domenica 8 maggio 2011

La vita umana ha sempre senso di essere vissuta: la parola alle neuroscienze

Mercoledì 4 maggio 2011, presso l’aula Nievo del Bò patavino (per chi non fosse familiare con il termine, mi riferisco alla sede storica dell’Università di Padova), si apriva la terza edizione del Convegno sulla Neuroetica. Relatori competenti hanno affrontato, nell’arco di tre giornate, argomenti spesso spinosi e di frontiera della ricerca neuroscientifica.
Tra questi, riemerge con la sua solita forza, la tematica del “fine vita”. Suggestiva vignetta, quella che Gilberto Corbellini esibiva alla fine della sua presentazione intitolata: Correlati neurali della religiosità e della credenza religiosa. Una bambina piccina affermava provocatoriamente dinnanzi al Sommo Pontefice: “io sono mia”, mentre il Vescovo di Roma le ribatteva: “aspetta di essere in coma irreversibile... e ne riparliamo”.


A una settimana dalla beatificazione del Grande Giovanni Paolo II, voce morale dell’intero orbe, difensore strenuo della vita, di qualsiasi vita umana in qualsiasi stadio essa si trovi, tali sarcasmi trovano veramente l’amarezza della compassione. Che mal gusto! Ma sopratutto, che ignoranza sottende una vignetta così semplice e così sofisticamente ben escogitata da coloro che si ostinano incalliti a sostenere l’idealogia dell’assolutismo della libertà umana alla Jean-Paul Sartre.
Analizziamo brevemente la vignetta. In primis, la bambina manifesta lo slogan libertino che trova molteplici formulazioni, una tra le tante: “il corpo è mio e faccio ciò che voglio io”. Ma è così la nostra realtà umana? Io, almeno, non ho questa esperienza. Non mi sento una monade chiusa in me stessa, svincolata da tutto e da tutti, in possesso di una libertà che non ha limiti. Vicersa, chissà sfortunatamente, la realtà di noi umani è quella dell’estrema dipendenza, dell’estrema relazionalità. L’essere umano nelle sue diverse tappe di sviluppo è dinamico, sempre mutevole pur permanendo nella sua identità personale. L’uomo non è mai irreversibile nel suo essere e nel suo divenire, fin che è tale.
L’embrione che siamo stati tutti noi è dipendente dalla madre che lo porta in grembo; il bambino pure; l’adulto cosa sarebbe senza il suo mondo sociale in cui si muove, evolve, diviene costantemente; l’anziano, che un pò torna bambino, è colui che, in fondo, si trova nella fase più reversibile.

Se allora, l’esperienza comune, quella che ancora troppi affermano presuntuosamente essere “ingenua”, ci sottolinea la nostra costante reversibilità vitale, tale dato viene oggi corroborato dalle più avanzate tecnologie neuroscientifiche e radiologiche su soggetti diagnosticati in stato vegetativo e ora scoperti essere coscienti (sindrome lock-in). Alla luce delle evidenze sperimentali è ancora sostenibile il concetto di “coma irreversibile”?
Il concetto di irreversibilità ci fa paura e abbiamo pienamente ragione.
Il medico che opera sul campo si rende conto che la scienza medica lungi dall’essere dogmatica e categorica. L’essere umano sempre sorprende, sempre si dimostra in quell’unicum e in quell’oltre che lo distingue dal resto degli animali.
La vita umana ci è data, non ce la siamo dati. Siamo esseri gettati-nel-mondo, situati, dinamici, sempre reversibili, per lo meno nella potenzialità.
Allora la nostra vita, in qualsiasi fase possa trovarsi nel suo trascorrere dinamico, ha sempre valore e dignità. Il grande Albert Einstein così lo diceva: “l’uomo che considera la propria vita e quella dei suoi simili senza senso non è soltanto sfortunato, ma è quasi squalificato per vivere”.
Nel prologo del suo Abbi il coraggio di conoscere, la grande neuroscienziata e premio Nobel Rita Levi Montalcini sulla scia del motto kantiano sapere aude, esorta affinchè il legame tra scienza e valori etici si consolidi in favore della difesa della vita dell’individuo come del resto scritto nel giuramento di Ippocrate. La comprensione onesta delle evidenze sperimentali degli studi pionieristici ottenuti da centri di ricerca quali, ad esempio, il Coma Science Group di Liegi, ci aiutano a realizzare che nessun essere umano potrà mai essere “squalificato per vivere”. Tale atto di squalifica, che significa la morte, non rientra né nella sfera dei compiti delle neuroscienze, né dalla medicina che ancora voglia considerarsi tale. Il medico lotta per la vita, tutto il senso della sua professione tende a questo.
La Dicharazione dei Diritti Umani all’articolo 1 afferma che “tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali in dignità e diritti... debbono agire gli uni verso gli altri nello spirito di fratellanza”.
È allora così naturale un concetto di fratellanza che includa lo “squalificare” dalla vita il proprio simile?

2 commenti:

  1. Sullo stato vegetativo, dai un'occhiata agli studi fMRI di Adrian Owen et al. e di S.Laureys, et al. dal 2005 ad oggi.

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  2. Grazie Stefano per i preziosi riferimenti bibliografici, non conoscevo Owen, adesso sto leggendomi i suoi ultimissimi due lavori: Consciousness revealed: new insights into the vegetative and minimally conscious states (Curr Opin Neurol. 2010 Dec;23(6):656-60) e Diffusion weighted imaging distinguishes the vegetative state from the minimally conscious state (Neuroimage. 2011 Jan 1;54(1):103-12). Laureys lo conosco tramite l'amico Andrea Soddu.

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