mercoledì 1 maggio 2013

NEUROBIOETICA – Numero monografico

Segnalo il numero monografico della Rivista della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Studia Bioethica, dedicato alla Neurobioetica.
Di seguito riporto l’editoriale dall’emblematico titolo: Neurobioetica: la persona al centro delle Neuroscienze che riassume la nascita e la mission del GdN, Gruppo di Ricerca in Neurobioetica.
Tutti gli articoli possono essere scaricati gratuitamente in formato PDF. A questo link il sommario.

Sul “chi” e “quando” del termine Neuroetica, suddivisa in Etica delle Neuroscienze e Neuroscienze dell’Etica da Adina Roskies nel 2002, esiste incertezza, ma lo stesso non può dirsi del suo quasi-sinonimo, Neurobioethics. Di esso, infatti, si conoscono autore e data: introdotto da James Giordano, neuroscienziato e neuroeticista statunitense nel 2005, il neologismo Neurobioethics «enfatizza l’importanza di riconoscere la natura spesso unica, ma iterativa, dell’informazione neuroscientifica quando vengono considerati i problemi bioetici specifici sorti in questo campo e nelle sue applicazioni» (J. Giordano).
In Italia, il termine Neurobioetica (che ne rappresenta la traduzione in lingua italiana, ma con significato e fini suoi propri) viene per la prima volta proposto ad alcuni studiosi e professionisti interessati alle questioni etiche, sociali e legali delle moderne neuroscienze, dal primo autore di questo editoriale, il 20 marzo 2009, durante un incontro informale svoltosi all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
L’esigenza di una Neurobioetica era da noi sentita da tempo: il delimitare, cioè, all’interno della sempre più complessa e vasta disciplina della Bioetica, nella visione personalista da noi coltivata, un settore di indagine distinto ma non separato dagli altri, che ne mantenesse pressoché inalterati i due pilastri, cioè la metodologia interdisciplinare e la base personalistica.
Così è stato costituito il Gruppo di Studio e Ricerca sulla Neurobioetica (GdN), in seno all’Istituto Scienza e Fede e alla Cattedra UNESCO di Bioetica e Diritti Umani, dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
È vero che le neuroscienze rappresentano un settore di “moda” e quasi “spettacolarizzato”, all’interno del vasto panorama scientifico (qualcuno parla di “neuro-mania” o di “neuro-ubiquità”). Ma non c’è dubbio che alcune nuove acquisizioni derivanti dallo studio del sistema nervoso e i progressi tecnologici che a esse fanno riferimento e si collegano, abbiano dato origine a una nuova realtà complessa e importante, per la quale è richiesta una preparazione etica attenta e approfondita circa le potenziali influenze, non sempre positive, sugli individui e sulla società. Soprattutto, a noi è sembrato che le neuroscienze ci stessero aspettando a un bivio per sollecitarci a riflettere (con la prudenza di cui, come bioeticisti, dobbiamo fare buon uso), su come noi stessi, sia individualmente sia come gruppi all’interno delle nostre società, possiamo avvantaggiarci o, al contrario, impoverirci dall’uso e dalle applicazioni che facciamo e faremo delle scoperte che provengono dalle neuroscienze. Quindi, sulla necessità di operare scelte capaci di realizzare una formazione adeguata in questi ambiti.
La seguente considerazione può aiutarci, forse, a comprendere meglio lo specifico della Neurobioetica: la direzione che le moderne neuroscienze, facilitate anche dagli sviluppi tecnologici (basti pensare alla modalità di immagine non invasiva nota come RMN fun- zionale, che permette di determinare il grado di attivazione di aree cerebrali durante l’esecuzione di compiti specifici, e quindi, i primi passi verso la pur sempre parziale esplorazione della “mente”; oppure all’interfacciamento cervello/computer, all’uso di sostanze farmacologiche ai fini di “potenziamento cognitivo”, ecc.) hanno intrapreso, non si limita più all’approfondimento delle cause di malattia o allo sviluppo di nuove terapie, ma si allarga a campi d’indagine che fino a pochi anni fa erano un esclusivo dominio delle scienze umane e sociali (per es. la libertà, la coscienza, la cognizione e i giudizi morali, la “mente” umana appunto, ecc.). Questo cambiamento di paradigma nelle ricerche sul cervello sembra una strada senza ritorno: laddove si produce maggiore conoscenza e si penetra in terre inesplorate - e in questo le neuroscienze sembrano inarrestabili - sorgono, accanto alla soluzione di vecchi, problemi nuovi e, spesso, inquietanti interrogativi etici. Inoltre, la riflessione e l’agire etico divengono indifferibili perché il rischio di pericolose derive tende ad aumentare. La questione del rapporto mente-cervello-corpo (il cosiddetto mind-body-problem degli autori anglosassoni) non è una semplice speculazione o un astrattismo privo di significato o finalità: collocare la “mente” non esclusivamente nei circuiti cerebrali ha, infatti, importanti ripercussioni.
Il nostro approccio neurobioetico vuole per l’appunto accogliere la sfida delle moderne neuroscienze e lo fa proponendo questo numero monografico di “Studia Bioethica”.
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Motivi di spazio non ci hanno consentito di coprire tutti i settori delle neuroscienze, le cui implicazioni e ricadute costituiscono l’abituale humus dei neurobioeticisti. In questo numero di “Studia Bioethica” abbiamo cercato di esaminare alcuni temi, questioni e argomenti, solo in apparenza distanti; essi, infatti, dimostrano di avere in comune uno spazio dove neuroscienze ed etica s’incontrano e sovrappongono. Temi, questioni e argomenti sono affrontati in un modo nuovo che li rende singolari rispetto ad altri apparentemente simili di cui è intessuta la trama della più nota Neuroetica. Tale novità risiede nei fondamenti stessi della Neurobioetica, di cui si è parlato all’inizio e cioè la sua interdisciplinarietà (comune anche alla Neuroetica) ma soprattutto, e in modo del tutto originale e necessario secondo noi, nella centralità che la persona umana occupa nei nostri sforzi conoscitivi e nelle applicazioni delle scoperte provenienti dalle neuroscienze.
Speriamo di aver assolto adeguatamente il compito di introdurre e spiegare la neurobioetica ai nostri lettori.

Adriana Gini e Gonzalo Miranda, L.C.

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