giovedì 3 novembre 2011

SEMINARIO: Rapporto mente-cervello nell’unità della persona umana - II

INTRODUZIONE
1.      L’attualità di un tema antico quanto l’uomo

Il problema del rapporto tra anima e corpo, o come lo ridefinisce Max Scheler aggiungendo alla dimensione corporale quella vitale e convertendolo nel «rapporto fra l’anima e il corpo-vivente», costituisce una questione filosofica profonda che per tanti secoli, dagli albori della filosofia Occidentale fin ai suoi sviluppi contemporanei, non ha mai dato tregua[1] a quel ricercatore della verità che è l’uomo stesso. Siamo dinnanzi ad «un luogo speciale della filosofia», centrale, inevitabile, reale a colui che non voglia desistere dallo sforzo di fare filosofia seria[2].
Tale rapporto emerge preponderante nelle diatribe intellettuali dell’antica Grecia. È lo stesso Eraclito ad affermare il carattere misterioso di quel principio denominato da Anassagora νος (principio di ordine cosmico) e successivamente da Platone ψυχή (principio di moto sempiterno) avvertendo, forse per primo nella storia del pensiero filosofico Occidentale, il problema dell’io[3]: «investigai me stesso».
Sintetizzatore emblematico del rapporto tra anima e corpo è Platone che nel Fedone dipinge magistralmente la profondità di un dilemma che appassiona ed avvince l’uomo di ogni tempo. Il breve passaggio in cui Socrate spiega a Cebete la sua delusione dalla lettura dell’interpretazione materialistica causale dei filosofi ionici è, al contempo, l’anticipazione della sua “seconda navigazione”, ma caratterizza in nuce il millenario dibattito tra interpretazioni riduzionistico-materialistiche e visioni trascendenti sulla questione del rapporto anima-corpo.
Oltre a criticare l’interpretazione riduzionistico-materialistica, così presente nel dibattito antropologico ed etico odierno, Platone preconizza, nel contesto del rapporto anima-cervello, la distinzione tra causa strumentale o “mezzo”, necessario ma non sufficiente, dalla causa formale o “vera causa”. La profondità di tale visione trapassa i secoli e riacquista la forza del suo esser vera.    
Oggigiorno, la questione del rapporto anima-corpo appare pressoché soppiantata e sostituita dal problema mente-cervello che nella sua accezione originale in lingua inglese viene denominato: body-mind problem. Tale cambiamento di prospettiva così fortemente palpabile attraverso i mezzi di comunicazione sociale, non è che il riflesso scontato dell’antecedente cambio paradigmatico operato a partire dalla modernità in ambito filosofico tramite un vero e proprio processo di naturalizzazione[4].
Il ruolo caratterizzante dell’anima quale portatrice delle peculiari e distintive capacità dell’essere umano, quali la riflessione su di sé e sul mondo esterno, l’intelligenza e la coscienza, vengono oggi attribuite al nostro complesso e misterioso organo corporale, il cervello. Un «lungo processo di naturalizzazione dello spirito»[5] ha accompagnato il pensiero moderno e appare oggi rafforzato dalle numerose e sempre più diffuse evidenze sperimentali in ambito neuroscientifico.
Dal XX° secolo con il termine “neuroscienze” si intende l’insieme eterogeneo di discipline che con metodiche ed approcci diversificati studiano il sistema nervoso nei suoi differenti aspetti: morfologici, fisiologici, embriologici, genetici, biochimici, patologici, psicologici e perfino filosofici[6].



[1] Cf. M. Scheler, La posizione dell’uomo nel cosmo, Franco Angeli, Milano 20077, 149.
[2] Cf. F. Bacchini, La mente esiste, Meltemi, Roma 2000, 9.12.
[3] Cf. C. Fabro, L’anima. Introduzione al problema dell’uomo, Editrice del Verbo Incarnato (EDIVI), Roma 2005, 12.
[4] Cf. S. Semplici, «Il vissuto della mente e la sfida della neuroetica», Idee Annuario di filosofia 70 (2009), 154.
[5] Cf. G. F. Frigo, «Cervello come coscienza? La “rivoluzione” neurobiologica della soggettività?», Idee Annuario di filosofia 70 (2009), 119.
[6] Cf. G. Cimino, «Neuroscienze», in Enciclopedia Filosofica, Bompiani, Milano 2006, 7851.

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