lunedì 30 dicembre 2013

Dono, mistero, paternità: la prima omelia domenicale a Padova!

Domenica 22 dicembre, Padre Alberto Carrara, LC ha celebrato la sua prima messa domenicale presso la Chiesa parrocchiale di Santo Stefano Re d'Ungheria a Padova. Concelebravano con Padre Alberto: il Vicario per la pastorale cittadina Mons. Prosdocimi, il parroco don Daniele (guanelliano), gli altri due guanelliani della parrocchia e Padre Alberto Zanetti dei Legionari di Cristo che lavorano a Padova. 

Presentiamo qui di seguito il testo integrale dell'omelia di Padre Alberto.



Venga il tuo Regno!

Domenica 22 dicembre 2013
PRIMA MESSA DOMENICALE A PADOVA – P. Alberto Carrara, LC
Chiesa Parrocchiale di Santo Stefano Re d’Ungheria, Padova – ore 11:00


DONO - MISTERO - PATERNITÀ

Sia lodato Gesù Cristo!
Buongiorno a tutti e buona domenica, IV a d’Avvento.

Sono contento di poter celebrare questa mia prima messa domenicale qui nella Parrocchia di Santo Stefano Re d’Ungheria con tutti voi, dopo essere stato ordinato lo scorso sabato 14 dicembre a Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano insieme ad altri 30 confratelli della Congregazione dei Legionari di Cristo.

Una settimana di sacerdozio mi è già letteralmente volata. L’esperienza è quella che il beato Giovanni Paolo II, prossimo “santo”, esprimeva con queste due paroline: “dono e mistero”. Effettivamente è così! Vorrei con voi in questa omelia, riprendere la liturgia di quest’oggi, Quarta domenica d’Avvento, in chiave sacerdotale. Cos’è il sacerdote? Meglio, chi è il sacerdote? Questa sarà la domanda a cui vogliamo rispondere. Per seguire la tradizione omiletica di Papa Francesco vi propongo tre parole chiave: DONO - MISTERO – PATERNITÀ.

DONO. Nella preghiera colletta, all’inizio di questa celebrazione abbiamo pregato così: “O Dio, Padre buono, tu hai rivelato la gratuità e la potenza del tuo amore, scegliendo il grembo purissimo della Vergine Maria per rivestire di carne mortale il Verbo della vita...”.  Non è forse il sacerdote questa “carne mortale”, spesso fragile, scelto tra gente comune, nella quotidianità di una vita normale, con le sue gioie e i suoi dolori, con la sua storia e con le sue cadute? Io sempre l’ho sperimentato in questo modo lungo questi 9 anni di preparazione (se si può dire che esista una preparazione degna per un dono così grande come il sacerdozio: Gesù che viene a nascere nel cuore di un uomo, Gesù che prende totalmente possesso di una sua creatura affinchè ancora una volta, nella storia umana, Lui stesso possa agire, possa parlare, possa perdonare, possa mostrare il volto di bontà e di misericordia del Padre). Ho vissuto i primi 22 anni della mia vita a Brusegana, in via Monterosso 23, mai avrei pensato che il Signore un giorno mi scombussolasse i progetti della mia vita fino a chiedermi di seguirlo più da vicino lungo questo cammino del servizio nel sacerdozio. E poi, in una realtà missionaria, contemplativa e attiva come la mia congregazione religiosa. Ma le vie del Signore, molto spesso, troppo spesso, non sono le nostre vie!

Ecco che la liturgia di oggi parlandoci del concepimento straordinario di Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo, ci parla del dono del sacerdozio. Come farebbe Dio, Cristo, ad agire nella storia concreta di oggi senza nascere di nuovo, senza “incarnarsi” nuovamente in una “carne mortale” come quella del sacerdote? Come farebbe a parlarci, come farebbe ad abbracciarci, come farebbe Gesù a dirci, come fa nel sacramento della riconciliazione, che ci perdona, senza una bocca umana, un cuore umano, una mano umana sollevata su di noi che ci assolve, che ci conforta, che ci parla del cuore di Dio Padre?

Questo è il sacerdote: dono grande che riflette la gratuità, la potenza sovrabbondante dell’amore di Dio per noi.

MISTERO. La seconda parolina chiave è quella di “mistero”. E il mistero è grande. Una sola settimana di sacerdozio e lo tocco con mano in ogni istante: uno si stente “usato”, “utilizzato” da un Altro con la “A” maiuscola; la realtà è che nel consacrare il pane e il vino, nell’assolvere i peccati, nel benedire, etc. si percepisce di non essere più se stessi, che c’è un Altro, Gesù che agisce in noi, su di noi, per noi. È il mistero dell’incarnazione di Dio che si degna di abbassarsi verso di noi peccatori per farci come Lui, santi.
Gesù continua a passare per le strade delle nostre parrocchie e chiama, invita, come fece con San Matteo, il pubblicano seduto al banco delle imposte; Gesù lo guardò e lo chiamò: “Seguimi”, ed egli si alzò e lo seguì (Mt 9,9). Nel sacerdozio che il Signore non si stanca di suscitare ecco la realtà concreta dell’Emmanuele, del Dio-con-noi che ci si fa vicino; ecco il “segno” venuto dall’alto, ecco la risposta al grido umano: “vieni, Signore Gesù, non lasciarci soli, non abbandonarci, non lasciarci orfani”.
E San Paolo nella seconda lettura chiarisce che l’essere sacerdote significa essere, in primo luogo, “chiamati”: “Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio...”, non siamo noi che scegliamo di “fare” il prete (in effetti non si “fa” il prete come se “fare il prete” fosse un mestiere, ma bensì si “è sacerdoti”, nel senso più profondo di una missione, di una vocazione che coinvolge tutta la persona, tutta la vita), è Gesù che misteriosamente sceglie: “prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”, dice Dio al suo profeta Geremia (Ger 1,5).

E la terza e ultima parola chiave: PATERNITÀ. Quanto abbiamo bisogno oggi di un Padre con la “P” maiuscola! Un padre come San Giuseppe, antitesi del re Acaz (della prima lettura che, ostinato, orgoglioso e superbo, sicuro di sé, non vuol dipendere da Dio e non si degna di chiedergli un “segno”, cioè non vuol essere “strumento” del Signore, in poche parole), mentre Giuseppe, il giusto d’Israele, si inginocchia, inginocchia la sua volontà e il suo giudizio umano a quello di Dio, come il sacerdote, come il prete che, destandosi dal sonno del mondo in cui è stratto, in cui ha vissuto e vive, giorno per giorno, sperimentando i suoi dubbi, le sue ferite e le sue fragilità, come lo stesso San Giuseppe provò, destandosi dal sonno, si alza, sempre, pronto a seguire non la sua volontà, il suo criterio, ma la volontà di Dio Padre. Solo così, nell’umiltà e nella verità di se stessi, il prete “accoglie e genera nello spirito con l’ascolto della parola e nell’obbedienza della fede” Cristo. Il prete è così “un nuovo Natale”!

E sacerdoti si è per essere riflessi di Dio, in modo specifico e concreto, per essere riflessi della paternità di Dio, per poter trasmettere la bontà, la misericordia, la tenerezza di un Dio che tanto ci ama, che fa i salti mortali per noi, per tutti noi, che non si stanca mai, come ci ricorda Papa Francesco, di perdonarci, di accoglierci, di abbracciarci, nonostante tutto.

Anche il sacerdote ha timori, preoccupazioni, difficoltà, dubbi, come vediamo San Giuseppe dal Vangelo. Ma nella vita di preghiera, nell’amministrare i sacramenti, nel celebrare la messa, Dio gli manifesta la sua paternità e gli ripete: “non temete, uomo di poca fede, io sono con te, abbi fede!”.

All’inizio del mio sacerdozio, vi chiedo di pregare per me affinchè io possa essere veramente questo strumento del Signore, questo padre per tutti! Grazie di cuore per le vostre preghiere e per il vostro sostegno.


Sia lodato Gesù Cristo!

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