lunedì 16 settembre 2013

RUBRICA DEL LUNEDÌ: Storia della Neuroetica (1)

Storia della Neuroetica: se ha una storia, è una disciplina, è il titolo emblematico dell’approfondimento-rubrica che inizia oggi e che proseguirà ogni lunedì su questo blog specialistico N&N (Neuroetica & Neuroscienze).

L’applicazione sempre più rapida ed immediata all’uomo delle scoperte neuroscientifiche, frutto dell’abbondante ricerca che mira a decifrare i misteri del cervello e della mente umana, ha fatto sorgere nell’opinione pubblica sentimenti spesso antitetici. In quasi tutti i contesti socio-culturali, il suffisso “neuro” sta trovando largo impiego e successo per le finalità più svariate: dal vendere al convincere. Si parla già di neuro-mania, neuro-fobia e di neuro-filia....



Le immagini di risonanza magnetica fanno già parte della cultura d’ogni giorno: termini come PET (tomografia ad emissione di positroni) o risonanza magnetica funzionale (fRMN) sono parte integrante della nostra memoria, li abbiamo uditi ed ascoltati ripetutamente per radio, in televisione, li abbiamo letti su Internet nelle circostanze più disparate.

In questo contesto è sorta la pseudo-disciplina denominata neuroetica o neurobioetica che ha “festeggiato” in quest’anno 2012, il suo 10° anniversario dalla “nascita”.

Il termine neuroetica appare nella letteratura scientifica sin dal 1989 in un contesto prettamente bioetico riguardante le decisioni sul fine vita. È il neurologo R. E. Cranford che in un articolo scientifico del 1989 utilizza l’accezione “neuroeticista” sancendo l’ingresso dei neurologi all’interno dei comitati etici ospedalieri1. In ambito filosofico, questo neologismo entra in scena per la prima volta nella discussione circa le prospettive filosofiche riguardanti il sé (Self) e il suo legame-rapporto col cervello. È la filosofa P. S. Churchland ad affrontare le “neuroethical questions” in una sua conferenza a fine novembre del 19902Nonostante il concetto neuroetica fosse già ventilato in diversi ambiti del sapere, la “paternità” del neologismo viene attribuita storicamente alla prima definizione “canonica” risalente al maggio 2002. In questa data, a San Francisco (USA), si tenne il primo congresso mondiale di esperti intitolato: “Neuroethics: mapping the field”. In tale contesto, William Safire, politologo del New York Times recentemente scomparso, suggerì la seguente definizione contemporanea di neuroetica definendola: quella parte della bioetica che si interessa di stabilire ciò che è lecito, cioè, ciò che si può fare, rispetto alla terapia e al miglioramento delle funzioni cerebrali, così come si interessa di valutare le diverse forme di interventi e manipolazioni, spesso preoccupanti, compiuti sul cervello umano3. È perciò il 2002 che si considera l’anno fondativo della neuroetica e gli atti delle conferenze di San Francisco segnano la nascita di questa nuova pseudo-disciplina e ne sono l’emblema e il punto di riferimento privilegiato. Il termine neurobioetica, che invece vuol sottolineare la centralità della persona umana in ambito di ricerca neuroscientifica, è stato coniato ed utilizzato per la prima volta nel 2005 dal neuroscienziato James Giordano. Il 10 marzo del 2009, presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, sorse il Gruppo di Neurobioetica, una realtà costituita da professionisti e studiosi provenienti da diversi ambiti che attraverso una metodologia di approccio pluri e interdisciplinare affrontano sia le questioni etiche delle Neuroscienze, come pure le Neuroscienze dell’etica.

Questo approfondimento-rubrica Storia della Neuroetica: se ha una storia, è una disciplina, inizia oggi a prendere in considerazione lo sviluppo e la storia della neurobioetica.


Introduzione: il contesto della nascita della Neuroetica a seguito degli ingenti sviluppi della tecnica associati ai paralleli progressi della conoscenza medica nell’ambito neurologico.

In primo luogo, inizio con qualche chiarimento terminologico, breve, ma necessario per collocare gli argomenti salienti della Neuroetica.

Con il termine Neuroscienze si designa una grande famiglia di discipline biomediche afferenti a quella branca della medicina classica che è la Neurologia e che si propongono lo studio del funzionamento del sistema nervoso, in particolare, la caratterizzazione sotto molteplici aspetti, del nostro “meraviglioso” e unico organo direttivo: il cervello. Oltre alle specializzazioni tradizionali e “storiche” afferenti a quest’ambito della medicina, quali la neurologia, la neurochirurgia, la psichiatria e la psicologia, oggigiorno vanno acquisendo sempre più importanza nuove discipline, tra cui la neurogenetica, la neurobiologia, la neuroradiologia o neuroimaging, che stanno letteralmente aprendo, da quanche decade, scenari scientifici e culturali prima inimmaginabili4.

Risulta indifferente l’uso del termine singolare, Neuroscienza, o al plurale, Neuroscienze, per indicare la scienza medica-empirica che studia il sistema nervoso (centrale e periferico), e che comprende sia la scienza biologica che ne analizza la morfologia e la fisiologia, come pure l’analisi delle connessioni e comunicazioni a livello del tessuto neuronale, sia in condizioni sane (di particolare interesse oggigiorno risultano gli ambiti di ricerca relativi alla rigenerazione cerebrale, alla ristrutturazione del tessuto e della plasticità cerebrale), sia nei diversi quadri patologici, neurodegenerativi, traumatici, etc.5

Un importantissima nota caratteristica delle Neuroscienze è il loro carattere interdisciplinare che emerge sin dal loro nascere e che, oltre ad accompagnare il loro sviluppo, costituisce una notevole causa del loro progresso e successo contemporaneo.

........................ (continua lunedì prossimo)



1 Cf. R.E. Cranford, «The Neurologist as Ethics Consultant and as a Member of the Institutional Ethics Committee. The Neuroethicist », Neurologic Clinics 7 (1989), 697-713.
2 Cf. P.S. Churchland, «Our brain, our selves – Reflections on neuroethical questions», in: D.J. Roy – B.E. Winne – R.W. Old (a cura di), Bioscience-Society: Report of the Schering Workshop, Berlin 1990, November 25-30, Wiley and Sons, New York 1991, 77-96.
3 Cf. W. Safire, «Visions for a new field of “neuroethics”», in: S. Marcus (ed.), Neuroethics: Mapping the Field. Conference Proceedings, Dana Press, New York 2002, 3-9.

4 Cf. M. Gandolfini – A. Conti, «Neuroscienze e neuroetica: riflessioni scientifiche e correlati bioetici», Medicina e Morale 2 (2011), 263.
5 Cf. J. M. Giménez Amaya – S. Sánchez-Migallón, De la Neurociencia a la Neuroética. Narrativa científica y reflexión filosófica, Eunsa, Navarra 2010, 17; tutte le traduzioni dallo spagnolo sono mie. 

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