mercoledì 25 aprile 2012

NEURO-DIRITTO (NEURO-LAW) (III)

- neuroscienze e diritto: quando le neuroscienze entrano nei tribunali -
di Alberto Carrara

Con questo terzo post della RUBBRICA NEURO-LAW (NEURO-DIRITTO), voglio descrivere il caso della famigerata “sentenza di Trieste” del 2009 che tanto scalpore ha fatto nel mondo accedemico e scientifico.


Si tratta del primo dei due primi esempi italiani in cui una sentenza penale abbia tenuto in considerazione dati neuroscientifici quali prove che hanno indotto una notevole riduzione della pena.
Il caso è sinteticamente presentato nell’articolo di Rita Viola su Mente & Cervello di marzo 2012 (n.87) dal titolo: Le neuroscienze nei tribunali italiani, la capacità di scegliere tra bene e male è legata a processi mentali che non possiamo controllare?
Quella della Corte d’Assise d’Appello di Trieste (n.5/2009) del 18 settembre 2009 è la prima sentenza europea in cui una chiara predisposizione genetica tendente alla manifestazione di un comportamento aggressivo viene riconosciuta come parte delle attenuanti [1].
Il caso può essere così descritto: un cittadino algerino, Abdelmalek Bayout, uccise in modo efferato a Udine, nel 2007, un giovane colombiano di nome Walter Felipe Novoa Peréz soltanto perchè quest’ultimo lo aveva apostrofato quale “omosessuale”. Bayout, in effetti, secondo l’uso religioso mussulmano del kajal, aveva gli occhi truccati.
Bayout venne sottoposto a diverse perizie ed analisi. Tra queste, una particolare analisi genetica comportamentale e una di risonanza magnetica funzionale associata al stop-signal test.

Cosa significa tutto ciò?
1.      Analisi genetica comportamentale.
Tale analisi a livello del materiale genetico (DNA) del soggetto umano si prefigge di rilevare un particolare profilo genetico dell’imputato. Nello specifico: Bayout venne sottoposto all’analisi del DNA per la ricerca dei marcatori di polimorfismi (variazioni nucleotidiche a livello degli alleli, cioè delle forme dei geni) associati in letteratura a comportamenti aggrassivi. Tra i geni indagati: quello codificante (cioè che produce) L-MAOA, l’enzima monoamminossidasi-A di cui sono note attualmente 4 varianti alleliche associate ad un alto rischio di sviluppare comportamenti antisociali; il gene che codifica per il trasportatore della serotonina (SCL6A4) e il gene per il recettore D4 della dopamina, le cui varianti polimorfiche sono associate a comportamenti aggressivi ed iperattivi.
L’analisi rilevò che l’imputato per tutti i polimorfismo indagati presentava almeno uno se non entrambi gli alleli nella forma tendente all’aggressività e al comportamento antisociale, come spiegò il perito Pietro Pietrini, ordinario di biochimica clinica presso l’Università di Pisa.
2.      Analisi di risonanza magnetica funzionale con test stop-signal.
Quest’altro filone d’analisi ha evidenziato nell’imputato, tramite risonanza magnetica funzionale eseguita durante un compito di stop-signal (test standard per verificare la capacità del soggetto di bloccare l’azione impulsiva), una disfunzionalità frontale (cioè della corteccia frontale). Una disfunzione frontale implica compromissione nell’attenzione, nel pianificare le azioni volontarie, eccessiva disinibizione e insatbilità affettiva. A sottolinearlo fu l’altro perito della sentenza, Giuseppe Sartori, docente di neuroscienze cognitive e neuropsicologia all’Università di Padova [2].

Questa sentenza italiana è subito diventata un caso emblematico anche grazie alla pubblicazione sulla prestigiosa rivista Nature di un articolo intitolato: Lighter sentence for murderer with “bad genes” [3] che ha fatto il giro del mondo favorendo in maniera involontaria una lettura neurobiologica spesso deterministica a livello di non pochi mezzi di comunicazione sociale.
La sentenza della Corte d’Appello ha accolto la tesi dei periti e ha così riconosciuto la seminfermità di mente con il massimo dello sconto di pena previsto dal codice penale [4].
Come ben afferma Andrea Lavazza «le letture più o meno corrette, della sentenza indicano quali saranno i dilemmi che in futuro si potranno aprire con la massiccia introduzione di perizie di tal genere» [5]. Elenco alcune problematiche neuroetiche che tali risvolti pratici dell’applicazione reale delle neuroscienze alla vita sociale inducono:
·        Contestazione di riduzionismo biologico: l’individuo sarebbe determinato dai suoi geni e non dalla libertà che pone nel suo agire volontario
·        Problematica sociale dello scarceramento di numerosi soggetti “pericolosi”
·        Un certo sovvertimento del concetto stesso di “giustizia” e la relativa riflessione in merito
·        Riflessione sulle metodiche stesse impiegate, sui loro limiti e le loro conclusioni.
La riflessione neuroetica si caratterizza per l’equilibrio che dev’essere impiegato all’ora di esprimere un giudizio complessivo sui dati neuroscientifici.
Il caso del neuro-diritto è estremamente attuale e rilevante, particolarmente per il suo impatto sociale.


[1] Cf. A. Forza, Le neuroscienze entrano nel processo penale, «Rivista Penale» 1, 2010, pp. 75-79.

[2] Cf. V. Rita, Le neuroscienze nei tribunali italiani, «Mente&Cervello» 87, 2012, pp. 78-79.
[4] Cf. A. Lavazza – G. Sartori (a cura di), Neuroetica, Il Mulino, Bologna 2011, p. 155.
[5] Cf. Ibid.

1 commento:

  1. Mi scusi, mi ha citato, il mio nome è Viola e il cognome è Rita. Grazie!

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