giovedì 7 novembre 2013

Neurodiritto: in carcere si può insegnare neuroetica

di Riccardo Carrara 

"Passo subito attraverso i metal detector e lascio la mia patente. Mentre cammino attraverso tre ulteriori posti di blocco, mi sento claustrofobico, soprattutto quando le enormi porte scorrevoli di acciaio si chiudono dietro di me. Alla fine, entro nella biblioteca, una piccola stanza con qualche decina di libri. All'esterno, lungo il corridoio, circa 25 detenuti in filaVestiti di bianco, sono per lo più vecchi uomini neri. Tra loro ci sono cinque bianchi e quattro ragazzi. Per gli atti che hanno fatto, sono probabilmente qui a vita. Entrano tranquillamente e si siedono su sedie pieghevoli. Mentre appoggiato ad un tavolo, una guarda nera alta e smilza ci guarda". 

Questa è una parte del racconto che Gregory E. Pence, preside del dipartimento di filosofia dell'University of Alabama at Birmingham e direttore dell'Early Medical School Acceptance Program, descrive in un articolo dal titolo "Yes, one can teach neuroethics in prison". Gli incontri in carcere fanno parte di un progetto che sta seguendo direttamente, dove si parla di neuroetica ai carcerati della Donaldson Prison.

Le questioni affrontate da Gregory E. Pence con i carcerati sono temi etici che vanno dalla scansione al miglioramento cerebrale, all'uso dei farmaci, imaging, impianti e interazioni cervello-computer. Pence spiega ai prigionieri che i neuroscienziati sperano di utilizzare le scansioni fMRI per differenziare le verità dalle bugie, affermando che alcuni scienziati sostengono di poter scovare l'inganno con certezza.

In un primo momento i detenuti si dimostrano tranquilli, perché sanno come battere la macchina della verità, ma cosa accadrebbe se un nuovo sistema infallibile entrasse in carcere? Cosa succederebbe se veramente queste nuove tecnologie entrassero nei tribunali e  si iniziasse a scandagliare il cervello dei detenuti?

Con questo racconto, Gregory E. Pence mette in luce alcuni problemi etici. In primo luogo, il "mito della misura" o il "mito dell'imaging", ossia il fatto che ancora non abbiamo chiaro se effettivamente ci sia una correlazione certa tra l'area che si colora grazie ad un tracciante che scorre attraverso il cervello di un soggetto e mette in risalto una determinata area del cervello e la funzione che questo soggetto sta svolgendo. Pence fa l'esempio di un soggetto che sta mangiando un gelato: l'area che si attiva è collegata al fatto di mangiare un gelato, al pensare di mangiarlo, magari al fatto che il soggetto mentre sta gustando il gelato ricorda con piacere una vacanza indimenticabile... Pence arriva ad affermare che "Il vecchio problema filosofico delle "Altre Menti" esiste ancora, nonostante i nostri nuovi giocattoli in neurologia"

L'altra questione che solleva Pence è quella sul diritto di eseguire la scansione del cervello di un detenuto. Lo Stato o chi per esso può invadere la nostra mente alla ricerca di una mente criminale? È lecito farlo quando si ha davanti un sospettato di terrorismo? Si può eseguire questa scansione senza il consenso del soggetto? Esiste un diritto alla privacy cognitiva?

Pence crede fermamente nel diritto alla privacy cognitiva e che questa deve valere anche per i detenuti, arrivando ad affermare che "la scansione dei cervelli dei detenuti ha qualcosa a che vedere con Arancia Meccanica"

La conclusione dell'articolo è ancora più interessante perché arriva a mettere in relazione queste nuove neuroidee alla frenologia. "Dal 1810 al 1840, la frenologia, sostenuta dal medico tedesco Franz Joseph Gall, ha influenzato le persone. Presumibilmente, palpando i dossi su una testa, Galla potrebbe diagnosticare personalità, virtù o vizi. Oggi pensiamo che sono sciocchezze. Diversi libri, come Brainwashed: the seductive appeal of mindless neuroscience, mettono in guardia contro l'uso prematuro delle neuroscienze in aula. Sarebbe saggio ascoltare questi avvertimenti".

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