giovedì 6 settembre 2012

QUEL CHE RESTA DELL’ANIMA… (I)

È appena uscito, commentato quest’oggi sulla Terza Pagina del Corriere della Sera [1], l’ultimo lavoro cerebrale del simpatico amico e collega (scienziato) Edoardo Boncinelli per continuar a gettar legna (sarebbe meglio dire, benzina ecologica per essere politically o ecologically correct) sull’odierno “rogo antropologico” e sostenere con tutta la “forza” dello scientismo contemporaneo che: l’uomo è pura materia, che la libertà e la coscienza (come altre realtà che lo caratterizzano nella sua essenza) altro non sono che molecole, neurotrasmettitori, connessioni sinaptiche, networks cerebrali, impulsi elettrochimici...
Quel che resta dell’anima [2], è questo il titolo dell’ultimo volume del professor Boncinelli, pubblicato da Rizzoli in questo mese di settembre del 2012.
Riprendo la descrizione che qualsiasi portale che promuove la vendita del libro ne fa:
«Quando noi diciamo che l’anima è spirito, non diciamo altro se non che ella non è materia, e pronunziamo in sostanza una negazione, non un’affermazione», scriveva Giacomo Leopardi nel 1824. Ma oggi, a distanza di quasi due secoli, ha ancora senso parlare di anima?
Spirito vitale, immortale, capace di provare emozioni e di garantire autonomia e libertà di scelta, fin dall’antichità l’anima ha subito varie trasformazioni semantiche e di contenuto. Finendo per coincidere con la mente e la coscienza, due dei nomi attribuiti a quella “natura superiore” che si ritiene operare nelle nostre decisioni. Attraverso un’indagine dei meccanismi della mente, che parte da Aristotele e Agostino, passa attraverso la filosofia cartesiana e la psicoanalisi freudiana e giunge ai preziosi contributi forniti dal neurocognitivismo, Edoardo Boncinelli pone nuovi interrogativi sull’anima e sul libero arbitrio e risponde ad alcune questioni fondamentali.
In che modo conosciamo il mondo?
Cosa lega la percezione all’idea di anima?
Possiamo quindi definirci liberi?
Il risultato è una sorta di autobiografia intellettuale, un viaggio affascinante tra i mille volti dell’anima, in cui l’autore riprende tutti i suoi possibili significati districandosi tra quel principio immateriale, che la tradizione considera come fondamento della vita organica, e le capacità percettive dell’essere umano, che interpreta il mondo attraverso i sensi.
L’articolo di Chiara Lalli sul Corriere della Sera di oggi, giovedì 6 settembre 2012, riporta i seguenti titoli:

Neurobiologia. I meccanismi della psiche e il libero arbitrio in un saggio di Edoardo Boncinelli.
L’anima? È solo un’illusione
Così la scienza supera il dualismo tra la mente e il corpo.
Sono numerose le annotazioni che si possono apporre a questa presentazione, come all’intero articolo e al libro stesso del professor Boncinelli.
Incomincio oggi dal presentare l’articolo integrale sottolineandone le parti che mi hanno particolarmante colpito.
In seguito, nei prossimi giorni, ne commenterò il testo e passerò a considerare direttamente, in prima persona, il libro Quel che resta dell’anima.
Prima di trascrivere l’articolo del Corriere, mi preme segnalare l’intera opera del Cardinal Gianfranco Ravasi, Breve storia dell’anima [3], in particolare raccomando la lettura dell’ultimo capitolo, l’8°, intitolato, niente meno che: L’anima neuronale!
Inoltre, per chi legge in lingua inglese, consiglio la lettura integrale del libro dell’amico e collega (filosofo) Walter Glannon [4]: Brain, Body, and Mind. Neuroethics with a Human Face (2011), in particolare ci si potrebbe concentrare sul primo capitolo: Our Brain are not Us per comprendere che per gli esperti mondiali di neuroscienza e filosofia della mente non tutto è così dogmatico e definitivo come Boncinelli vorrebbe far passare.
Per approfondire e integrare sulle prospettive contemporanee in filosofia della mente consiglio il recente ed eccellente testo della filosofa italiana Maria Cristina Amoretti [5]: La mente fuori dal corpo. Prospettive esternaliste in relazione al mentale (2011).
Saranno soprattutto questi i testi e gli autori che utilizzerò nei miei prossimi commenti.
«Il nostro corpo è stato a lungo considerato come sede, momentanea e imperfetta, di un’anima immortale e immateriale. Con la fine o l’attenuazione della concezione religiosa dell’anima si sono alternati diversi agenti che hanno ripreso e incarnato alcune delle sue caratteristiche: dall’inconscio ai condizionamenti sociali, dalle emozioni alle passioni, tutti hanno ammiccato a un dualismo ontologico. La scienza ha sempre cercato di mettere in guardia gli uomini dal potere seduttivo di soluzioni facili, illusorie e lontane dalla corretta spiegazione dei fenomeni. «Ma è noto che l’uomo non ama conoscere la verità, soprattutto se lo riguarda da vicino, e preferisce le nozioni confuse e inverificabili che conducono al fiorire delle mitologie, passate e presenti» - scrive Edoardo Boncinelli in Quel che resta dell’anima (Rizzoli), un vero e proprio viaggio attraverso la tradizionale idea di anima e i suoi molteplici aspetti nel corso dei secoli. Un viaggio anche attraverso le parole, soprattutto quelle così cariche di significati da rendere ogni conversazione faticosa e spesso confusa. Sono le parole che Boncinelli chiama «parole-interruttore», quelle che ci trascinano in una nebbia di frasi fatte e pregiudizi, che non riescono a scrollarsi di dosso il peso ideologico e che attivano in noi reazioni immediate e poco razionali.
«Anima» è certamente una di queste, ma è in buona compagnia: coscienza, mente, razionalità, identità, emozione, informazione, pensiero. Sono termini che usiamo tutti i giorni e che richiedono una opera di pulizia semantica, se vogliamo procedere nella discussione senza inciampare in ostacoli insormontabili.
Nel cammino intorno all’anima si incontrano innumerevoli rompicapi, molti dei quali resi ingombranti dallo sviluppo delle neuroscienze. Ciò che oggi sappiamo ha reso irrimediabilmente superflua la nozione di anima e ha segnato definitivamente la fine del dualismo tra mente e corpo – o tra anima e corpo.
Eppure la credenza che ci sia qualcosa di superiore e non riducibile al nostro corpo è ostinata e diffusa, in parte per ragioni psicologiche. È figlia della nostra tentazione di non rassegnarci di fronte all’inspiegabile, di volerlo ammantare, innalzare al livello «dell’Immaterialità Suprema». Scrive Boncinelli: «È questa riposante immersione in regioni prelogiche che si conquista la nostra predilezione. Oltre che a subirne il fascino, tendiamo di solito anche a ritenere più profondo ciò che è più ambiguo e polisemico, fino a considerare mistico ciò che è spesso solo confuso e contraddittorio». Se aggiungiamo la tendenza a spiegare e interpretare i fenomeni con strumenti che ci sono familiari e a propendere per una interpretazione finalistica, ci rendiamo conto di quanto sia complessa e faticosa la strada per ripulire termini e concetti.
In un mondo che rifiuta spiegazioni magiche e religiose, la sfida è quella di costruire ipotesi esplicative senza invocare un deus ex machina. A volte anche quella di saper rinunciare momentaneamente alla ricerca.
A questo proposito Boncinelli ci ricorda l’avvertimento del grande fisico Erwin Schrödinger: il pericolo più grave di ricorrere a spiegazioni insoddisfaventi non è tanto quello di dire bugie, ma quello di sopprimere l’esigenza di cercarne una accettabile.
Tra le questioni più complesse e controintuitive c’è senza dubbio quella riguardante la nostra volontà e libertà decisionale. Se in un mondo fisico i nostri immateriali stati mentali sono causati da quelli cerebrali, e se è il nostro cervello a decidere, cosa rimane del libero arbitrio? Sono questioni su cui i filosofi della mente e i neuroscienziati si interrogano da tempo. Boncinelli propone una riflessione interessante: «Se il mio io si estende a tutto il mio corpo, allora non c’è dubbio che a decidere sono sempre io, ovviamente in assenza di coercizioni esterne. Paradossalmente, se invece l’io è inteso come un’istanza immateriale di natura autoreferenziale e distinta dal corpo stesso, l’anima appunto, allora l’esistenza del libero arbitrio è messa seriamente in dubbio dalle indagini sperimentali».
Rimane il fatto che la sovradeterminazione causale è un nodo difficile da sciogliere, ma è indubbio che il primo passo debba essere quello di charire i termini e le condizioni della nostra ricerca e dei dibattiti, troppo spesso soffocati da stratificazioni di malintesi e di equivoci».

... (continua)



[1] Cf. C. Lalli, «L’anima? È solo un’illusione», in: Il Corriere della Sera, Terza Pagina, giovedì 6 settembre 2012, pag. 41.

[2] Cf. E. Boncinelli, Quel che resta dell’anima, Rizzoli, Milano (settembre) 2012, pagine 165, 18 euro.

[3] Cf. G. Ravasi, Breve storia dell’anima, Mondadori, Milano 2003. Il capitolo VIII va dalla pagina 289 alla 320.

[4] Cf. Walter Glannon, Brain, Body, and Mind. Neuroethics with a Human Face, Oxford University Press, New York 2011, pp. 225.
[5] Cf. M. C. Amoretti, La mente fuori dal corpo. Prospettive esternaliste in relazione al mentale, FrancoAngeli, Milano 2011.

1 commento:

  1. andava meglio quando andava peggio Emilio Calardo

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