mercoledì 1 gennaio 2014

2014, l’anno della Neurobioetica!

Pubblichiamo l’intervista al prof. P. Alberto Carrara, LC, Coordinatore del Gruppo di Ricerca in Neurobioetica (GdN) e Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani, all’inizio di questo nuovo anno 2014.


Professor Carrara, l’anno scorso su questo blog per i consueti auguri di inizio 2013 lei scriveva: “Auguro a tutti gli appassionati di neuroscienze, filosofia e neuroetica un sereno anno nuovo ricco di stimolanti esperienze e neuro-illuminazioni. Il 2013 che oggi inizia segna un anniversario speciale per la neuroetica che possiamo così riassumere: buon compleanno Neuroetica! A maggio la neuroetica compirà ufficialmente il 10° anniversario della sua “nascita”. Ma che cos’è la “neurobioetica”?

Innanzitutto un saluto a tutti i nostri lettori del portale Blog N&N – Neuroetica e Neuroscienze e a tutti gli appassionati di neuroscienze, buon anno nuovo!
Come ricordavo un anno fa, e lungo la serie di post sulla Storia della Neuroetica che ogni lunedì (a partire da metà 2013) sono usciti su N&N, il termine neuroetica appare già a livello di letteratura scientifica sin dagli anni 1989 in un contesto prettamente bioetico riguardante le decisioni di fine vita: è il neurologo R. E. Cranford che in un articolo scientifico del 1989 utilizza la denominazione “neuroeticista” sancendo l’ingresso dei neurologi all’interno dei comitati etici ospedalieri.......


In ambito filosofico, il termine entra in scena per la prima volta in considerazione delle prospettive filosofiche riguardanti il sé e il suo legame-rapporto col cervello: è la filosofa P. S. Churchland ad affrontare le “neuroethical questions” in una sua conferenza a fine novembre del 1990.

Nonostante il concetto stesso di neuroetica fosse già ventilato in diversi ambiti del sapere, la paternità del neologismo viene attribuita storicamente alla prima prima definizione “canonica” risalente al maggio 2002. In questa data a San Francisco (USA) si tenne il primo congresso mondiale di esperti intitolato: “Neuroethics: mapping the field”. In tale contesto, William Safire, politologo del New York Times recentemente scomparso, suggerì la seguente definizione contemporanea di neuroetica definendola quella parte della bioetica che si interessa di stabilire ciò che è lecito, cioè, ciò che si può fare, rispetto alla terapia e al miglioramento delle funzioni cerebrali, così come si interessa di valutare le diverse forme di interventi e manipolazioni, spesso preoccupanti, compiuti sul cervello umano.

È il 2002 che si considera l’anno fondativo della neuroetica e gli atti delle conferenze di San Francisco segnano la nascita di questa materia e ne sono l’emblema e il punto di riferimento privilegiato.

L’applicazione sempre più rapida ed immediata all'uomo delle scoperte neuroscientifiche, frutto certo dell’abbondante ricerca che mira a decifrare i misteri del cervello e della mente umana, ha fatto sorgere nell'opinione pubblica sentimenti spesso antitetici. Proprio dal loro carattere intrinsecamente “umano”, da questi sviluppi scientifici sorge la corrispondente riflessione etica, nasce cioè nella pratica, la neuroetica.

In quasi tutti i contesti socio-culturali, il suffisso “neuro” sta trovando largo impiego e successo per le finalità più svariate, dal vendere al convincere. Le immagini di risonanza magnetica fanno già parte della nostra cultura d’ogni giorno: termini come PET (tomografia ad emissione di positroni) o risonanza magnetica funzionale (fRMN) sono parte integrante della nostra memoria, li abbiamo uditi ed ascoltati ripetutamente per radio, in televisione, li abbiamo letti su Internet nelle circostanze più disparate.

Nel bel mezzo di una cultura postmoderna frammentata e superficiale, c’è bisogno di una buona dose di prudenza, intesa e capita come la corretta ragione (recta ratio) che si deve impiegare nell'agire e nel formulare conclusioni, specialmente se si tratta di aspetti esistenziali fondanti della persona umana. In poche parole, non è indifferente credere che sia il nostro cervello, e non noi stessi, colui che agisce, che ragiona, che formula giudizi. Tali credenze estrapolate senza alcun fondamento da un contesto scientifico moderno, pur rimanendo tali, hanno ripercussioni molto profonde e serie sul nostro agire, sulla nostra forma di relazionarci con gli altri e con noi stessi.

Al centro della neuroetica, come d'altronde di tutte le altre attività umane, non vi è il cervello, ma l’uomo. È la persona umana, e non il suo cervello come vorrebbero alcuni, colei che pensa, che progetta, che sogna, che agisce, che ama e piange. È la persona stessa nella sua totalità colei che può giungere persino a compiere ricerche scientifiche sul cervello, a scoprirne il funzionamento, a chiarirne, poco a poco, i misteri.

L’augurio per questo 2014 che inizia è che possa essere un anno di progresso nella comprensione integrale di chi siamo come persone umane, dotate sì di un cervello e di un sistema nervoso, ma intrise anche di un mistero che appare inesorabilmente trascendere la stessa fisiologia cerebrale e guidare il nostro agire e il nostro riflettere libero e responsabile. Ricordo che il 2014 è stato già dichiarato dall'EBC, l'Anno Europeo del Cervello (The European Year of the Brain). 

Nel 2005 James Giordano di Oxford ha proposto il termine neurobioetica volendo stimolare la ricerca sugli sviluppi delle neuroscienze collegati alla visione filosofico-antropologica centrata sulla persona umana. In un clima di interdisciplinarità, la neurobioetica cerca di raccogliere, selezionare, valutare e interpretare i dati neuroscientifici a disposizione sottolineando allo stesso tempo le problematiche etiche salienti attraverso una metodologia multidisciplinare e facendo risaltare il ruolo centrale che a persona umana occupa nella sua individualità, valore e dignità intrinseca, in qualunque ambito della ricerca neuroscientifica (www.neurobioetica.it; www.neurobioethics.org). La neurobioetica cerca di individuare i punti di contatto e convergenza con le altre discipline umane in modo tale da poter contribuire a quella necessaria apertura della razionalità stessa in grado di aiutare a rispondere in modo integrale alle domande etiche sempre più urgenti che si stanno accumulando giorno dopo giorno. Questa è la mission del Gruppo di Neurobioetica (GdN) nato il 20 marzo 2009 come gruppo di ricerca affiliato all'Istituto Scienza e Fede dell’Ateneo Regina Apostolorum e alla Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani di Roma.


Il 2013 è stato un anno ricco di eventi a livello globale. Cosa ricorda professore di quest’anno che si è appena concluso?

L’anno che si è appena concluso per me è ricco di significato. A livello personale, ho ricevuto tanti doni, il più grande dei quali, certamente, l’ordinazione sacerdotale dello scorso 14 dicembre.
A livello professionale, nel 2013 sono stato nominato Coordinatore del Gruppo Italiano di Ricerca in Neurobioetici (GdN) e Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani, oltre a diverse conferenze e convegni sulla Neurobioetica in cui ho avuto il piacere di partecipare come relatore, moderatore, organizzatore, sia in Italia, come pure in Messico e Cuba.

Ma dell’anno che si chiude, ricordo, nell’ambito che ci riguarda, cioè per ciò che concerne le neuroscienze, che il 2013 è stato il primo anno dalla morte della professoressa Rita Levi Montalcini, scomparsa il 30 dicembre del 2012.
Il 2013 ha visto capitolare, sulla scia di questa grande Premio Nobel per la Medicina, il prestigioso riconoscimento a tre scienziati: James Rothman (Stati Uniti), Randy Schekman (Stati Uniti) e Thomas Südhof (Germania/Stati Uniti), “per le loro scoperte dei meccanismi di regolazione del traffico vescicolare, un sistema di trasporto importante nelle nostre cellule”. Scoperta importantissima, con vaste ripercussioni in numerosi settori, come nel campo della neuro-farmacologia, ad esempio.

Non posso non menzionare l'iniziativa tutta italiana della "nascita", proprio nel 2013, della Società Italiana di Neuroetica e Filosofia delle Neuroscienze (SINe) il cui presidente è Alberto Oliverio. 


L’anno che si chiude può essere definito un anno “neuro-centrico”?

Se si considera l’impatto del cervello umano nei mezzi di comunicazione sociale, credo si possa affermare che esista uno spiccato “neuro-centrismo” legato agli ingenti sforzi di ricerca che mirano a decifrare i misteri della mente umana e delle numerose e, spesso tragiche patologie neuro-degenerative associate al decadimento della vitalità e/o funzionalità dei neuroni. Basti pensare che il Presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, proprio nel 2013 ha stanziato 100 milioni di dollari nel colossale progetto intitolato: BRAIN Initiative.
Ma il “neuro-centrismo” della nostra epoca contemporanea salta subito alla vista se analizziamo la Top 10 delle scoperte più importanti del 2013, selezionate dalla prestigiosa rivista scientifica Science. Ben 3 riguardano le neuroscienze ed hanno perciò ripercussioni ed interessi nella neurobioetica. Tra i dieci studi che promettono di lasciare un segno nella nostra conoscenza, tre riguardano più da vicino le neuroscienze:

·        La quinta scoperta più promettente, secondo Science, è: Una sezione di cervello di topo ottenuta con la tecnica CLARITY (Cortesia Stanford University)5. CLARITYil cervello trasparente. Non poteva che chiamarsi "chiarezza" (clarity, in inglese) una nuova tecnica di imaging che rende il tessuto cerebrale trasparente e quindi i neuroni e le altre cellule cerebrali perfettamente visibili. Questo risultato, che rappresenta un progresso notevole per le neuroscienze, è reso possibile dalla rimozione delle molecole lipidiche che costituiscono le membrane cellulari dei tessuti cerebrali, molecole che diffondono la radiazione luminosa rendendo meno nitide le immagini. Questa nuova tecnica permette di sostituire i lipidi con un gel trasparente, lasciando intatto il resto delle strutture cellulari. Chiaramente, si tratta di un processo di preparazione che può essere effettuato solo post mortem
·        La sesta nella Top 10, invece, riguarda i mini-organi. Abbozzi di fegato, mini-reni e anche cervelli: sono questi i minuscoli “organoidi” che ora è possibile realizzare in vitro, come hanno dimostrato alcune ricerche pubblicate nel 2013. Lasciate in un terreno di coltura senza ulteriori interventi esterni, le cellule staminali pluripotenti indotte (iPS), ottenute riprogrammando cellule adulte allo stato staminale, crescono in modo incontrollato, formando una massa disorganizzata di cellule cardiache, neuroni, denti e peli. I ricercatori hanno però capito come dirigere il differenziamento delle staminali in tessuti strutturati, fino a riprodurre organoidi con alcune funzionalità tipiche degli organi pienamente sviluppati. Se si guarda in prospettiva, si tratta probabilmente del primo passo sulla lunga strada verso la realizzazione di organi funzionali che possano servire da “pezzi di ricambio” per animali ed esseri umani. Ma ci sono vantaggi molto più immediati. I mini-cervelli per esempio hanno consentito di chiarire alcuni meccanismi cruciali della microcefalia, una condizione patologica in cui il cervello non raggiunge un pieno sviluppo.
·        Infine, la nona in lista si riferisce ad una spettacolare scansione di imaging cerebrale che mostra l'espansione dei canali tra i neuroni per lo scorrimento del fluido cerebrospinale in un cervello di topo durante il sonno (Cortesia Maiken Nedergaard/Jeff Iliff/University of Rochester Medical Center)9. Perché dormiamo? Per lasciare spazio alle "pulizie". Uno studio sui topi ha dimostrato che il cervello ha un sofisticato sistema di autopulizia, che sfrutta l'espansione in volume di una rete di canali tra i neuroni che permette al liquido cerebrospinale di scorrervi in misura maggiore. Questo processo permette di smaltire prodotti di scarto come le proteine beta amiloidi e avviene con maggiore efficienza durante il sonno, con una diminuzione delle dimensioni delle cellule fino al 60 per cento, che lascia più spazio ai canali. Questo risultato suggerisce che l'effetto ristoratore del sonno sia legato almeno in parte a questo meccanismo di smaltimento dei prodotti di scarto del metabolismo, con potenziali implicazioni per la il mantenimento della funzionalità cerebrale. Anche se saranno necessarie conferme sperimentali da studi su altre specie e soprattutto sull'essere umano, l'idea delle "pulizie notturne" spiegherebbe anche perché la deprivazione di sonno è un fattore di rischio per lo sviluppo di patologie neurologiche.


Cosa ci riserverà l’anno che si apre? Quale visione della Neurobioetica per il 2014?

La Neurobioetica quale riflessione “critica”, positiva e costruttiva sugli sviluppi della ricerca sul sistema nervoso umano (centrale e periferico) e sulle loro applicazioni alla vita e alla salute di noi esseri umani, sarà certamente stimolata e chiamata in causa lungo tutto il nuovo 2014 che oggi si apre.

Numerosissimi restano i fronti di ricerca. Basti annoverare l’oceano sterminato delle patologie neuro-degenerative, tanto per citarne una, il morbo di Alzheimer. Su questo tema, che chiama in causa una peculiarità umana come la “memoria”, a marzo 2014 presso il nostro Ateneo Regina Apostolorum avrò il piacere di coordinare, insieme all'amico dottor Alberto Passerini, direttore della SISPI (Scuola Internazionale di Specializzazione con il metodo Immaginativo), un convegno promosso dalla DANA Foundation, all'interno della Settimana Mondiale del Cervello (BAW, Brain Awareness Week 2014).
Ma la ricerca neuroscientifica coinvolge altri importanti aspetti antropologici. C’è tutto il filone di studi sulla “coscienza”, gli approfondimenti sul suo statuto, cioè sulla sua definizione a partire dalla clinica medica, gli sviluppi dell’applicazione delle moderne neuro-tecnologie per verificare la responsività dei pazienti affetti da diversi stati alterati della coscienza (tra cui: lo stato vegetativo, lo stato di minima coscienza, la sindrome lock-in).
Altro ambito riguarda la “libertà” umana e gli studi legati alla responsabilità personale. Qui si dà quel legame tra neuroscienze e diritto che è stato definito: Neuro-Law.

La lista certamente è lunga, ma ciò che mi preme sottolineare è ciò che il filosofo e teologo Giovanni Paolo II riassumeva in un suo discorso ai membri dell’Accademia delle Scienze il 10 novembre del 2003:

«la neuroscienza e la neurofisiologia, attraverso lo studio dei processi chimici e biologici del cervello, contribuiscono molto alla comprensione del suo funzionamento. Tuttavia, lo studio della mente umana comprende molto più che i semplici dati osservabili, propri delle scienze neurologiche. La conoscenza della persona umana non deriva solo dal livello dell'osservazione e dell'analisi scientifica, ma anche dall'interconnessione tra lo studio empirico e la comprensione riflessiva. Gli scienziati stessi percepiscono, nello studio della mente umana, il mistero di una dimensione spirituale che trascende la fisiologia cerebrale e sembra guidare tutte le nostre attività come esseri liberi e autonomi, capaci di responsabilità e di amore, e caratterizzati dalla dignità».


Nel contesto della riflessione etica contemporanea sui risultati e sulle applicazioni delle neuroscienze, cioè nel contesto della neurobioetica, c’è la necessità di distinguere tra mente e cervello, tra la persona umana che agisce liberamente e i fattori neurobiologici che sostengono il suo intelletto e la sua volontà nel suo stesso atto d’azione.

Se non si distinguono le diverse realtà della persona umana, riconoscendo allo stesso tempo la sua complessità, tutto diverrà omogeneo, orizzontale, semplice, controllabile e manipolabile. L’”anima” si equiparerà all’”io” e l’”io” al cervello. Allora sarà lo spirito tecnicista a prevalere e a ridurre l’uomo a una materialità che nemmeno corrisponde a quella dell’animale vivente. Allora la mentalità diffusa oggigiorno continuerà a «considerare i problemi e i moti legati alla vita interiore soltanto da un punto di vista psicologico, fino al riduzionismo neurologico» (Benedetto XVI, Caritas in Veritate, n. 76).

La persona umana è il punto centrale nel dibattito multidisciplinare della neurobioetica, l’uomo nella sua unità e totalità, con tutte le sue dimensioni, con tutti i suoi costitutivi: materiale, psichico e spirituale.

Auguro a tutti un buon anno all'insegna di una ricerca seria, che tenda a trovare, senza volerla dominare completamente, la verità di chi siamo come persone umane.


Buon 2014!

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