martedì 11 giugno 2013

MORTE UMANA: tra donazione di organi e riflessione bioetica (I)

Ieri, lunedì 10 giugno, sul portale di UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali) è stato pubblicato il mio ultimo contributo intitolato: Morte Umana: tra donazione di organi eriflessione bioetica.

Riporto oggi la prima parte.



Morte umana: tra donazione di organi e riflessione bioetica

Alberto Carrara, LC

È considerata “il caso serio della vita”. La morte umana si presenta in tutta la sua drammaticità nello sradicamento dell’uomo da se stesso, nel distaccamento dagli altri e dal mondo. La morte è un enigma a cui nessuno può prescindere, è una frontiera che tutti dovremmo attraversare, è un limite, un  varco, un tunnel senza scappatoie.

Dal punto di vista medico, la morte è la fase estrema dei cosiddetti “disordini della coscienza”, il confine della vita. Definire i confini vuol dire sapere con certezza fino a dove l’intervento umano può spingersi, togliendo il rischio di toccare posizioni aberranti o pericolose per la dignità dell’uomo.

Una volta i latini dicevano “in medio stat virtus”. E in effetti, questo proverbio popolare torna utile nell’odierno dibattito, spesso acceso e spesso anche poco scientifico, che concerne il problema relativo alla morte umana e la possibilità dell’espianto degli organi per la donazione.

Due sono le posizioni pericolose che costituiscono gli estremi del moto di oscillazione del pendolo di questo dibattito: in un estremo, la posizione di coloro che negano la possibilità che la scienza medica possa affermare un criterio che indichi la già avvenuta morte della persona umana e che apre la possibilità effettiva della donazione di organi vitali singoli; all’estremo opposto, coloro che rendono talmente soggettivo il criterio, da proporre l’espianto di organi vitali da persone umane ancora in vita.  

In quest’ambito della riflessione bioetica si era consolidato, per la maggior parte, un diffuso consenso e una pacifica convergenza tra posizioni che si richiamano all’ambito prettamente cattolico e quelle che, invece, si definiscono “bioetiche laiche”. Entrambe, considerano il “criterio di morte cerebrale”, proposto per la prima volta più di quarant’anni fa a partire dal noto “rapporto di Harvard”, con le sue opportune evoluzioni medico-diagnostiche, quale indice oggettivo che stabilisce con la sufficiente certezza morale l’avvenuta morte della persona umana.

A riaccendere e ad esasperare gli animi sono le posizioni estreme, quelle più spinte.

Come spesso accade, basta poco per agitare nuovamente le acque di questa situazione. Su questo tema, per coloro che volessero approfondire il confronto tra posizioni meno estreme, consiglio gli articoli del numero monografico della Rivista Studia Bioethica: La morteencefalica: un confronto, vol. 2, n. 2 del 2009 [1].

Da una parte, persistono i detrattori del “criterio di morte cerebrale” (o “criterio di morte encefalica”, per essere più precisi), appellandosi a più riprese, spesso con metodi poco civili e scientifici che sfociano in un vero e proprio “terrorismo psicologico”, a casi poco caratterizzati portati alla ribalta sensazionalistica dalla cronaca. Si consideri a tal proposito il caso di Zach Dunlap, giovane di 21 anni, di Oklahoma City, messo in luce nel marzo 2008 [2]. Zach fu dichiarato “morto” dopo due scansioni al cervello, è quello che si sostenne. I test eseguiti assicuravano che non vi era nessun flusso ematico nella zona encefalica, il quadro clinico soddisfaceva tutti i requisiti medico-legali richiesti per la “morte celebrale”, almeno apparentemente. Dopo 36 ore di “brain death” fu disposto l’espianto degli organi. “Invece Zach si è risvegliato”, esclamano con trionfo alcuni. Certo, trionfo della vita che mai era venuta meno. Alcuni hanno parlato di miracolo, ma è proprio la scienza a dirci come sono andate le cose.

In primo luogo, vi sono alcune domande doverose su questo racconto che bisogna porsi: non si capisce bene come sia stata accertata la morte cerebrale per Zach. Sembra solamente attraverso due esami che valutavano il flusso ematico a livello cerebrale. Altri dubbi sorgono in quanto, prima dell’espianto effettivo, sarebbero stati ripetuti ulteriormente gli esami, quindi, si deduce, non era stata dichiarata la morte cerebrale. I medici cioè non ne erano ancora certi. In effetti poi lo hanno verificato: Zach non era morto. 

Il fatto che, col senno di poi, ora qualche medico affermi che la diagnosi era corretta, quella cioè di morte cerebrale, non significa molto (così ci si previene da eventuali risarcimenti e denunce); inoltre, il fatto che la famiglia di Zach creda al buon operato dei medici può rispecchiare il fatto che i genitori vogliano sostenere e credere in un miracolo.

Il dato scientifico è ovviamente quello di una scorretta diagnosi di morte cerebrale. In effetti, bisogna considerare eventi quali la “penombra ischemica” ed altri ancora che possono alterare i risultati dei test emodinamici[3]. Questi non possono certo essere i soli criteri per una corretta diagnosi di morte cerebrale che se eseguita in modo professionale e rigoroso è segno dell’avvenuta morte della persona umana[4].
Altro caso sensazionalistico, in cui mai fu dichiarata la “morte cerebrale”, fu quello di Carina Melchior, 19 anni, che sconvolse l’intera Danimarca.

..... (continua la seconda parte)


[2] Numerosi sono i siti che riprendono questa notizia, come i video che la descrivono. Tutti sottolineano e si soffermano sul sensazionalismo e sugli aspetti emotivo-drammatici. Si parla spesso di “risorgere dalla morte cerebrale” come fa questo video: www.youtube.com/watch?v=zwuzex-aiVE, si parla anche di “miracolo”.
[3] H. B. van der Worp (at al.), «Acute Ischemic Stroke», NEJM 357 (2007), pp. 572-579.
[4] Su quest’argomento consiglio vivamente la lettura del 6° capitolo del seguente libro: R. Lucas Lucas, Antropologia e problemi bioetici, San Paolo, Cinisello Balsamo (milano) 2001, pp. 119-158. 

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