sabato 18 agosto 2012

NEUROBIOLOGIA DELLA MORALE (III)

Continuo oggi, la presentazione e l’analisi delle diverse parti del libro Neurobiologia della morale (Raffaello Cortina Editore, Milano 2012) della filosofa americana Patricia S. Churchland dopo averne esposto una breve introduzione.
Il primo 1° capitolo del libro è l’INTRODUZIONE.

 
Qui, l’autrice pone le premesse dell’intero volume.
L’approccio alla tematica è “biologico”, particolarmente neurobiologico rispetto alla morale umana [1]. L’autrice, infatti, afferma:
«il nucleo dell’approccio biologico alla morale umana sostenuto in questo libro non è nuovo, sebbene il mio particolare modo di sintetizzare i dati e racchiudere la pertinente tradizione filosofica lo sia. Risale ad Aristotele (384-322 a.C.) e al grande filosofo cinese Mencio (IV sec. a.C.), nonché, per venire a tempi più vicini a noi, ai grandi filosofi scozzesi del XVIII secolo, David Hume e Adam Smith; esso dipende enormemente anche da Charles Darwin» [2].
Ecco allora delinearsi una TESI INTERESSANTE, anche se non scevra da possibili critiche teoretiche e pratiche: che la morale, infatti, possieda un nucleo a carattere biologico (potremmo dire: “incarnativo” nel senso di una “morale incarnata”) che già eminenti pensatori, da Aristotele a Darwin, presero in considerazione secondo prospettive e metodi diversi.
Il grande problema speculativo dell’autrice, come del resto di moltissimi oggi, è quello di riuscire ad “ancorare” le proprie ipotesi di lavoro su “qualcosa di solido” [3], che però non sia un generico concetto “vuoto” come può risultare all’autrice quello millenario di “natura umana”, bensì che abbia a che fare con cervelli e geni [4].
Ecco che emerge sin dall’inizio, con forza, il presupposto (indimostrato e indimostrabile, del resto!, “dogmatico” e, a volte, “intollerante”) cardine di gran parte dell’odierna riflessione neuroetica: la METAFISICA è una mera “credenza”, l’ultramondano non esiste e se esistesse non ne avremmo accesso con gli strumenti del metodo scientifico [5].
La Churchland non nasconde nemmeno lo scopo del volume:
«spiegare come sia presumibilmente vero circa la nostra natura sociale, e cosa questo implichi nei termini della nostra piattaforma neurale per il comportamento morale» [6].
La tesi del volume è ulteriormente approfondita oltre:
«la tesi di questo volume non è che la scienza si metta al lavoro e per ogni dilemma ci dica cosa è giusto o sbagliato. Piuttosto, il punto è che una comprensione approfondita di ciò che rende gli uomini e gli altri animali sociali, e di cosa ci dispone a prenderci cura degli altri, potrebbe guidarci a una migliore comprensione di come affrontare i problemi sociali» [7]. Si vuole cioè esaminare «i fondamenti della socialità dei mammiferi in generale, e la socialità umana in particolare» [8].
È da notare la prudenza dell’autrice, sottolineo il “potrebbe” dell’ultima frase.
Più oltre, sempre nel contesto introduttorio, la Churchland afferma:  
«l’ipotesi che propongo è che muoversi nel mondo sociale dipenda per lo più da meccanismi neurali – motivazione e spinta, ricompensa e predizione, percezione e memoria, controllo degli impulsi e presa di decisione» [9].
Ma si va ben oltre. La proposta è molto più ambiziosa:
«ciò che noi esseri umani chiamiamo etica o morale è uno schema quadridimensionale per il comportamento sociale a quattro dimensioni plasmato da processi cerebrali interconnessi:
1)     prendersi cura...
2)     riconoscimento degli stati psicologici altrui...
3)     soluzione di problemi nel contesto sociale...
4)     apprendimento delle pratiche sociali...» [10].
La motivazione dell’autrice è da lei stessa abbozzata quando afferma:
«ho iniziato questo progetto perchè desideravo capire cosa nel cervello dei mammiferi altamente sociali rende possibile la loro socialità e comprendere così cosa fonda la moralità» [11].
Apparentemente queste e altre affermazioni potrebbero indurre qualcuno ad eticchettare la filosofa americana affibiandole l’epiteto di “neuro-riduzionista”. A mio avviso però, tutto il discorso dev’essere inquadrato all’interno della cornice neuro-biologica che la Churchland premette accuratamente. È lei stessa a riconoscere i limiti dell’approccio neurobiologico alla moralità umana:
«nonostante il ricorso alle varie scienze biologiche possa dirci molte cose sulla piattaforma sociale, esso non è in alcun modo il sunto e la sostanza della moralità umana. Nondimeno, accoppiata alle ipotesi sull’evoluzione culturale e su come la cultura possa modificare l’ecologia di una specie, la prospettiva neurobiologica può contribuire a completare il ritratto dei valori morali umani delineato nelle scienze del comportamentali e del cervello» [12].
Ecco altre premesse utili per non cadere, lungo la lettura di questo volume in deduzioni o conclusioni neuro-riduzionistiche:
«il mio contributo alla scienza del comportamento morale è modesto, poichè molte delle domande nelle neuroscienze e nella genetica del comportamento sono ancora prive di risposta.
È anche molto incompleto, poichè è focalizzato sul cervello, e non sulla cultura recentemente affermatasi in cui i moderni cervelli vivono.
È limitato, poichè non possiamo studiare i cervelli e il comportamento dei primi esseri umani, né quello dei nostri antenati ominidi...
Pur riconoscendo tutte queste limitazioni, spero che la mia ipotesi sia sulla buona strada e possa dunque integrare la ricerca sul cervello e sul comportamento» [13].
Patricia Churchland pone con onestà i paletti alla sua opera, cosa lodevole. Consiglio vivamente ai lettori di tenerli sempre presenti lungo la lettura del libro.


[1] Cf. Patricia S. Churchland, Neurobiologia della morale, Raffaello Cortina, Milano 2012, p. 24.
[2] Cf. Ibid., p. 24.
[3] Cf. Ibid., p. 15.
[4] Cf. Ibid., p. 14.
[5] Cf. Ibid., p. 14.
[6] Cf. Ibid., p. 15.
[7] Cf. Ibid., p. 16.
[8] Cf. Ibid., p. 23.
[9] Cf. Ibid., p. 20.
[10] Cf. Ibid., p. 21-22.
[11] Cf. Ibid., p. 23.
[12] Cf. Ibid., p. 23.
[13] Cf. Ibid., p. 23.

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