giovedì 22 agosto 2013

A. Carrara, Editoriale: LA COSCIENZA TRA MENTE E CERVELLO (II)

Pubblichiamo oggi l'Editoriale del numero monografico della Rivista Studia Bioethica (Vol. 5, n. 3, 2012) relativo al convegno BAW (Brain Awareness Week) 2012: La coscienza tra mente e cervello, firmato dal nostro direttore esecutivo, il prof. Alberto Carrara, L.C.

«L’applicazione sempre più rapida ed immediata all’uomo delle scoperte neuroscientifiche, frutto dell’abbondante ricerca che mira a decifrare i misteri del cervello e della mente umana, ha fatto sorgere nell’opinione pubblica sentimenti spesso antitetici. In quasi tutti i contesti socio-culturali, il suffisso “neuro” sta trovando largo impiego e successo per le finalità più svariate: dal vendere al convincere. Si parla già di neuro-mania, neuro-fobia e di neuro-filia.



Le immagini di risonanza magnetica fanno già parte della cultura d’ogni giorno: termini come PET (tomografia ad emissione di positroni) o risonanza magnetica funzionale (fRMN) sono parte integrante della nostra memoria, li abbiamo uditi ed ascoltati ripetutamente per radio, in televisione, li abbiamo letti su Internet nelle circostanze più disparate. In questo contesto è sorta la pseudo-disciplina denominata neuroetica o neurobioetica che ha “festeggiato” in quest’anno 2012, il suo decimo anniversario dalla “nascita”.


Il termine neuroetica appare nella letteratura scientifica sin dal 1989 in un contesto prettamente bioetico riguardante le decisioni sul fine vita. È il neurologo R. E. Cranford che in un articolo scientifico del 1989 utilizza l’accezione “neuroeticista” sancendo l’ingresso dei neurologi all’interno dei comitati etici ospedalieri. In ambito filosofico, questo neologismo entra in scena per la prima volta nella discussione circa le prospettive filosofiche riguardanti il sé (Self) e il suo legame-rapporto col cervello. È la filosofa P. S. Churchland ad affrontare le “neuroethical questions” in una sua conferenza a fine novembre del 1990. Nonostante il concetto neuroetica fosse già ventilato in diversi ambiti del sapere, la “paternità” del neologismo viene attribuita storicamente alla prima definizione “canonica” risalente al maggio 2002. In questa data, a San Francisco (USA), si tenne il primo congresso mondiale di esperti intitolato: “Neuroethics: mapping the field”. In tale contesto, William Safire, politologo del New York Times recentemente scomparso, suggerì la seguente definizione contemporanea di neuroetica definendola: quella parte della bioetica che si interessa di stabilire ciò che è lecito, cioè, ciò che si può fare, rispetto alla terapia e al miglioramento delle funzioni cerebrali, così come si interessa di valutare le diverse forme di interventi e manipolazioni, spesso preoccupanti, compiuti sul cervello umano. È perciò il 2002 che si considera l’anno fondativo della neuroetica e gli atti delle conferenze di San Francisco segnano la nascita di questa nuova pseudo-disciplina e ne sono l’emblema e il punto di riferimento privilegiato.

Il termine neurobioetica, che invece vuol sottolineare la centralità della persona umana in ambito di ricerca neuroscientifica, è stato coniato ed utilizzato per la prima volta nel 2005 dal neuroscienziato James Giordano. Il 10 marzo del 2009, presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, sorse il Gruppo di Neurobioetica, una realtà costituita da professionisti e studiosi provenienti da diversi ambiti che attraverso una metodologia di approccio pluri e interdisciplinare affrontano sia le questioni etiche delle Neuroscienze, come pure le Neuroscienze dell’etica.
Uno degli argomenti di frontiera in quest’ambito di ricerca è quello relativo ai cosiddetti “stati di coscienza”. Il problema della coscienza è in primo piano tra le questioni oggi più dibattute nell’ambito della medicina, delle neuroscienze, della psichiatria e della filosofia. Se la scienziata e premio Nobel Rita Levi Montalcini la definisce «tra le proprietà più sorprendenti e affascinanti del cervello umano», cioè quello «stato di consapevolezza della nostra esistenza come entità individuale, che implica il riconoscimento delle proprie azioni e del susseguirsi temporale e sequenziale», numerose sono le definizioni di coscienza, quante sono le discipline che la studiano dalle più diverse prospettive. L’irriducibilità di questa peculiarità della specie umana che è la coscienza personale, è stata recentemente messa in luce da un libro inedito del famoso filosofo della mente Thomas Nagel che da poco ha esordito con un’opera intitolata: Mind and Cosmos. Why the Materialist Neo-Darwinian Conception of Nature Is Almost Certainly False, opera pubblicata dalla Oxford University Press.

Oggi è quanto mai necessaria una riflessione profonda sulla “coscienza”, orientata al discernimento e all’integrazione dei diversi sensi di questa straordinaria capacità umana.
Proprio a tale scopo il 15 marzo 2012 a Roma si è svolto uno degli eventi italiani più partecipati nell’ambito della Settimana Mondiale del Cervello, la Brain Awareness Week (BAW) 2012 che ha cercato di offrire ad un pubblico non esperto, a livello divulgativo, un approccio interdisciplinare al problema della coscienza umana. “La coscienza tra mente e cervello” è il titolo scelto per quest’evento che ha connesso più di “530 cervelli” sia presso la sede dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, come pure presso le sedi in videoconferenza di quattro città italiane: Noto, Bologna, Cagliari e Brindisi. Promosso dalla The Dana Alliance for Brain Initiative, membri delle seguenti istituzioni accademiche: Scuola Internazionale di Specializzazione con la Procedura Immaginativa (SISPI), Facoltà di Bioetica e Gruppo di ricerca italiano in Neurobioetica (GdN) dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, sono stati coinvolti all’interno di un workshop dinamico e partecipato. Si è trattato di una tavola-rotonda tra esperti in dialogo con un pubblico di “non addetti ai lavori”. L’argomento centrale è stato quello relativo alla coscienza tra mente e cervello: aspetti filosofici, bioetici, psicodinamici e clinici a confronto. Il concetto filosofico e le basi neurobiologiche della coscienza sono stati discussi, insieme con le relative implicazioni bioetiche e con approcci psicodinamici alla modifica del contenuto della coscienza.


La numerosa partecipazione e l’alto livello accademico raggiunto, hanno contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica sui progressi e benefici della ricerca sul cervello. L’obbiettivo comune alla Dana Foundationè stato raggiunto. Sono lieto, quale organizzatore dell’evento (insieme all’amico dottor Alberto Passerini, direttore della S.I.S.P.I.) e membro del Gruppo di Neurobioetica, di aver celebrato questa importante settimana e aver promosso, all’interno della società italiana, la consapevolezza sullo stato dell’arte sulle riflessioni e ricerche che coinvolgono il cervello.

Questo numero monografico della rivista Studia Bioethica della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum raccoglie i contributi degli accademici e professionisti intervenuti all’evento e vuol esserne una sintesi proficua che attesta l’interdisciplinarietà possibile e necessaria in quest’ambito della neuroetica.
Insieme a tutti i relatori, dedichiamo questo numero monografico alla memoria del professor
Bruno Callieri, ispiratore e maestro che avrebbe dovuto partecipare all’evento.
I relatori intervenuti hanno trattato le principali problematiche ed implicazioni filosofiche, mediche, neuroscientifiche e bioetiche della ricerca sugli stati di coscienza e sono stati nell’ordine: la professoressa Angela Ales Bello (filosofa), il professor Alberto Carrara (filosofo), la dottoressa Paola Ciadamidaro (medico), il dottor Riccardo Fesce (neuroscienziato), la dottoressa Flavia Valtorta (neuroscienziato) e il dottor Alberto Passerini (psichiatra).

È questo un esempio di approccio integrativo tra ricerca medica e riflessione filosofica utile a favorire il confronto e un serio dibattito, oltre che ad integrare i saperi e le loro applicazioni nei confronti della persona umana che si caratterizza sempre, anche quando fragile, malata o prossima alla morte naturale, quale unità-totalizzante di dimensioni biologiche, psicologiche, sociali e spirituali».

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