domenica 18 marzo 2012

LA COSCIENZA TRA MENTE E CERVELLO: ASPETTI ANTROPOLOGICI ED ETICI

Pubblico di seguito il testo integrale della mia relazione di giovedì scorso 15 marzo 2012 nel contesto del pomeriggio divulgativo La coscienza tra mente e cervello all'interno del Brain Awareness Week 2012.






COSCIENZA O COSCIENZE? ASPETTI ANTROPOLOGICI E RISVOLTI ETICI DELLA RICERCA NEUROSCIENTIFICA SUGLI STATI DI COSCIENZA

Alberto CarraraGruppo di Neurobioetica, Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma


LA COSCIENZA TRA MENTE E CERVELLO: aspetti filosofici, bioetici, psicodinamici, clinici
Il problema della coscienza è in primo piano tra le questioni oggi più dibattute nell’ambito della medicina, delle neuroscienze, della psichiatria e della filosofia. Se la scienziata e premio Nobel Rita Levi Montalcini la definisce «tra le proprietà più sorprendenti e affascinanti del cervello umano», cioè quello «stato di consapevolezza della nostra esistenza come entità individuale, che implica il riconoscimento delle proprie azioni e del susseguirsi temporale e sequenziale», numerose sono le definizioni di coscienza, quante sono le discipline che la studiano da prospettive diverse. Oggi è quanto mai necessaria una riflessione profonda orientata al discernimento e all’integrazione dei diversi sensi della coscienza. Questo pomeriggio di studio cerca di offrire ad un pubblico non esperto, a livello divulgativo, un approccio interdisciplinare al problema della coscienza umana.


INTRODUZIONE
In una società pluralista come la nostra, che tende, molte volte ad assumere posture estreme tanto da caratterizzarsi spesso per la sua dose di conflittualità, si crea un ambiente socio-culturale che favorisce l’ambiguità.
Ecco delineato, in poche parole, l’analisi del contesto dentro il quale dobbiamo, o dovremmo se ce la faremo, incasellare il nostro argomento, quello relativo alla «coscienza».

La parola «coscienza» viene utilizzata in molteplici ambiti: si parla di avere una coscienza, di agire in coscienza, della coscienza del mio gatto o del mio cane, della coscienza della società, c’è persino una coscienza della biosfera, etc.
Ecco emergere la polisemia del concetto di «coscienza», tanti utilizzano questa parola secondo contenuti terminologici distinti e variegati a seconda delle circostanze e degli specifici approcci. Oggi è quanto mai necessaria una riflessione profonda orientata al discernimento e all’integrazione dei diversi sensi della coscienza.

Quindi un primo punto sarà dare una definizione di coscienza, la definizione utilizzata in questa esposizione, e delimitarne l’ambito e il contesto per non cadere in equivoci, dubbi, fraintendimenti. Nel definire sempre si opera una scelta, spero la scelta del meglio, cioè della miglior definizione, tenendo in considerazione una prospettiva integrale della persona umana in tutte le sue dimensioni costitutive. Premetto che vi sono molte definizioni di «coscienza» e molti significati.

Per motivi di sintesi legati al tempo a disposizione, mi limito ad alcune distinzioni a grandi linee mantenendomi nel generale, senza però scadere nelle semplificazioni semplicistiche. Il termine «coscienza», nella riflessione filosofico-culturale occidentale fino ai nostri giorni, possimo dire che ha conservato sostanzialmente tre accezioni fondamentali: «coscienza psicologica», «coscienza morale» e «coscienza personalistico-creativa».

Secondo l’accezione psicologica, essa significa l’autocoscienza o consapevolezza che l’essere umano ha di se stesso; secondo l’accezione morale, invece, significa la consapevolezza che l’uomo ha della bontà-malizia dei propri atti; infine, secondo l’accezione personalistico-creativa, essa significa una realtà complessa identificata con la parte intima della persona umana, una sorta di “luogo” interno del soggetto dal quale emergono intuizioni e in cui si formano i giudizi morali.

Fatta questa premessa, in questa sede non tratterò e non tratteremo, di «coscienza morale» intesa quale consapevolezza che l’uomo ha della bontà/malizia dei propri atti, neppure dell’accezione personalistico-creativa, luogo interno speciale dell’uomo dove risuona la legge morale naturale. In questo contesto mi riferirò alla «coscienza psicologica» e ai correlati neurobiologici che sottendono alla sua corretta funzionalità, alla sua manifestazione e realizzazione. Premetto anche che ciò non significa affatto che quest’ultima, la «coscienza psicologica e neurobiologica» non costituisca il substrato prossimo e immediato, la conditio sine qua non per la manifestazione della «coscienza morale».

Vi propongo nella mia esposizione un ESERCIZIO FILOSOFICO nel senso che, partendo da una definizione di coscienza, arriverò ad esplicitare alcuni criteri e principi antropologici ed etici relativi alla ricerca neuroscientifica sugli stati di coscienza, secondo la nota metodologia “dal fenomeno al fondamento” (FR 83). Cioè e mi spiego meglio: vi illustrerò 3 casi emblematici, concreti, esistenziali, e da essi procederemo ad estrapolare i criteri antropologici ed etici. Sono infatti convinto, e lo ripeto spesso ai miei studenti, che la filosofia, per essere tale, cioè fedele alla sua missione, debba riflettere sulla realtà, nello specifico, sulla casistica concreta e tornare poi ad essa. Così d’altronde è sorta la speculazione antica. Ricordo soltanto il “padre” della neuro-anatomia, Alcmeone di Crotone.

Una definizione di «coscienza»: la scienziata e premio Nobel Rita Levi Montalcini definisce la coscienza «tra le proprietà più sorprendenti e affascinanti del cervello umano», cioè quello «stato di consapevolezza della nostra esistenza come entità individuale, che implica il riconoscimento delle proprie azioni e del susseguirsi temporale e sequenziale».

La coscienza umana sarebbe così una proprietà, una facoltà, una funzione “emergente” (tutti termini mutuati dalle diverse ridefinizioni che la Montalcini propone) del nostro organo cerebrale secondo la teoria di Gerald Edelman di derivazione della coscienza superiore (secondaria o umana) da quella primaria tipica di tutti i vertebrati superiori [1].

Tale definizione può, a mio avviso, essere integrata e risultare validissima all’interno di una speculazione realista come quella di Tommaso d’Aquino.
Tommaso d’Aquino, che sintetizza una tradizione millenaria, affronta questa problematica in diverse opere, chiarendo in primo luogo che la coscienza non è né un abito, né una facoltà o potenza, ma è un atto. Infatti, la coscienza include un ordine della conoscenza a qualcosa d’appreso, è l’applicazione della synderesis aristotelica alla concretezza di un’azione [2]. Essa allora potrebbe essere definita come «l’intelligenza orientata verso le cose pratiche» [3].

A questo punto, se la coscienza è l’atto o «l’intelligenza orientata verso le cose pratiche» [4], allora mi sembra valida la definizione della Montalcini sul rapporto tra coscienza, io (Self) e libero arbitrio quando afferma che: «la coscienza collega il nostro io con le esperienze degli eventi, in quanto ci consente di comprendere la nostra esistenza come entità pensante, rendendoci responsabili delle nostre azioni»[5]. Tale definizione ovviamente va integrata all’interno di un contesto non riduzionistico e materialistico della persona umana. In effetti, la stessa neuroscienziata precisa che «attualmente non sia ancora possibile la comprensione della natura del meccanismo attraverso il quale gli stati interiori si trasformano nel processo della coscienza»[6].

1.     Distinzioni utili: Wakefulness – Consciousness
Parliamo perciò della «coscienza» nel contesto medico-scientifico, nell’ambito degli studi neuroscientifici che oggigiorno si stanno impiegando. Dico anche che la conferenza della dottoressa Ciadamidaro che seguirà, oltre alla sua originalità, porrà molte precisazioni sui concetti medici a cui io soltanto accennerò.
Alcune distinzioni. Il 10 novembre 2011 sulla rivista Lancet, Damian Cruse, di cui si parlerà successivamente, pubblicò un’interessante studio intitolato: Bedside detection of awareness in the vegetative state: a cohort study. Ad una prima e semplice lettura dell’abstract, possiamo derivare alcune distinzioni terminologiche utili; si parla infatti di wakefulness - unaware of themselves or their environment - consciously aware - awareness.
In italiano consideriamo perciò wakefulness quale stato vigile o vigilanza, mentre per  awareness si intende la consapevolezza, di sé e/o dell’ambiente circostante. Ecco i due poli di tutto il dibattito attuale sugli stati di coscienza.

3       CASI EMBLEMATICI

VS – MCS
Lo stato vegetative (VS) è definito quale disordine della coscienza in cui si ha wakefulness without conscious awareness of self and environment, cioè: vigilanza senza consapevolezza. In generale, i ricercatori accettano la distinzione tra contenuti e livelli di coscienza, nel senso che, mentre i contenuti di coscienza vengono definiti quali esperienze soggettive (ad es. la sensazione del dolore), i livelli di coscienza vengono classificati in modo più oggettivo suddividendo 3 stadi di alterazione della coscienza: il coma (C), lo stato vegetativo (VS) e lo stato di minima coscienza (MCS). Il criterio distintivo di tali stati alterati della coscienza è comportamentale: i pazienti diagnosticati VS differiscono da quelli in coma dal fatto che mantengono il ritmo sonno-veglia, si svegliano, anche se entrambi vengono considerati completamente incoscienti, cioè incosapevoli di sé e dell’ambiente circostante. I pazienti diagnosticati MCS “si crede” (are believed), come affermato da Cruse su Lancet, abbiano una coscienza fluttuante, intermittente e si distinguono dai VS poichè l’osservatore esterno, nella maggior parte dei casi un medico, considera che possieda, il paziente MCS un minimo di consapevolezza di sé e del medio ambiente (ad es. quando si notano segni esteriori che indicano che il paziente sta cercando di comunicare senza riuscire, essendone ostacolizzato). 

Primo grande problema scientifico: come affermato da Cruse e riportato in letteratura, si dà attualmente un 43% di casi in cui le diagnosi di VS vengono riclassificati quali, almeno, MCS (Schnakers C, Vanhaudenhuyse A, Giacino J, et al. Diagnostic accuracy of the vegetative and minimally conscious state: clinical consensus versus standardized neurobehavioral assessment. BMC Neurol 2009; 9: 35; Childs NL, Mercer WN, Childs HW. Accuracy of diagnosis of persistent vegetative state. Neurology 1993; 43: 1465–67; Andrews K, Murphy L, Munday R, Littlewood C. Misdiagnosis of the vegetative state: retrospective study in a rehabilitation unit. BMJ 1996; 313: 13–16).

Inoltre, lo stesso Cruse ammette che le recenti applicazioni delle tecnologie di risonanza magnetica funzionale, cominciano chiaramente a porre in seria discussione le diagnosi di VS nel senso di affermare che veramente questi pazienti non sono consapevoli di sé e del medio ambiente.

Il caso Zach Dunlap
Il caso di Zach Dunlap ci porta a considerare la fase estrema dei disordini della coscienza, il confine della vita: la morte. Definire i confini vuol dire sapere con certezza fino a dove l’intervento umano può spingersi, togliendo il rischio di toccare posizioni aberranti o pericolose per la dignità dell’uomo.
Gli accaniti avversari del criterio neurologico di morte amano portare a loro prova un caso che, secondo loro, “vale per tutti”, o varrebbe per tutti. Quello di Zach Dunlap, 21 anni, Oklahoma City, del marzo 2008. Zach fu dichiarato morto dopo due scansioni al cervello, viene sostenuto. I test eseguiti assicuravano che non vi era nessun flusso ematico nella zona encefalica, il quadro clinico soddisfaceva tutti i requisiti medico-legali richiesti per la morte celebrale, almeno apparentemente. Dopo 36 ore di “brain death” fu disposto l’espianto degli organi.

Invece Zach si è risvegliato, esclamano con trionfo alcuni. Certo trionfo della vita che mai era stata perduda. Alcuni hanno parlato di miracolo, ma è proprio la scienza a dirci come è andata.

Intanto alcune domande da porci: non si capisce bene come sia stata accertata la morte per Zach. Sembra solamente attraverso due esami che valutavano il flusso ematico a livello cerebrale.
Altri dubbi sorgono in quanto prima dell'espianto effettivo sarebbero stati ripetuti ulteriormente gli esami, quindi non avevano dichiarato la morte. Non ne erano ancora certi. E in effetti poi lo hanno verificato: Zach non era morto.  
Il fatto che forse ora i medici affermino che la diagnosi era corretta, quella di morte cerebrale, non significa molto (così si riparano da eventuali risarcimenti e denunce) e il fatto che la famiglia creda nel buon lavoro dei medici può rispecchiare il fatto che i genitori vogliano sostenere e credere in un miracolo.
Il dato scientifico è ovviamente quello di una scorretta diagnosi di morte tramite un'errata applicazione del criterio neurologico.

Sindrome lock-in
Per mancanza di tempo non mi soffermerò sulle sindromi lock-in, soltanto dirò che sono stati in cui il paziente appare come se fosse completamente incosciente, mentre in realtà si trova perfettamente o almeno abbondantemente consapevole di sé e dell’ambiente circostante, non può reagire, è bloccato, “incarcerato”.



CONSEGUENZE ANTROPOLOGICHE ED ETICHE
Ora consideriamo alcune conseguenze antropologiche che affiorano dai 3 casi emblematici considerati: il principio che vorrei ribadire è semplice, ma spesso non se ne tiene conto all’ora di giudicare su certe situazioni; lo ripeto spesso ai miei studenti: la riflessione filosofica dev’essere radicata fortemente sulla e nella realtà dei fatti se no rischiamo di far filosofia astratta nel senso di “tra le nuvole” con la possibilità di sfociare in bei sistemi ideali da applicare alla realtà. Poi però se il nostro sistema razionale non si adatta agli eventi concreti? Cosa facciamo? Alcuni filosofi affermavano: beh, se il mio sistema non si adatta alla realtà, peggio per la realtà!
Così ovviamente non si va da nessuna parte, anzi, si corrompono le coscienze e si distorce la visione del reale.

Ecco le considerazioni antropologiche che emergono: in primo luogo la distinzione tra persona umana e coscienza, nel senso che non vi è identità tra le due. La persona umana è più della sua sola coscienza. La coscienza è una proprietà, certamente sorprendente, della persona umana, uno stato come affermano anche gli scienziati. Se ciò è vero ecco allora che sorge il dovere morale di non giudicare sulla persona in base al suo stato di coscienza. Una coscienza alterata non è sinonimo di essere “meno persona” di essere una persona con meno dignità. Siamo su due sfere distinte: quella dell’ESSERE, dell’essere un individuo sostanziale di natura razionale, come direbbe Boezio, dell’essere un sussistente singolo di natura razionale, come direbbe Tommaso d’Aquino; e la sfera dell’AGIRE, cioè del manifestare certe funzionalità che manifestano certamente l’essere, ma che potrebbero essere impedite, come nei casi considerati.
Senza queste premesse antropologiche sull’essere umano i confini del reale rischiano di svanire e di cadere nell’arbitrio.


CONCLUSIONI
Concludo sottolinenado anche il fatto che le stesse evidenze sperimentali che le moderne neurotecnologie ci forniscono, sempre hanno bisogno dell’interpretazione da parte di una persona umana (medico, tecnico, etc.). Al momento di interpretare i dei risultati a livello di elettroencefalografia e di immagini di risonanza magnetica funzionale c’è bisogno di molta prudenza ed equilibrio. Bisogna ricordare che l’esperienza umana, proprio per essere “umana”, si caratterizza per una ricchezza e una complessità senza paragoni.




[1] G. J. Edelman, Sulla materia della mente, Adelphi, Milano 1993.
[2] S. Thomas Aquinas, S. Th. I, q.79, a.13, c.
[3] S. Bonaventura, Sent., lib. 2, dist. 39, a. 2, q. 1.
[4] S. Bonaventura, Sent., lib. 2, dist. 39, a. 2, q. 1.
[5] S. Thomas Aquinas, o.c.
[6] R. Levi-Montalcini, o.c., pp. 27-28.

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