lunedì 6 giugno 2011

NEURO-MANIA: cosa leggere quest’estate

L’estate si avvicina e oltre a pensare a dove trascorrere le meritate vacanze, è utile anche scegliere i libri utili per riposare e, allo stesso tempo, tenersi aggiornati.

Se ancora non lo conoscete vi consiglio un neuro-libro intitolato: Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo (Il Mulino, Bologna 2009). Piccolo e tascabile nel formato, questo libretto dello psicologo cognitivo Paolo Legrenzi e dello neuropsicologo Carlo Umiltà, offre un’apparente critica al forte riduzionismo, portato avanti a livello mediatico sia da specialisti del settore scientifico, che da giornalisti in cerca di sensazionali notizie.

I due autori si propongono di evidenziare l’irriducibilità dell’evento “mente” rispetto agli stati fisico-biologici cerebrali. In apparente antitesi, nel dibattito contemporaneo sul rapporto anima-corpo o mente-cervello, emerge, sotto la pressione imperante delle neuroscienze, la visione psicologista.

Il determinismo biologico sotteso alle numerose interpretazioni neuroscientifiche tende a considerare quella porzione del corpo umano che è il cervello, il solo ed esclusivo sistema di riferimento. Di conseguenza, i processi mentali vengono declassati, relegati, se non addirittura negati nel loro statuto ontologico, si dichiara persino la morte della psicologia.

I due studiosi italiani descrivono il periodo contemporaneo quale passaggio di transizione tra un pensiero di matrice socio-culturale, tipicamente ascrivibile alle correnti di pensiero degli anni Sessanta e Settanta, ad uno spietato e rigido determinismo di carattere neuro-biologico, mettendo in luce ciò che spesso accade in tutte le epoche storiche: ad una posizione “forte” od estrema si tende a reagire con la tendenza opposta in una sorta d’alternanza, come avviene per il moto di un pendolo.

Dopo aver pressoché spaziato la storia della relazione mente-cervello dal 1861 col neurologo francese Paul Broca, passando per la teoria frenologica di Franz Joseph Gall e la sua recente riformulazione attraverso le teorie delle funzioni modulari cerebrali, descrivendo l’antitetico approccio olistico novecentesco che rifiutava la visione di un cervello modulare, i due studiosi italiani presentano le numerose evoluzioni delle tecnologie di indagine del sistema nervoso centrale che portarono a definire il decennio 1990-2000, il “decennio del cervello” sottolineando il grave errore divulgativo che spesso accompagna la presentazione dei dati di neuroimmaging e cioè quello di dare l’impressione che sia una sola area cerebrale quella deputata ad una particolare funzione, o, addirittura, che tale porzione encefalica sia la causa di uno specifico effetto psicologico.

Alla descrizione delle moderne tecniche di indagine funzionali, la PET (tomografia ad emissione di positroni) e la fMRI (risonanza magnetica funzionale) e strutturali, la TAC (tomografia assiale computerizzata) e la RM (risonanza magnetica), viene rilevato come: «l’idea di poter “vedere” direttamente il cervello al lavoro, che tanto entusiasma i non esperiti, è fuorviante: ciò che si vede è il risultato di un artificio grafico». Inoltre, critiche per le interpretazioni dei risultati si profilano le scelte sul tipo di controllo utilizzato: variando la tipologia di controllo, le interpretazioni mutano, spesso anche in modo considerevole.

Ma è illusorio, è la solita «classica utopia» quella che si sforza di ridurre la mente al funzionamento del cervello. Ecco la conclusione dei due italiani.

È proprio così illusorio?

Concludo con una provocazione a cui cercherò di rispondere nei prossimi giorni: sono davvero così anti-riduzionisti questi due studiosi? Buona lettura.

Nessun commento:

Posta un commento