giovedì 10 ottobre 2013

Neuroetica nella definizione dell'Enciclopedia Treccani

di Riccardo Carrara

Continuiamo l'approfondimento del concetto di neuroetica. Da un lato stiamo esplorando la storia di questa nuova disciplina nella rubrica apposita che è ormai arrivata al terzo appuntamento (inseriamo di seguito i link inerenti: 1, 2, 3); dall'altro stiamo cercando di analizzare, seppur in breve, le varie definizioni e le citazioni del termina neuroetica nei libri e nei manuali.

Come può essere definita la neuroetica? In molti si interrogano su questo quesito e tentano di dare un risposta che possa essere il più esaustiva possibile. Considerando che questa nuova "disciplina", se così possiamo chiamare, ha una storia di qualche decennio, si può comprendere la difficoltà nel trovarne una definizione univoca.

Cerchiamo di analizzare quanto possiamo leggere dall'edizione online dell'Enciclopedia Treccani (già abbiamo riportato le tre citazioni del termine neuroetica nell'omonimo Dizionario di medicina in un precedente post).

Da quanto possiamo apprendere, leggendo il Vocabolario online della Treccani, ci troviamo subito davanti al termine "neologismo", ossia una parola o locuzione nuova, non appartenente, precedentemente, al lessico di una lingua, che solitamente scaturisce dalla composizione di parole già presenti e utilizzate.  La creazione di neologismi risponde ad una necessità: esprimere concetti nuovi, denominare o qualificare nuove cose. Ecco quello che è successo per il termine neuroetica, c'era il bisogno di definire qualcosa di nuovo che potesse racchiudere un concetto nascente e un'attuale necessità.

Nel Vocabolario della Treccani rileviamo tre punti: 

Il primo, definisce la neuroetica come: "Lo studio del comportamento etico sulla base dei progressi compiuti nell’ambito delle neuroscienze" e riporta come esempio l'organizzazione no profit Dana Alliance for Brain, che promuove la settimana mondiale sul cervello e che "ha dedicato il primo capitolo del suo rapporto annuale sui progressi delle neuroscienze ad un nuovo settore: la «neuroetica», vale a dire la riflessione sulle questione etiche sollevate dalle scoperte delle neuroscienze. Che, a differenza della filosofia, sembrano ad esempio capaci di offrire risposte concrete, e sufficientemente comprovate, agli interrogativi sui limiti del libero arbitrio (e quindi della responsabilità individuale) con conseguenze anche in sede legale."

Il secondo punto pone l'accento su una delle questioni oggi tema di riflessione della neuroetica, ponendo essenzialmente due domande: "Fin dov’è lecito potenziare la mente umana con la medicina?" e  "La conoscenza delle basi neuronali del comportamento, della personalità e della coscienza possono influenzare la nostra stessa idea di natura umana e del vivere in società?". Queste domande non possono essere lasciate senza risposta, perché sono già realtà e stanno proprio dietro l'angolo pronte ad uscire. 
Viene ricordata, inoltre, la domanda che si poneva il filosofo, politologo e diplomatico britannico Isaiah Berlin nel 1959, all'interno del suo magisterial essay intitolato John Stuart Mill and the End of Life e pubblicato, dieci anni più tardi, all'interno di Four essay on liberty: "Che fare di fronte alla pastiglia che ci possa far sentire sempre felici?"

Nel terzo punto, si prende in considerazione una definizione estrema, ossia quella di una disciplina grazie alla quale l'uomo potrà superare in qualche modo il se stesso odierno per arrivare a "prestazioni intellettuali superiori senza violare i dettami della scienza medica"
In questo concetto di neuroetica, contenuto nel libro di James Hughes «Citizen Cyborg: Why Democratic Societies Must Respond to theRedesigned Human of the Future» (Il cittadino cibernetico: perché la società democratica deve essere pronta a disegnare l’essere umano del futuro) non viene più preso in considerazione il giudizio morale o il comportamento etico, ma il rispetto delle leggi della scienza medica, al fine di migliorare la qualità della vita. 

Il Vocabolario ci ricorda, infine, che il termine neuroetica è composto da un confisso (neuro) e un sostantivo femminile (etica)
È utile al momento richiamare il significato di confisso, che è un elemento morfologico autonomo, solitamente di origine greca o latina, con un valore semantico pieno. Nel caso in questione il confisso neuro-, dal greco νεῦρον «nervo», viene impiegato come "primo elemento nella formazione di termini scientifici e tecnici, anche nelle forme grafiche neuri- nevro- e nevri-. L’accezione semantica con la quale è usato nel lessico specialistico della medicina fa riferimento a «nervo, nervoso, relativo al sistema nervoso», come in neuroanatomia, neurochirurgia e neurologia." Con l'avvento e lo sviluppo delle neuroscienze questo confisso ha avuto un notevole sviluppo, tanto da portare qualche autore a parlare perfino di neuro-mania o di neuro-millennio.

Approfondendo ulteriormente l'analisi del termine neuroetica, è interessante notare la spiegazione a cura di Claudio Buccolini tratta da Lessico del XXI Secolo della Treccani online.
In questo caso viene subito definita come una disciplina "nata dall’intento di orientare lo studio dell’etica sulla base delle acquisizioni e delle metodologie di indagine delle scienze neurofisiologiche".
Viene descritta una rapidissima digressione storica sull'apparente sviluppo del concetto, rilevando come agli inizi degli anni Novanta ci si proponeva di "individuare le basi neurali del comportamento degli agenti morali al fine di integrarne lo studio con quello delle questioni etiche", ma fu subito evidente il possibile esito naturalistico e riduzionistico con "una profonda, e, secondo alcuni interpreti, irreversibile perdita della responsabilità morale stessa". Ci troviamo di fronte al vecchio dilemma tra libero arbitrio e libertà, posti in una nuova veste. 

L'analisi di Buccolini prosegue, citando Libet e affermando che con esso ci fu un'ulteriore elaborazione dei concetti riguardanti la libera decisione e conclude facendo riferimento al neurofisiologo Gazzaniga che, insieme ad altri, sposta lo scopo della neuroetica e lo amplia. A questa nuova disciplina viene posta dinnanzi una meta ancora più vasta: "non soltanto di individuare i correlati neurologici delle pratiche morali, ma di trarre appunto da tale base orientamenti che consentano di risolvere dilemmi etici e bioetici".

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