giovedì 26 maggio 2011

Più esperienza religiosa con “Apple”?

"Apple" e la religione. Ormai le tecniche di risonanza magnetica non sono più un tabú, né dominio dei soli esperti. Basti pensare al recente documentario della BBC curato lo scorso 17 maggio 2011 dai giornalisti Alex Riley e Adam Boome e titolato: Secrets Of The Superbrands Tra le diverse vicende prese in considerazione emerge, una “neuro” business story.

(http://www.bbc.co.uk/programmes/b011fjbp). 

Partendo dalle immagini di euforia ed entusiamo collettivo a cui tutti abbiamo partecipato quando i negozi del Covent Garden di Londra sono stati letteralmente presi d’assalto per l’uscita del nuovo “Apple”, i giornalisti comparano tale fenomeno culturale ai raduni di preghiera delle comunità cristiane evangeliche. Si compara la religiosità alle nuove forme di “devozione” verso le tecnologie che dominano la cultura odierna. Qual’è, se c’è, la somiglianza tra la religione e “Apple”?

Una squadra di neuroscienziati avrebbe identificato, attraverso tecniche di risonanza magnetica (MRI scanners), una correlazione tra la risposta delirante dei fanatici di “Apple” e le reazioni a livello cerebrale che insorgono nelle persone religiose durante momenti di preghiera.

L’idea di fondo che passa con una tale presentazione mediatica è sostanzialmente così riassunta: la religione ha la stessa base fisiologica a livello cerebrale dell’esaltazione collettiva verso le nuove forme di tecnologia. Insomma, tra religione e hi-tech ci sarebbe soltanto una lieve differenza: la religione alleggerisce meno il portafoglio.

Secondo gli scienziati che si proponevano di individuare le aree cerebrali maggiormente implicate in gruppi di soggetti a cui venivano presentate diverse  marche pubblicitarie. Il risultato pubblicizzato è il seguente: alla vista della marca “Apple” si attiverebbero arree cerebrali simili e sovrapponibili a quelle che sottendono all’esperienza e ai sentimenti religiosi.

Per la BBC è chiaro: “Apple” stimolerebbe il nostro cervello compatibilmente a come avverrebbe durante un’esperienza religiosa.

Ecco un esempio in cui il neuromarketing sfocia nella neurotheology.

Certamente bisognerebbe attendere i risultati scientifici regolarmente pubblicati su una rivista peer-reviewed, inoltre bisogna tener presente alcuni distinzioni fondamentali per non lasciare che lo spettatore o il lettore della notizia concluda di conseguenza affermazioni false e fuorvianti. In primo luogo la distinzione tra religione ed esperienza religiosa, tra fede e religione. In secondo luogo bisogna considerare il problema della causalità dei fenomeni: è chiaro e logico che durante un’esperienza religiosa si attivino determinate aree cerebrali che potrebbero parzialmente coincidere con le aree emotive che si associano anche a fenomeni umani di euforia anche estrema, ma ciò certo non significa che tali aree determinino o siano la causa dell’esperienza religiosa in sé. Infine, non bisognerebbe, come purtroppo spesso si fa, fare di tutta un’erba un fascio associando tutte le religioni o le esperienze religiose a fenomeni collettivi di euforia sulla scia di un certo freudismo psicologicista e materialista che vorrebbe dimostrare che la religione non è altro che un fenomeno di nevrosi collettiva.

Questo le moderne neuroscienze non lo hanno mai dimostrato!  

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