venerdì 17 giugno 2011

NEURO-MANIA (II)

Nel mio precedente post: NEURO-MANIA: cosa leggere quest’estate, avevo concluso con una domanda e la promessa di una eventuale soluzione. Allora ci proviamo.

Riassumo il problema: la visione psicologista è davvero così anti-riduzionista come proposto dai suoi fautori?

Per rispondere lascierei spazio agli stessi autori del libro: Neuro-mania (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 125, euro 9).

Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà (uno psicologo cognitivo e un neuropsichiatra), passano al vaglio critico la diffusa letteratura divulgativa in materia neuroscientifica e che pretende spiegare il funzionamento della mente umana. Si critica l’abuso del termine “neuro”, un’aggiunta profiqua, specie se si vogliono far approvare ricerche mirate, aumentandone la credibilità dell'informazione, sopratutto presso il lettore inesperto.

Per i due autori, siamo passati da un eccesso ad un altro: se negli anni ‘70 ogni comportamento umano veniva spiegato con motivazioni socio-economiche, oggi, la stessa cosa avviene attraverso spiegazioni e modelli di carattere biologico e biochimico.

La chiave riduttiva è la stessa, ed è dovuta al fatto che le spiegazioni monocausali sono le più efficaci e le più credibili.

Tutto però nasce da un reale progresso della ricerca perché oggi, effettivamente, cominciamo a conoscere da vicino le connessioni tra la mente e il corpo, sostengono gli autori. Gli scienziati hanno scoperto che determinate aree presiedono alle funzioni specifiche di un dato compito. Questi risultati sono spesso interpretati in modo univoco dai mezzi di divulgazione che spesso associano dati significativi, frutto di ricerche scientifiche serie, estrapolandoli dal loro contesto e rendendoli degli “assoluti”.

Sono tantissimi coloro che sono convinti che le immagini di risonanza magnetica funzionale ci permettano vedere direttamente il cervello all’opera. Non è così.

Ciò che si vede è il risultato di un artificio grafico che trasforma probabilità casuali in colori sovrapposti a una riproduzione schematica del cervello. Ci sono sempre altre funzioni, altri sistemi più complessi e ancora in parte sconosciuti che operano. Ma questo non fa notizia.

Si diffondono così sia la certezza che ormai sappiamo tutto sul funzionamento del cervello sia l'idea che gli stati d'animo e le sensazioni mentali siano effetto di processi biochimici.

Ecco allora che l’ideale neuro-materialistico e riduzionista che vorrebbe un unico linguaggio, quello della fisica-chimica e della biologia, quale grimaldello per svelare i meccanismi di tutti i fenomeni conosciuti dell’universo, dal moto dei corpi celesti alle particelle elementari, dal naturale al sociale, risulta povero di senso e di significato, incapace di rispondere alla complessità e alla pluralità di dimensioni dell’umano. In poche parole: il cervello non spiega chi siamo.  

La prospettiva avanzata dalla psicologia contemporanea certamente non nega i successi delle neuroscienze, ma afferma l’irriducibilità degli stati psicologici a quelli cerebrali. A detta degli psicologi, anche se la mente non è una realtà che possa trascendere l’ambito immanente dell’evoluzione naturale, essa comunque deve restare indipendente dalle strutture materiali cerebrali che ne costituiscono pur sempre il supporto imprescindibile.

Soltanto attraverso questa visione, sostengono i due scienziati, contro l’illusione riduzionistica che vorrebbe infrangere il mistero della mente, «l’uomo, che non è semplice corpo, nuda vita, non si smarrirà nei dedali che la tecnica gli ha aperto davanti».

La visione psicologista dovrebbe forse chiarire come, se davvero l’uomo non trascende l’ambito immanente della sua struttura biologica, l'essere umano possa rimanere protagonista della tecnologia ed evitare di cadere nell'esserne oggetto di manipolazione.

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