domenica 1 gennaio 2012

BUON ANNO NEUROETICA! 2002-2012: 10 anni di Neuroetica

BUON ANNO NEUROETICA! Auguro a tutti gli appassionati di neuroscienze, filosofia e neuroetica un sereno anno nuovo ricco di stimolanti esperienze e neuro-illuminazioni.
Il 2012 che oggi inizia segna un anniversario speciale per la neuroetica che possiamo così riassumere: buon compleanno Neuroetica! A maggio la neuroetica compirà ufficialmente il 10° anniversario della sua “nascita”.

Torniamo brevemente su alcuni momenti salienti della nostra cara neuroetica.

Il termine neuroetica appare già a livello di letteratura scientifica sin dagli anni 1989 in un contesto prettamente bioetico riguardante le decisioni di fine vita: è il neurologo R. E. Cranford che in un articolo scientifico del 1989 utilizza la denominazione “neuroeticista” sancendo l’ingresso dei neurologi all’interno dei comitati etici ospedalieri[1].

 In ambito filosofico, il termine entra in scena per la prima volta in considerazione delle prospettive filosofiche riguardanti il sé e il suo legame-rapporto col cervello: è la filosofa P. S. Churchland ad affrontare le “neuroethical questions” in una sua conferenza a fine novembre del 1990[2].

Nonostante il concetto stesso di neuroetica fosse già ventilato in diversi ambiti del sapere, la paternità del neologismo viene attribuita storicamente alla prima prima definizione “canonica” risalente al maggio 2002. In questa data a San Francisco (USA) si tenne il primo congresso mondiale di esperti intitolato: “Neuroethics: mapping the field”. In tale contesto, William Safire, politologo del New York Times recentemente scomparso, suggerì la seguente definizione contemporanea di neuroetica definendola quella parte della bioetica che si interessa di stabilire ciò che è lecito, cioè, ciò che si può fare, rispetto alla terapia e al miglioramento delle funzioni cerebrali, così come si interessa di valutare le diverse forme di interventi e manipolazioni, spesso preoccupanti, compiuti sul cervello umano[3].

È il 2002 che si considera l’anno fondativo della neuroetica e gli atti delle conferenze di San Francisco segnano la nascita di questa materia e ne sono l’emblema e il punto di riferimento privilegiato.

L’applicazione sempre più rapida ed immediata all’uomo delle scoperte neuroscientifiche, frutto certo dell’abbondante ricerca che mira a decifrare i misteri del cervello e della mente umana, ha fatto sorgere nell’opinione pubblica sentimenti spesso antitetici. Proprio dal loro carattere intrinsecamente “umano”, da questi sviluppi scientifici sorge la corrispondente riflessione etica, nasce cioè nella pratica, la neuroetica.

In quasi tutti i contesti socio-culturali, il suffisso “neuro” sta trovando largo impiego e successo per le finalità più svariate, dal vendere al convincere.

Le immagini di risonanza magnetica fanno già parte della nostra cultura d’ogni giorno: termini come PET (tomografia ad emissione di positroni) o risonanza magnetica funzionale (fRMN) sono parte integrante della nostra memoria, li abbiamo uditi ed ascoltati ripetutamente per radio, in televisione, li abbiamo letti su Internet nelle circostanze più disparate.

Nel bel mezzo di una cultura postmoderna frammentata e superficiale, c’è bisogno di una buona dose di prudenza, intesa e capita come la corretta ragione (recta ratio) che si deve impiegare nell’agire e nel formulare conclusioni, specialmente se si tratta di aspetti esistenziali fondanti della persona umana. In poche parole, non è indifferente credere che sia il nostro cervello, e non noi stessi, colui che agisce, che ragiona, che formula giudizi. Tali credenze estrapolate senza alcun fondamento da un contesto scientifico moderno, pur rimanendo tali, hanno ripercussioni molto profonde e serie sul nostro agire, sulla nostra forma di relazionarci con gli altri e con noi stessi.

Al centro della neuroetica, come d’altronde di tutte le altre attività umane, non vi è il cervello, ma l’uomo. È la persona umana, e non il suo cervello come vorrebbero alcuni, colei che pensa, che progetta, che sogna, che agisce, che ama e piange. È la persona stessa nella sua totalità colei che può giungere persino a compiere ricerche scientifiche sul cervello, a scoprirne il funzionamento, a chiarirne, poco a poco, i misteri.

Che questo 2012 sia un anno di progresso nella comprensione integrale di chi siamo come persone umane, dotate si di un cervello e di un sistema nervoso, ma intrise anche di un mistero che appare inesorabilmente trascendere la stessa fisiologia cerebrale e guidare il nostro agire e il nostro riflettere libero e responsabile.

BUON 2012 A TUTTI!


[1] Cf. R.E. Cranford, «The Neurologist as Ethics Consultant and as a Member of the Institutional Ethics Committee. The Neuroethicist », Neurologic Clinics 7 (1989), 697-713.
[2] Cf. P.S. Churchland, «Our brain, our selves – Reflections on neuroethical questions», in: D.J. Roy – B.E. Winne – R.W. Old (a cura di),  Bioscience-Society: Report of the Schering Workshop, Berlin 1990, November 25-30, Wiley and Sons, New York 1991, 77-96..
[3] Cf. W. Safire, «Visions for a new field of “neuroethics”», in: S. Marcus (ed.), Neuroethics: Mapping the Field. Conference Proceedings, Dana Press, New York 2002, 3-9.

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