lunedì 16 aprile 2012

Donne & Uomini: dato di natura

Quest’oggi, concluso l’articolo preliminare sulla presunta esistenza del cosiddetto “cervello gay”, voglio condividere con voi il testo dell’amico dottor Massimo Gandolfini, Direttore del Dipartimento di Neuroscienze della Fondazione Poliambulanza (Brescia), uscito qualche settimana fa sull’Avvenire.

Ringrazio il dottor Gandolfini per la chiarezza. Condivido in pieno la sua sintetica ed acuta analisi.




È una riprova dell’equilibrio che le neuroscienze “amiche” della persona umana possono manifestare nell’odierno dibattito, spesso accanito e frenetico, della neuroetica.

Riporto ora il testo:

«È la scienza oggi a confermare che matrimonio e unioni omosessuali non possono essere considerati uguali Le evidenze neurobiologiche mostrano la presenza di un cervello «sessuato».

Un anno fa, in occasione di un convegno sulla vicenda di Eluana Englaro, ebbi modo di discutere a lungo con un giudice della Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, cioè quella che consentì la sospensione della nutrizione di Eluana. Scoprii, e il magistrato me ne diede onestamente atto, che non sapeva pressoché nulla di cosa fosse lo stato vegetativo, al punto che lo considerava alla stregua di una morte cerebrale, con danno totale e irreversibile delle funzioni del cervello.

Al termine delle argomentazioni scientifiche che gli portai, con prove inoppugnabili che il cervello non è per nulla morto, mi confessò che se l’avesse saputo prima non avrebbe votato a favore di quella tragica sospensione. Forse la storia si sta ripentendo ora, con la vicenda del "matrimonio omosessuale".

Lo deduco dall’affermazione della recente sentenza della medesima Cassazione, ove si asserisce che è «stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, della stessa esistenza del matrimonio». Ebbene, proprio quel «naturalistico», interpretato come una categoria culturale antropologica (quindi, modificabile a piacimento), rivela o una ignoranza (dal verbo ignorare) della biologia umana, o – il che è peggio – un’impostazione ideologica che non si addice alla Suprema Corte.

La scienza oggi ci dice che la diversità sessuale non è soltanto genetica, ormonale, fenotipica (gonadi e caratteri secondari), ma anche e significativamente neurobiologica, tanto da potersi ormai definire la presenza di un «cervello sessuato», maschile e femminile. Il processo di sessualizzazione – come l’intero processo di differenziazione sessuale – è guidato dal cromosoma Y, la cui presenza o assenza costruisce l’intera biologia maschile o femminile,
anche cerebrale. E il neuroimaging ci conferma che cervello maschile e femminile sono anatomicamente e funzionalmente diversi.

Il dato «naturalistico», quindi, ci dice che uomo e donna sono strutturalmente diversi e complementari, garantendo in tal modo tanto la riproduzione «naturale», quanto il «naturale» allevamento della prole. Questa «diversità complementare» è «primordiale» per ciascun uomo.

A chi volesse obiettare che, però, esistono malattie in grado di modificare il processo di sessualizzazione, così come esistono eventi in grado di scardinare la complementarietà sessuale necessaria per la sana crescita della prole, va ricordato che stiamo appunto parlando di situazioni o eventi patologici, di disfunzioni che, in quanto tali, sono l’esatto opposto della fisiologia.

Questa fisiologia della vita in comune – luogo di relazione affettiva, di riproduzione naturale e di accudimento/educazione della prole – la cultura universale ha convenuto di denominarla «matrimonio». Qualora si decida di cambiare anche solo uno di questi termini, cambierà necessariamente anche il prodotto finale, realizzandosi una nuova figura, biologica e giuridica, diversa dal matrimonio.

È (direi originariamente) a causa di questi dati razionali che l’unione omosessuale non è assimilabile al matrimonio. La scienza ci dimostra che matrimonio e unione omosessuale non sono uguali, dato che gli attori del primo non sono biologicamente uguali agli attori della seconda. Allora, affrontarle diversamente, anche sul piano legislativo e giuridico, è semplice conseguenza della loro stessa natura, appunto diversa. Fin qui il dato oggettivo biologico e razionale; al di là di questo limite, c’è la mistificazione ideologica. Speriamo che qualche giudice ci interpelli per saperne di più: si potrebbero evitare affermazioni irrazionali».


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