venerdì 14 settembre 2012

PERCHÈ NON SIAMO IL NOSTRO CERVELLO (VI)

Dopo aver ripreso ad esporre la prima parte, continuo oggi altre considerazioni utili in ambito neuroetico relative al secondo capitolo (seconda parte) del libro del filosofo Alva Nöe Perchè non siamo il nostro cervello. Una teoria radicale della coscienza (Raffaello Cortina, Milano 2010) intitolato: VITA COSCIENTE.

... (continua)

 
L’ottica o prospettiva alternativa che Alva Nöe propone e che egli stesso chiama «reciproco coinvolgimento collaborativo» [1], potrebbe essere considerata una “prospettiva relazionale”: «noi siamo coinvolti l’uno con l’altro. È il nostro coabitare insieme che assicura la nostra viva coscienza per ciascun altro...» [2].

La tesi che l’autore difende nel capitolo è la seguente: «la questione se una persona sia di fatto cosciente o meno è sempre una questione morale, prima ancora che una questione riguardante la nostra giustificazione a credere... Anche solo il sollevare la questione se una persona sia o no in possesso di una mente significa porre in questione la relazione con quella persona» [3].

Come compendio di tale nesso MORALITÀ-SCETTICISMO, l’autore tratteggia la trama del film di Ridley Scott: Blade Runner.

Emerge la prospettiva alternativa della biologia: nessun essere vivente è semplicamente un meccanismo, nemmeno il più semplice batterio! La biologia considera l’organismo vivente secondo un atteggiamento non meccanicistico, bensì relazionale, considerandone i rapporti con l’ambiente circostante. Allora ecco la tesi dell’autore ulteriormente sviscerata: «diamo per certo che gli organismi abbiano una mentalità (almeno) primitiva. Il problema della mente coincide con il problema della vita. Quello che la biologia indaga è l’essere vivente, ma là dove riconosciamo la vita abbiamo anche tutto quello che ci occorre per riconoscere la presenza di una mente» [4].

Non so a voi, ma a me suona al De Anima del grande Aristotele!

L’argomento è questo: «non si possono avere entramebe le cose. Non si può riconoscere l’esistenza dell’organismo e al tempo stesso considerarlo mero luogo di processi o meccanismi fisico-chimici. Una volta riconosciuto che l’organismo è unità, e non un processo, si è nella condizione di riconoscere anche la sua primitiva natura di agente, il suo essere portatore di interessi, bisogni e punti di vista. Ovvero, si è nella condizione di riconoscere la sua perlomeno incipiente mindfulness. Il problema della coscienza non è latro che il problema della vita» [5].

Alva Nöe ribadisce in conclusione il monito dell’intero volume: «non si dovrebbe pensare alla coscienza come a qualcosa che accade dentro di noi. La mente del batterio non coincide con il modo in cui esso è internamente organizzato. Riguarda piuttosto il modo in cui esso attivamente si pone in relazione e si integra con il suo ambiente» [6].

Ecco che l’autore mette in luce la sua posizione filosofica all’interno delle correnti di filosofia della mente che si denominano “esternalismi in relazione al mentale[7]: «Per studiare la coscienza degli animali non dobbiamo pensare esclusivamente al loro cervello. Per riprendere le parole del neuroscienziato Francisco Varela e del filosofo Evan Thompson, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione al modo in cui il cervello, il corpo e il mondo insieme sono alla base della vita cosciente» [8].

Allora, «la vita è il limite inferiore della coscienza... il legame tra vita e coscienza è decisivo» [9]! E la questione della coscienza è messa sostanzialmente in relazione all’agentività degli organismi viventi senza peraltro negare che la mente che un organismo possiede dipende dal tipo di vita di tale organismo.

Per superare gli ostacoli e le difficoltà che i diversi riduzionismi neuroscientifici pongono alla “questione antropologica” e al senso pieno di ciò che significhi essere uomo,  Alva Nöe conclude questo secondo capitolo affermando che: «Così, per studiare la vita occorre prendere in considerazione l’intero organismo nel suo ambiente naturale. Le neuroscienze funzionano, e lo stesso vale per la chimica e la fisica. Ma visto da tali prospettive interne e di livello inferiore, l’oggetto della nostra ricerca perde di risoluzione» [10].

Assumere pertanto una prospettiva “aperta” che consideri (e includa) fattori esterni al cervello permette di non sfuocare quell’immagine che è l’uomo stesso.




[1] Cf. Alva Nöe, Perchè non siamo il nostro cervello. Una teoria radicale della coscienza, Cortina, Milano 2010, 36.
[2] Ibid., 35-36.
[3] Ibid., 37.
[4] Ibid., 43.
[5] Ibid., 43-44.
[6] Ibid., 44.
[7] A questo proposito, consiglio l’utile lettura del libro di: M. C. (Maria Cristina) Amoretti, La mente fuori dal corpo. Prospettive esternaliste in relazione al mentale, FrancoAngeli, Milano 2011.
[8] Cf. Alva Nöe, Perchè non siamo..., 45.
[9] Ibid., 48.
[10] Ibid., 48.

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