martedì 28 gennaio 2014

Neuro-enhancement farmacologico: intervista all’esperto italiano Amodio

Il 16 gennaio 2014, sul portale online del “Il Nuovo Medico d’Italia”, il periodico della Federazione nazionale degli Ordini dei medici, l’amica Luisella Daziano ha intervistato uno dei membri del nostro Gruppo di Neurobioetica (GdN), il dottor Vito Antonio Amodio, dirigente medico del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL di Bari.

L’argomento trattato si situa all’interno della neurobioetica del potenziamento cognitivo, in particolare, si considerano i cosiddetti “farmaci potenzianti” che hanno la potenzialità di modificare il normale funzionamento del corpo e della mente.

Riporto il testo originale dell’intervista.

Roma 16 gennaio 2014

Neuroscienze: farmaci 'potenzianti' per modificare il normale funzionamento del corpo e della psiche

Il Prof. Vito Antonio Amodio, dirigente medico del Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Asl di Bari risponde alle domande di Luisella Daziano giornalista ASMI

Se nel film “Limitness”, era il 2011, al protagonista bastava una pillola al giorno per diventare in poco tempo chi non avrebbe mai potuto essere con le sue sole capacità intellettuali e fisiche – un uomo di successo, super competitivo, che impara tutte le equazioni e le lingue straniere che desidera in poche ore – nella realtà del 2013, in una società ormai dipendente dalla tecnologia, può bastare un farmaco “potenziante” per avere una memoria sorprendente, capacità intellettuali straordinarie, una vita professionale oltre i limiti consentiti dalla biologia? Lo abbiamo chiesto a Vito Antonio Amodio, dirigente medico presso il Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’Asl di Bari, specialista in Psichiatria, psicoterapeuta, dottore di ricerca in Bioetica, Academic Fellow presso il Center for Neurotechnology Studies del Potomac Institute di Arlington (USA), Member of the International Neuroethics Society.

Dottor Amodio, che cosa sono esattamente i farmaci “potenzianti”?


La letteratura anglosassone li chiama enhancers: si tratta di ausili biotecnologici o di sostanze capaci di modificare non i processi morbosi, ma il normale funzionamento del corpo e della psiche, al fine di migliorarne le capacità esistenti. Il potenziamento, nell’uso corrente, assume la connotazione di un miglioramento “oltre le possibilità naturali”, conferendo qualità e valore oltre l’essenziale. In qualsiasi ambito lo si voglia collocare, il concetto di enhancement è spesso considerato un beneficio piuttosto che una necessità.

Perché la scienza rincorre l’ “enhancement”, ossia il miglioramento cognitivo?


Negli ultimi anni, grazie allo straordinario sviluppo delle Neuroscienze, molte delle industrie farmaceutiche – attratte dai possibili incrementi delle richieste provenienti da ampie fasce di popolazione, soprattutto quelle giovanili – sono attivamente impegnate nella creazione di molecole capaci di modificare i processi neuronali, con l’obiettivo di potenziare, proprio nei soggetti esenti da ogni patologia, la memoria, il tono dell’umore, l’attenzione. L’interesse su questo tema è stato inoltre stimolato dall’incontro fra ingegneria genetica e medicina riproduttiva, e dal richiamo delle cosiddette “tecnologie convergenti” (Converging Technologies: Nano-Bio-Info-Cogno), foriere di un radicale capovolgimento antropologico.


Raggiungere i superpoteri prendendo una pillola: è un’illusione da supereroi dei fumetti?

Da sempre gli individui hanno cercato di migliorare le loro qualità cognitive. Gli sviluppi della psicofarmacologia e delle neurotecnologie potrebbero aprire nuovi scenari, sempre più caratterizzati da tecnologie e sostanze ad azione psicostimolante. Su questo tema si rende pertanto necessario aprire un serio confronto, al fine di coinvolgere le comunità scientifiche, le istituzioni, l’opinione pubblica, neuroeticisti, giuristi, e tutti coloro che hanno interesse nella formazione autentica ed integrale della persona. E’ urgente avviare un dibattito su come si debba rispondere alle sfide poste dal cognitive enhancement. Desideriamo vivere in una società nella quale l’impiego di sostanze che potenziano la memoria dovrà considerarsi routine? Basti pensare che gli interventi neuropsicofarmacologici, analogamente a quelli che potrebbero avvalersi dell’impiego di mezzi neurotecnologici – mediante l’applicazione in vivo di microchips in alcune aree cerebrali per il trattamento di alcuni disturbi neuropsichiatrici (gravi forme di depressione non rispondenti ai comuni trattamenti, disturbi della sfera ossessivo-compulsiva, malattia di Parkinson) – si vanno via via estendendo anche in soggetti sani, al fine di migliorare le loro caratteristiche prestative. E’ pertanto necessario distinguere ciò che è attualmente possibile da ciò che potrà esserlo in un futuro prossimo, prevedendone gli sviluppi a lungo termine.


Allora i farmaci potenzianti hanno una finalità terapeutica, ed un’altra che sconfina “oltre la terapia”?


E’ importante distinguere fra un trattamento terapeutico, finalizzato al ripristino delle funzioni fisiologiche preesistenti, e l’impiego di mezzi atti a potenziare individui sani. I confini tra questi due campi di intervento non sono così facilmente riconoscibili, soprattutto in ambito neuropsicologico. La stessa difficoltà a stabilire dei confini netti si riscontra nel distinguere ciò che è sano da ciò che non lo è. Sebbene si possa fare riferimento al dato oggettivo, il concetto di “sano” può essere una questione di percezione soggettiva. La percezione relativa al proprio stato di salute è infatti fortemente influenzata dalle aspettative circa la propria rappresentazione di “buona salute”.


E’ lecito sperimentare farmaci non finalizzati alla terapia del malato?


I prodotti farmaceutici sono stati tradizionalmente sviluppati per trattare i sintomi della malattia, ma l’incremento delle conoscenze in ambito medico ha parallelamente permesso di incrementare la ricerca in campo neurotecnologico e psicofarmacologico. Alcune di questi farmaci alterano l’equilibrio dei neurotrasmettitori cerebrali e sono così in grado di produrre un miglioramento sulle prestazioni cognitive, ad esempio la memoria. Sebbene questi prodotti diano interessanti risultati, gli studi necessitano di ulteriori approfondimenti. Si può ipotizzare che i riferiti miglioramenti possano interessare talune funzioni, ma comprometterne altre.


Si può dire che chi è favore dei potenzianti, penso alla Bioetica anglo-americana, si riferisce ad un’idea di salute del tutto soggettiva?


In un certo senso la risposta è affermativa. Si avvalora l’idea di una condizione di salute di matrice riduttivistica, che pensa alle funzioni cognitive in quanto potenziate. Personalmente ritengo più valido il concetto di salute intesa come un “equilibrio” non statico, ma dinamico, che si instaura nel fluire dell’esperienza quotidiana. Proprio l’alterazione di questo equilibrio può causare la malattia, che non assume più le caratteristiche di un semplice incidente, ma diviene occasione per ricercare una nuova armonia, attraverso un processo di crescita, di consapevolezza e di responsabilità.


Dottor Amodio, da psichiatra, ci può spiegare quali sono gli effetti dannosi, a breve e a lungo termine, dei farmaci potenzianti?


Nessuno, al momento, è in grado di essere preciso sugli effetti collaterali, a lungo termine, a seguito di un uso protratto nel tempo di tali sostanze da parte di individui sani. Si deve comunque evidenziare che, a fronte di questa mancanza di conoscenza, la richiesta di tali sostanze - e l’acquisto anche on line - sono in forte ascesa. Stando ai dati epidemiologici, offerti dalla letteratura di lingua inglese, riguardante il fenomeno del consumo di neurostimolatori, la stima è intorno all’8% degli studenti, con punte fino al 35%. Anche tra i professionisti, ed i managers, il fenomeno sarebbe in forte espansione. In uno studio a doppio cieco, condotto su 28 soggetti sani, di sesso maschile, è emerso che l’impiego di “Metilfenidato” sembra migliorare le funzioni cognitive, soprattutto nelle risposte di adattamento alle nuove situazioni, ma anche accrescere l’impulsività nella messa in atto delle azioni, con il risultato di ridurre i tempi di latenza necessari per riflettere con accuratezza. Tuttavia, a dispetto dei riconosciuti ed importanti effetti collaterali – soprattutto di natura cardiovascolare – i soggetti sani confermano la loro aspirazione ad usare tali sostanze ad azione potenziante.


L’uso e l’abuso di queste pillole sembrerebbe un’invenzione a tavolino dell’industria farmaceutica: insomma, “creare” nuove malattie per legittimare nuove forme di farmacoterapia?


Come in ogni epoca, l’individuo è contemporaneamente vittima ed attore dello spirito del proprio tempo. La nostra epoca, nello specifico, è contrassegnata dall’imperativo tecnologico, a tal punto che alcuni autori parlano di “svolta antropotecnica”. L’assioma che sostanzia l’autorità tecnologica imperante recita: “tutto ciò che sei in grado di costruire, necessariamente devi usarlo”. Così ciò che è stato costruito diventa prodotto, ed il reale diventa ciò che è visibile attraverso la lente della tecnologia. In questo contesto non è pertanto difficile creare dal nulla nuove forme di farmacoterapie. Sono già evidenti i segnali di una vera e propria commercializzazione di “nuove forme di malattie” (disease mongering), a cui il mercato risponde con le sue leggi, basate prevalentemente sulla creazione di falsi bisogni.


Come potremmo migliorare le nostre prestazioni intellettuali senza danneggiarci?


Intanto dovremmo riferirci alla valutazione della multidimensionalità della persona, ed al suo statuto ontologico. Le dimensioni psichica, fisica, spirituale, morale rientrano nella valutazione di questa complessità. Ciascuna parte deve poter interagire, relazionarsi ed integrarsi, affinché venga soddisfatta quell’esigenza imprescindibile di equilibrio intrasomatico ed interpersonale. L’affettività, ad esempio, non può essere disancorata dalle funzioni cognitive, così come la componente spirituale - intesa qui come la facoltà dell’uomo di trascendersi - non può essere ignorata. In altre parole, a che cosa, e per chi, serve essere più intelligenti se si perde, o si offusca, la capacità di provare sentimenti, di commuoversi, di amare, di gioire?


Insomma, il doping per migliorare le funzioni cognitive non ci rende più intelligenti…


Fermo restando che le funzioni cognitive possono essere migliorate con l’istruzione, l’educazione, ed attraverso una vita di relazione arricchente, direi che l’incoraggiamento verso un uso di farmaci potenzianti possa favorire un ulteriore avanzamento nel processo di medicalizzazione dell’esistenza, e della vita quotidiana tout court. Inoltre l’uso non medico di questi principi attivi rafforzerebbe, paradossalmente, una visione riduttiva dell’intelligenza stessa, che per essere sviluppata non può, e non deve, prescindere da una valutazione qualitativa della componente emotiva.


Luisella G. Daziano


L’articolo originale si trova qui. http://www.numedionline.it/apps/essay.php?id=14624

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