venerdì 30 marzo 2012

SEMINARIO: Rapporto mente-cervello nell’unità della persona umana – VII

Oggi, dopo aver parlato, nell’ultimo post, della figura del grande Ippocrate, “padre” della medicina, consideriamo il rapporto anima-corpo (mente-cervello) in Platone.

PLATONE
Sintetizzatore emblematico del rapporto tra anima e corpo è Platone che nel Fedone dipinge magistralmente la profondità di un dilemma che appassiona ed avvince l’uomo di ogni tempo.
Il breve passaggio in cui Socrate spiega a Cebete la sua delusione dalla lettura dell’interpretazione materialistica causale dei filosofi ionici è, al contempo, l’anticipazione della sua “seconda navigazione”, ma caratterizza in nuce il millenario dibattito tra interpretazioni riduzionistico-materialistiche e visioni trascendenti sulla questione del rapporto anima-corpo:

«E mi pareva che egli cadesse nel medesimo equivoco di colui che dicesse che Socrate fa tutto ciò che fa con l’intelligenza, ma poi, quando venisse a dire in particolare le cause di ciascuna delle cose che io faccio, dicesse, prima, che io sto seduto qui, perché il mio corpo è fatto di ossa e di nervi, e perché le ossa sono solide e hanno giunture che le separano le une dalle altre e i nervi sono capaci di distendersi e di allentarsi e avvolgono le ossa insieme con la carne e la pelle che li ricopre; e, poiché le ossa sono mobili nelle loro giunture, allentandosi e distendendosi i nervi, fanno sì che io sia ora capace di piegare le membra, e per questa causa appunto io ho piegato le membra, e per conseguenza me ne sto ora qui a sedere; e così pure se, volendo spiegare il mio conversare con voi, egli indicasse cause di questo genere, come la voce, l’aria, l’udito, e adducesse altre infinite cause di questo tipo, trascurando di dire le vere cause, e cioè che, poiché gli Ateniesi ritennero meglio condannarmi, per questo anche a me parve meglio star qui a sedere e più giusto stare in carcere a scontare la pena che mi è stata imposta […] chiamare “causa” cose come queste è troppo fuori luogo» [1].

Oltre a criticare l’interpretazione riduzionistico-materialistica, così presente nel dibattito antropologico ed etico odierno, Platone preconizza, nel contesto del rapporto anima-cervello, la distinzione tra causa strumentale o “mezzo”, necessario ma non sufficiente, dalla causa formale o “vera causa”. La profondità di tale visione trapassa i secoli e riacquista la forza del suo esser vera:

«Se uno dicesse che se non avessi queste cose, cioè ossa, nervi e tutte le altre parti del corpo che ho, non sarei in grado di fare quello che ritengo di fare, direbbe bene; ma se dicesse che io faccio le cose che faccio proprio a causa di queste, e che, facendo le cose che faccio, io agisco, sì, con la mia intelligenza, ma non in virtù della scelta del meglio, costui ragionerebbe con assai grande leggerezza. Questo vuol dire non essere capace di distinguere che altra è la vera causa e altro è il mezzo senza il quale la causa non potrebbe mai essere causa. E mi sembra che i più, andando a tastoni come nelle tenebre, usando un nome che non gli conviene, chiamano in questo modo il mezzo, come se fosse la causa stessa» [2].



[1] Platone, Fedone 98c - 99a.
[2] Ibid., 99a - 99b.

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