoprirne il funzionamento, a chiarirne, poco a poco, i misteri.

Riassumeva così tale visione antropologica Giovanni Paolo II nel suo discorso ai membri dell’Accademia delle Scienze il 10 novembre del 2003:

«la neuroscienza e la neurofisiologia, attraverso lo studio dei processi chimici e biologici del cervello, contribuiscono molto alla comprensione del suo funzionamento. Tuttavia, lo studio della mente umana comprende molto più che i semplici dati osservabili, propri delle scienze neurologiche. La conoscenza della persona umana non deriva solo dal livello dell'osservazione e dell'analisi scientifica, ma anche dall'interconnessione tra lo studio empirico e la comprensione riflessiva. Gli scienziati stessi percepiscono, nello studio della mente umana, il mistero di una dimensione spirituale che trascende la fisiologia cerebrale e sembra guidare tutte le nostre attività come esseri liberi e autonomi, capaci di responsabilità e di amore, e caratterizzati dalla dignità».

Nel contesto della riflessione etica contemporanea sui risultati e sulle applicazioni delle neuroscienze, cioè nel contesto della neuroetica, c’è la necessità di distinguere tra mente e cervello, tra la persona umana che agisce liberamente e i fattori neurobiologici che sostengono il suo intelletto e la sua volontà nel suo stesso atto d’azione.

Se non si distinguono le diverse realtà della persona umana, riconoscendo allo stesso tempo la sua complessità, tutto diverrà omogeneo, orizzontale, semplice, controllabile e manipolabile. L’”anima” si equiparerà all’”io” e l’”io” al cervello. Allora sarà lo spirito tecnicista a prevalere e a ridurre l’uomo a una materialità che nemmeno corrisponde a quella dell’animale vivente. Allora la mentalità diffusa oggigiorno continuerà a «considerare i problemi e i moti legati alla vita interiore soltanto da un punto di vista psicologico, fino al riduzionismo neurologico»[iv].

La persona umana è il punto centrale nel dibattito multidisciplinare della neuroetica, l’uomo nella sua unità e totalità, con tutte le sue dimensioni, con tutti i suoi costitutivi: materiale, psichico e spirituale.

Per questo motivo James Giordano di Oxford nel 2005 ha proposto il termine neurobioetica volendo stimolare la ricerca sugli sviluppi delle neuroscienze collegati alla visione filosofico-antropologica centrata sulla persona umana.

In un clima di interdisciplinarietà, la neurobioetica cerca di raccogliere, selezionare, valutare e interpretare i dati neuroscientifici a disposizione sottolineando allo stesso tempo le problematiche etiche salienti attraverso una metodologia multidisciplinare e facendo risaltare il ruolo centrale che a persona umana occupa nella sua individualità, valore e dignità intrinseca, in qualunque ambito della ricerca neuroscientifica (www.neurobioetica.it; www.neurobioethics.org).

La neurobioetica cerca di individuare i punti di contatto e convergenza con le altre discipline umane in modo tale da poter contribuire a quella necessaria apertura della razionalità stessa in grado di aiutare a rispondere in modo integrale alle domande etiche sempre più urgenti che si stanno accumulando giorno dopo giorno.






[i] Cf. J. A. Osmundsen, «”Matador” with a Radio Stops Wired Bull Modified Behaviour in Animals the Subject of Brain Study», The New York Times, 17 maggio 1965.
[ii] Cf. L. West – C. M. Pierce – W. D. Thomas, Science (1962), 1100-1103.
[iii] Cf. W. Safire, «Visions for a new field of “neuroethics” », Neuroethics. Mapping the Field. Conference Proceedings, Dana Press, New York, maggio 2002.
[iv] Benedictus XVI, Litt. enc. Caritas in Veritate, 76: AAS 8 (2009), 706.


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