martedì 31 gennaio 2012

PILLOLA DELLA MORALITÀ CANCELLA LA LIBERTÀ!

Riprendo la tematica sulla NEUROLIBERTÀ con questa notizia dell’ultimissima ora.

Quest’oggi, 31 gennaio 2012, sulla rivista italiana Corriere della Sera, Massimo Pattelli Palmarini ha pubblicato questa notizia con un titolo emblematico: Siamo pronti alla pillola della moralità? Se si cancella il libero arbitrio. Il sottotitolo recita: un test apre nuovi scenari sull’empatia degli uomini.

Quest’articolo è la versione adattata dell’articolo sopracitato.



Un blog del New York Times[1] , con un articolo del noto filosofo dell'etica e ambientalista Peter Singer, professore a Princeton, ritorna in questi giorni su un esperimento effettuato su ratti dal neuroscienziato Jean Decety e dai suoi collaboratori presso l'Università di Chicago[2] i cui risultati vennero pubblicati lo scorso 9 dicembre 2011 sulla prestigiosa rivista Science[3].

L'esperimento fece molto rumore perché, in essenza, aveva dimostrato che alcuni ratti (si noti: alcuni, non proprio tutti), posti di fronte a una situazione nella quale potevano tranquillamente mangiare della cioccolata, oppure liberare un altro ratto visibilmente imprigionato in un tubo trasparente, preferivano agire da liberatori e poi condividere con il compagno quella cioccolata. Nessuna differenza è stata osservata tra ratti maschi e ratti femmine nel liberare un compagno dello stesso sesso. Sono ancora in corso i più complessi esperimenti su maschi che liberano femmine o l'inverso.

L'empatia, cioè la condivisione soggettiva della sofferenza altrui, si rivela essere, quindi, evolutivamente molto antica. Risale a circa 60 milioni di anni addietro, quando roditori e primati avevano un antenato comune. Infatti, Decety conferma che i circuiti cerebrali sono gli stessi in noi e nei roditori: i nuclei del tronco cerebrale, l'amigdala, l'ipotalamo, l'insula e la corteccia orbito-frontale. Anche gli ormoni responsabili dell'attivazione di questi centri cerebrali sono gli stessi: l'ossitocina, la prolattina e la vasopressina.

Peter Singer riporta anche casi reali del tutto opposti, cioè suprema indifferenza degli esseri umani di fronte a una manifesta, tragica sofferenza di altri esseri umani. Si chiede se sarebbe possibile creare una pillola dell'empatia, un farmaco che, una volta somministrato, generasse compassione in chi ne è spontaneamente carente. Se questo fosse farmacologicamente possibile, avremmo, per i potenziali criminali, una terapia preventiva assai più semplice e indolore di quella rappresentata da Stanley Kubrick nel noto film Arancia meccanica.

Immaginiamo che una simile pillola, chiamiamola empaten, sia possibile.

Decideremmo di usarla? Su chi e perché?

Ecco la NEUROETICA applicata a scenari potenzialmente realizzabili.

Immaginiamo anche che un semplice test effettuato mediante prelievo di sangue riveli quali individui sono spontaneamente inclini all'empatia e quali non lo sono. Vorremmo somministrare ai secondi, preventivamente, l' empaten ? Solo se accettano, o anche se non accettano? E con quale autorità? Dove finirebbe il libero arbitrio? I commentatori del blog di Singer offrono un vasto spettro di opinioni, per lo più contrarie all'idea della pillola e tutte problematiche. In effetti i problemi sono molti e tutti spinosi. Per esempio, l'autore dello studio sui ratti, Jean Decety, ha anche verificato che nei medici e nei chirurghi l'empatia è assai attenuata, per necessità professionali. Rise quando gli tradussi il vecchio proverbio «Il medico pietoso fa la piaga puzzolente» e ammise che è un proverbio saggio.

Vorremmo somministrare l' empaten anche ai clinici?

Personalmente ritengo, afferma Massimo Pattelli Palmarini, che si sia tutti un po' succubi di una certa crescente neuromania e di una genetomania.

Va benissimo sondare le radici neurobiologiche e genetiche di un numero sempre crescente di comportamenti, predisposizioni e stati d'animo. Meno bene, però, adottare di conseguenza un atteggiamento scientista e potenzialmente manipolatore.

Il libero arbitrio è un peso, ma dobbiamo sopportarlo.

Le spontanee differenze comportamentali, caratteriali e morali tra gli individui arrecano incertezze e complicano la vita. Provocano anche tragedie e orrori, ma la soluzione non sarà una pillola o una stimolazione di aree cerebrali specifiche.

I progressi della neurobiologia, la neurofarmacologia e la genetica ci consentiranno di capire meglio come siamo fatti, ci daranno un quadro più approfondito della natura umana, ma le conseguenze dovremmo trarle noi tutti, individualmente e collettivamente, con la mente, il sentimento, la persuasione e l'educazione. Cureremo meglio le malattie, anche quelle psichiatriche, ma con il pieno consenso dei pazienti. Nel blog, una signora di Arlington, Massachusetts, chiede, come paradosso, se vorremmo accordarci in anticipo sul punteggio finale del campionato di football. Il paragone mi sembra calzante. La vita quotidiana è piena di incerti e non vorremmo pillole che progressivamente li eliminassero tutti.

Sarà tutto così? Continueremo il dibattito prossimamente.......

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