venerdì 9 dicembre 2011

SEMINARIO: Rapporto mente-cervello nell’unità della persona umana - III

2.     L’attuale problematicità di un tema che è l’uomo stesso

Nel corso dell’ultima decade si è assistito ad un sempre maggiore interesse nei confronti dei progressi delle neuroscienze cognitive, un’intereresse non nuovo, ma sicuramente rinnovato, anche grazie alla possibilità, offerta dalle moderne e sempre più raffinate tecniche di neuro-immagine, o più comunemente neuroimmaging, di visualizzare i processi cerebrali attivi durante le funzioni più complesse dell’essere umano, dall’esperienza delle emozioni all’apprendimento[1]. Tuttora tali sviluppi richiedono notevoli approfondimenti interdisciplinari.

Un argomento classico rimasto nell’ambito prevalentemente ed esclusivamente filosofico per secoli, come il suddetto problema del rapporto anima-corpo, oggi acquista prospettive nuove alla luce dei progressi delle conoscenze sul cervello. Tale “rivoluzione copernicana” appare supportata dai numerosi riferimenti alla letteratura neuroscientifica che emergono con sempre più frequenza ed abbondanza nelle pubblicazioni filosofiche contemporanee[2].
Ora che le indagini neurobiologiche stanno ridisegnando i confini ed il senso di ciò che è propriamente “umano”[3], resta da chiedersi qual è la visione dell’uomo che emerge nell’epoca contemporanea e se tale visione sia giustificata razionalmente dalle evidenze sperimentali di scienze biologiche e psicologiche sempre più aggressive, oppure se molto di ciò che si propone non sia soltanto un’interpretazione, cioè se non ricada in quell’ambito che gli antichi greci chiamavano δόξα, cioè pura opinione personale.
Affermazioni gratuite e pubblicistiche quali: “l’anima è nel cervello” , “noi siamo il nostro cervello”, emergono da una vasta opera di testi e saggi sempre più spesso intrisi di un aperto e dichiarato riduzionismo naturalistico e materialistico che suona quale lemma dogmatico: l’anima è morta, al suo posto oggi c’è il cervello.  Nel recente libro di David J. Linden, La mente accidentale, recensito dalla rivista scientifica Nature nel 2007 e riproposto nel numero del 16 ottobre 2008, si sottotitolava come l’evoluzione del cervello ci avesse fornito l’amore, la memoria, i sogno e persino Dio; e ancora, un’altro saggio di Sandra e Matthew Blakeslee titolava clamorosamente: Il corpo ha una mente al suo interno: come il corpo mappato nel tuo cervello ti aiuta a fare (almeno) tutto in modo migliore.
Forse, allora, ha ragione il filosofo Sandro Nannini quando afferma:

Fra ripensamenti e tortuosi percorsi, l’ipotesi materialistica e naturalistica ha guadagnato enorme terreno negli ultimi due secoli: mai come oggi nella storia dell’umanità è sembrato plausibile che come si può, dopo Darwin, fare a meno di Dio per spiegare la vita, così si può fare a meno dell’anima per spiegare l’intelligenza[4].

Una tale visione antropologica sta oggigiorno ingenerando uno dei dibattiti culturali più premianti, segno di una profonda insoddisfazione del cuore umano che non demorde a chiedersi tra le altre cose: se sia giustificata razionalmente l’esclusione dell’anima quale principio trascendente e costitutivo della realtà “uomo”, distinto, sin dall’epoca socratica, quale parte irriducibile e diversa per essenza dalla dimensione materiale e corporale della persona umana; se sia razionalmente giustificato, se non l’escludere, bensì il ridurre la nozione di “anima”, con tutto il bagaglio di riflessione e approfondimento che vanta da oltre due millenni, alla sola sfera immanente della realtà; se una tale visione naturalistica non elimini e riduca aspetti fondamentali e costitutivi della persona umana quale unicum tra i viventi, essere dotato sì di biologia e corporeità, ma che trascende tale situazione con la sua infinita, almeno potenzialmente, capacità di pensiero, di proiezione di sé, di slancio di conquista, di desiderio, d’amore.
Il problema dell’anima appare allora uno dei più contesi e complicati dilemmi della filosofia[5]. E’ la natura attribuita al rapporto anima-corpo che rivela la concezione che si ha dell’anima stessa[6], ma tale concezione rivela l’essere profondo di una civiltà: non è indifferente per una cultura avere una o un’altra concezione di anima, ma essa influenza profondamente, sia la visione che l’uomo ha di sé, sia il suo agire sociale. Bene lo diceva Cornelio Fabro quando concludeva:

Così la storia del problema dell’anima è alla fine la storia della vita stessa dei singoli popoli e delle diverse culture: con essa la civiltà si eleva, si chiarifica o si abbassa, perché ogni individuo ed ogni popolo non si può muovere nel suo ambiente e partecipare alla vita esteriore che muovendo da una definita concezione dell’essenza dell’uomo che ha nell’anima il proprio atto[7].




[1] Cf. G. Berlucchi, «Neuroscienze e filosofia», Idee Annuario di filosofia 70 (2009), 107.
[2] Cf. G. Berlucchi, «Neuroscienze e filosofia...», 107.
[3] Cf. G. F. Frigo, «Cervello come coscienza?...», 115.
[4] S. Nannini, L'anima e il corpo. Un'introduzione storica alla filosofia della mente, Laterza, Roma-Bari 2002, 207.
[5] Cf. C. Fabro, L’anima..., 107.
[6] Cf. Ibid., viii. 
[7] C. Fabro, L’anima..., 211.

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