mercoledì 8 maggio 2013

8 MAGGIO 2013: NEUROETICA A PADOVA (I)

Quest’oggi dalle 14:30 circa alle 18:10 ho potuto seguire via streaming da Roma l’apertura a Padova della V edizione dell’interessante Convegno di Neuroetica, dal titolo “Neuroetica. Nascita di una disciplina dai laboratori alla vita quotidiana”.
Bisogna ringraziare la tecnologia al servizio di una più ampia diffusione della conoscenza. Purtroppo quest’anno non potrò parteciparvi di persona come ho fatto nel 2011 e 2012.
Ne riporto una breve sintesi con qualche commento personale.
Dopo il saluto del Magnifico Rettore, il dottor Andrea Lavazza, uno degli organizzatori e promotori dell’evento, ha apertura i lavori e ringraziato coloro che lo hanno reso possibile.
Questa prima sessione dedicata alle Neuroscienze sociali, è stata moderata dal professor Umberto Castiello dell’Università di Padova.
Il primo intervento, dal titolo: Attitudine prosociale e risposta empatica nelle neuroscienze sociali è stato curato dalla dottoressa Michela Balconi dell’Università Cattolica di Milano. Quest’intervento ha sottolineato l’importanza delle componenti emotive-empatiche sul comportamento prosociale, definito quale azione umana in vista di un beneficio non proprio, ma altrui. Il comportamento prosociale è il mettere in atto, in forma  deliberata  e libera, una condotta in favore dell’altro simile a sé, indipendentemente dal vantaggio personale che ne può derivare. È stato sottolineato come in questi comportamenti intervengano componenti non materiali e psicologiche il cui contesto di riferimento è culturale. Il concetto di prosocialità viene ricondotto al concetto di decisione in ambito morale (inteso quale ambito di condivisione di valori in vista dell’azione da scegliere e intraprendere) e viene correlato e relazionato in letteratura scientifica con concetti quali quelli di empatia ed emozioni.
Dall’esposizione è emerso il ruolo della corteccia laterale prefrontale e del neuropeptide ossitocina (l’ormone dell’attaccamento) all’interno sia dei comportamenti prosociali, che dell’empatia (intesa sia come la capacità di comprendere stati mentali ed emotivi altrui, sia come la capacità di provare le stesse emozioni o stati d’animo di un altro soggetto), sottolineando la problematica della distinzione tra i due epifenomeni.
Ricordo la notorietà che l’ossitocina ha in contesto neuroetico: Patricia Churchland ha fatto di lei la protagonista indiscussa del suo libro: Neurobiologia della morale.
La questione può venir riassunta in questa equazione:
Prosociality = Emphaty ?
Esiste un vero ruolo causale del comportamento prosociale o esso è solo un epifenomeno, prodotto indiretto della condotta empatica-emotiva?
Una serie di esperimenti neuroscientifici evidenziano l’intervento della corteccia prefrontale dorsolaterale che peraltro interviene nei processi empatici. Si dà una mescolanza di componenti: emotivi, empatici e cognitivi.
Insomma, per un filosofo familiarizzato con Aristotele e Tommaso d’Aquino si potrebbe sorridere ed integrare queste conferme ad un’antropologia unitiva, nella quale l’unico soggetto agente, la persona umana, nell’agire impiega una pluralità di componenti: dalle emozioni, al desiderio, delle pulsioni, alle passioni, dalla razionalità alla volontà.

Il secondo intervento è stato quello del professor Stefano Cappa dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dal titolo: Neuroetica e neuroeconomia. Argomento in sintonia con il convegno che ho organizzato e moderato lo scorso 7 marzo 2013 nel contesto della Settimana Mondiale del Cervello promosso dalla DANA Foundation (Brain Awareness Week) a Roma.
Il professor Cappa ha esordito affermando che: le “neurocose” sono cose serie!
Direi anch’io, per fortuna!
Inoltre il neuroscienziato milanese ha chiarito che la pretesa che alcuni sostengono che i neuroscienziati vogliano spiegare tutto è assurda. Anche questo rincuora.
Molta della ricerca in ambito neuroeconomico riguarda i processi decisionali a livello cerebrale. Ciò coinvolge: la raccolta delle informazioni, la valutazione delle diverse opzioni, segue la scelta dell’azione e, idealmente ad essa, segue la valutazione dell’esito della scelta. Quest’ambiente ideale fu definito bene dall’economia neo-classica, quella che Cappa ribattezza: il paperus economicus. In ambito neuroeconomico il contributo della componente neuroscientifica rispetto agli studi comportamentali è quello di poter correlare i fenomeni a livello comportamentale con patterns di attivazione a livello cerebrale. Su ciò i ricercatori formulano ipotesi per cercare di comprendere le differenze nelle risposte individuali. Sono stati citati alcuni studi nel settore tra i quali quelli di: Zak et al. 2009, che evidenziano che il testosterone ridurrebbe l’altruismo; Jensen et al. 2007; Singer et al. 2004, sui meccanismi a risonanza o a specchio coinvolti nell’empatia e, in particolare, sull’emozione complessa del rimpianto.
È importante, ha sottolineato il professor Cappa, non condannare a priori gli studi sul cervello. Vanno “condannati” solotanto, oserei dire, gli studi “cattivi” o mal condotti sul cervello. Basti tener presente le recenti evidenze riportate sulla rivista Nature e che riprenderò nei prossimi giorni.
Successivamente, è intervenuto il dottor Eraldo Paulesu dell’Università Milano Bicocca che ha parlato su: Il razzismo implicito per concludere con l’intervento del professor Giuseppe Sartori dell’Università di Padova, uno degli organizzatori e promotori dell’evento, dal titolo: Neuroscienze forensi.
Anche Sartori ha chiarito che non esiste una previsione univoca tra sintoma-struttura cerebrale-comportamento, rincuorando i molti dubbiosi circa un “neurodeterminismo” diffuso.

Nelle conclusioni di oggi è stato accennato al voler proporre, da parte delle neuroscienze, un’altra antropologia, una nuova antropologia.
Io personalmente sono convinto della necessità che ha l’antropologia filosofica odierna di aprirsi alle neuroscienze, pur conservando la propria identità e la propria specificità.

Domani riprenderanno le sessioni che possono seguirsi a questo link.

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