mercoledì 19 febbraio 2014

Coscienza e libertà tra filosofia e neuroscienze – 1

Ieri, martedì 18 febbraio 2014 è iniziato il corso seminariale FS1020 Coscienza e libertà tra filosofia e neuroscienze impartito dal prof. Alberto Carrara, LC. Alla sua prima edizione come corso seminariale, mentre l’anno precedente è stato offerto come corso opzionale, questo seminario si terrà ogni martedì dalle 15:30 alle 17:15 presso la Facoltà di Filosofia dell’Ateneo Regina Apostolorum di Roma (via degli Aldobrandeschi, 190).

Di seguito presentiamo il syllabus del corso e una sua breve introduzione.

Descrizione del corso.
Sin dai tempi più remoti, il tema della coscienza e del suo rapporto con la libertà umana ha coinvolto l’interesse dei migliori pensatori. Oggigiorno, mentre da una parte vengono confermati i risultati neuroscientifici condotti, sin dagli anni settanta, da Benjamin Libet, dall’altra si diffonde un clima scettico relativo alla coscienza personale e alla libertà d’azione. 

Alcuni neuroscienziati arrivano a concludere che queste peculiarità dell’essere umano, altro non sarebbero che mere illusioni funzionali, frutto dell’ingegno evolutivo del nostro cervello. Questa problematica antropologica verrà affrontata analizzando, in forma seminariale, diversi testi di filosofi e neuroscienziati tenendo come sfondo un’antropologia tommasiana unitiva ed integrativa quale valido fondamento neuroetico per evitare tanto il dualismo cartesiano, quanto un monismo cerebrale unitotalizzante. Il seminario aiuterà nella preparazione dei temi di sintesi riguardanti l’antropologia e l’etica filosofica.

Distribuzione di tempo (ECTS).
La maggior parte del tempo da impiegare per abbarcare il corso seminariale dovrà essere impiegato nella lettura ed analisi critica delle letture obbligatorie che il docente distribuirà di volta in volta.
Una seconda parte del tempo, in parte inclusa nella lettura e analisi dei testi filosofici trattati, riguarda lo studio personale che per questo corso consiste nell'analizzare criticamente testi di distinti autori.
La valutazione del corso terrà in considerazione il lavoro svolto durante le ore del seminario, come pure di un lavoro scritto a carattere sintetico (riassuntivo).

Conoscenze e abilità da conseguire (Learning Outcomes – LO).
Lettura critica di un testo filosofico alla luce di un argomento antropologico specifico.
Redazione sintetica di un corso seminariale che permetterà di sviluppare e incrementare la capacità dello studente nel fare ricerca filosofica mediante la redazione di un lavoro scritto.
Strumenti a supporto della didattica.
Fotocopie e/o PDF che lo studente riceverà dal docente a lezione e/o via mail.
Una dispensa del corso (in via di stampa, ad usum privatum).

Metodologia.
Dal punto di vista didattico, il corso si svolgerà nella modalità seminariale che prevede, per ogni lezione, un primo momento di analisi del testo, una successiva discussione di gruppo e, infine, un approfondimento da parte del docente con possibilità di risposta a questiti o dubbi sorti.

Modalità di verifica dell’apprendimento.
1- Per la valutazione dell’apprendimento lo studente deve consegnare un lavoro scritto riassuntivo del corso.
2- Il lavoro scritto deve avere un’estensione di ca. 4-5 pagine (Times New Roman 12).
3- Si devono seguire le norme tipografiche stabilite in: A. Marocco, Metodologia del lavoro Scientifico, Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Roma 2004.
4- La consegna è stabilita per l'ultima lezione utile. Una copia stampata del lavoro scritto va consegnata direttamente al docente, mentre una copia va inviata via e-mail in Pdf o Word.


Calendario di lezioni:

N.
Data
Argomento
N.
Data
Argomento
1
18/02/14
Introduzione
7
01/04/14
Libertà: Libet
2
25/02/14
Coscienza: Boncinelli
8
08/04/14
Haynes et al.
3
04/03/14
Levi-Montalcini
9
29/04/14
Smith
4
11/03/14
Owen et al.
10
06/05/14
Tommaso d'Aquino
5
18/03/14
Tommaso d'Aquino
11
13/05/14
Basti
6
25/03/14
Nagel - Ales Bello
12
20/05/14; 27/05/14
Conclusione: Coscienza e Libertà: una sintesi tra neuroscienze e filosofia


Bibliografia: il materiale utilizzato nel seminario verrà distribuito dal docente dopo un’introduzione sintetica e panoramica sulla tematica.
Testi di riferimento: A. Carrara, «Neurolibertad, ¿de verdad somos libres?», Información Filosófica 17 (2011), vol. VII, p. 51-57; A. Carrara, «Neurolibertad: la persona humana entre determinismo y libre albedrío», Ecclesia 26 (2012), vol. II, p. 55-65; A. Carrara, «Coscienza e neuro-libertà: l’apporto dell’antropologia tommasiana», Atti del XX Convegno di Filosofia «Coscienza e identità personale. Prospettiva filosofica e neuroscientifica», Pontificia Università della Santa Croce, Roma 27-28 febbraio 2012; AA.VV., numero monografico Studia Bioethica, «Coscienza: tra mente e cervello», Studia Bioethica (2013); A. Carrara, «Coscienza e libertà tra neuroscienze e riflessione bioetica», Studia Bioethica (2013); M. Gandolfini, I volti della coscienza. Il cervello è organo necessario ma non sufficiente per spiegare la coscienza, Cantagalli, Siena 2013; S. M. Aglioti – G. Berlucchi, Neurofobia. Chi ha paura del cervello?, Raffaello Cortina, Milano 2013: p. 116: La risonanza magnetica funzionale (e altre tecniche neuroscientifiche) possono consentire la valutazione degli stati di coscienza; p. 121: Io sono il mio cervello (se il cervello non spiega chi siamo, chi o cosa lo spiega?).


INTRODUZIONE (di Alberto Carrara, L.C.)
Coscienza e libertà tra filosofia e neuroscienze

I problemi relativi alla coscienza, all’identità personale e alla libertà umana si trovano oggigiorno in primo piano tra le questioni più dibattute, sia a livello mediatico (radio, televisione, internet, reti sociali, quotidiani, settimanali, riviste di ogni genere e categoria, mezzi di comunicazione sociale), sia nei settori più specialistici delle scienze cognitive, della filosofia e delle neuroscienze.

Recentemente (settembre 2012), quasi a voler corroborare la validità della scelta del tema di questo seminario, è uscito un nuovo libro del professor Edoardo Boncinelli, figura nota a livello mediatico, gran divulgatore, fisico di professione, oggi esperto in neuroscienze e, persino, filosofo. È così che si presenta nel frontespizio del suo ultimo “capolavoro” intitolato: Quel che resta dell’anima[1]: «Edoardo Boncinelli insegna alla facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha guidato per anni laboratori di ricerca in biologia molecolare dello sviluppo. Collabora con il “Corriere della Sera”. Tra i suoi ultimi libri pubblicati da Rizzoli, ricordiamo Perché non possiamo non dirci darwinisti (2009), Lettera a un bambino che vivrà 100 anni (2010) e La scienza non ha bisogno di Dio (2012)».

Commentato sulla Terza Pagina del Corriere della Sera del 6 settembre 2012[2], quest’ultimo “lavoro cerebrale” del simpatico amico e collega (scienziato) Boncinelli sembra proprio situarsi in quella scia o corrente ideologica che si ostina a gettar legna (sarebbe meglio dire, benzina ecologica per essere politically o ecologically correct) sull’odierno “rogo antropologico” e sostenere con tutta la “forza” dello scientismo contemporaneo che: l’uomo è pura materia, che la libertà e la coscienza (come altre realtà che lo caratterizzano nella sua essenza) altro non sono che molecole, neurotrasmettitori, connessioni sinaptiche, networks cerebrali, impulsi elettrochimici...

Riprendo la descrizione che ne fa qualsiasi portale che promuove la vendita del libro e che è la trascrizione “papale papale” del frontespizio: «Quando noi diciamo che l’anima è spirito, non diciamo altro se non che ella non è materia, e pronunziamo in sostanza una negazione, non un’affermazione», scriveva Giacomo Leopardi nel 1824. Ma oggi, a distanza di quasi due secoli, ha ancora senso parlare di anima? Spirito vitale, immortale, capace di provare emozioni e di garantire autonomia e libertà di scelta, fin dall’antichità l’anima ha subito varie trasformazioni semantiche e di contenuto. Finendo per coincidere con la mente e la coscienza, due dei nomi attribuiti a quella “natura superiore” che si ritiene operare nelle nostre decisioni. Attraverso un’indagine dei meccanismi della mente, che parte da Aristotele e Agostino, passa attraverso la filosofia cartesiana e la psicoanalisi freudiana e giunge ai preziosi contributi forniti dal neurocognitivismo, Edoardo Boncinelli pone nuovi interrogativi sull’anima e sul libero arbitrio e risponde ad alcune questioni fondamentali. In che modo conosciamo il mondo? Cosa lega la percezione all’idea di anima? Possiamo quindi definirci liberi? Il risultato è una sorta di autobiografia intellettuale, un viaggio affascinante tra i mille volti dell’anima, in cui l’autore riprende tutti i suoi possibili significati districandosi tra quel principio immateriale, che la tradizione considera come fondamento della vita organica, e le capacità percettive dell’essere umano, che interpreta il mondo attraverso i sensi».

Fin qui il frontespizio di sinistra. L’articolo di Chiara Lalli sul Corriere della Sera di giovedì 6 settembre 2012, riporta i seguenti titoli: Neurobiologia. I meccanismi della psiche e il libero arbitrio in un saggio di Edoardo Boncinelli. L’anima? È solo un’illusione. Così la scienza supera il dualismo tra la mente e il corpo. Ve ne presento il contenuto, sottolineandovi alcuni aspetti che durante questo corso seminariale approfondiremo, in modo da darvi l’idea del panorama che ci troviamo ad affrontare:

«Il nostro corpo è stato a lungo considerato come sede, momentanea e imperfetta, di un’anima immortale e immateriale. Con la fine o l’attenuazione della concezione religiosa dell’anima si sono alternati diversi agenti che hanno ripreso e incarnato alcune delle sue caratteristiche: dall’inconscio ai condizionamenti sociali, dalle emozioni alle passioni, tutti hanno ammiccato a un dualismo ontologico. La scienza ha sempre cercato di mettere in guardia gli uomini dal potere seduttivo di soluzioni facili, illusorie e lontane dalla corretta spiegazione dei fenomeni. «Ma è noto che l’uomo non ama conoscere la verità, soprattutto se lo riguarda da vicino, e preferisce le nozioni confuse e inverificabili che conducono al fiorire delle mitologie, passate e presenti» - scrive Edoardo Boncinelli in Quel che resta dell’anima (Rizzoli), un vero e proprio viaggio attraverso la tradizionale idea di anima e i suoi molteplici aspetti nel corso dei secoli. Un viaggio anche attraverso le parole, soprattutto quelle così cariche di significati da rendere ogni conversazione faticosa e spesso confusa. Sono le parole che Boncinelli chiama «parole-interruttore», quelle che ci trascinano in una nebbia di frasi fatte e pregiudizi, che non riescono a scrollarsi di dosso il peso ideologico e che attivano in noi reazioni immediate e poco razionali. «Anima» è certamente una di queste, ma è in buona compagnia: coscienza, mente, razionalità, identità, emozione, informazione, pensiero. Sono termini che usiamo tutti i giorni e che richiedono una opera di pulizia semantica, se vogliamo procedere nella discussione senza inciampare in ostacoli insormontabili. Nel cammino intorno all’anima si incontrano innumerevoli rompicapi, molti dei quali resi ingombranti dallo sviluppo delle neuroscienze. Ciò che oggi sappiamo ha reso irrimediabilmente superflua la nozione di anima e ha segnato definitivamente la fine del dualismo tra mente e corpo – o tra anima e corpo.
Eppure la credenza che ci sia qualcosa di superiore e non riducibile al nostro corpo è ostinata e diffusa, in parte per ragioni psicologiche. È figlia della nostra tentazione di non rassegnarci di fronte all’inspiegabile, di volerlo ammantare, innalzare al livello «dell’Immaterialità Suprema». Scrive Boncinelli: «È questa riposante immersione in regioni prelogiche che si conquista la nostra predilezione. Oltre che a subirne il fascino, tendiamo di solito anche a ritenere più profondo ciò che è più ambiguo e polisemico, fino a considerare mistico ciò che è spesso solo confuso e contraddittorio». Se aggiungiamo la tendenza a spiegare e interpretare i fenomeni con strumenti che ci sono familiari e a propendere per una interpretazione finalistica, ci rendiamo conto di quanto sia complessa e faticosa la strada per ripulire termini e concetti.
In un mondo che rifiuta spiegazioni magiche e religiose, la sfida è quella di costruire ipotesi esplicative senza invocare un deus ex machina. A volte anche quella di saper rinunciare momentaneamente alla ricerca.
A questo proposito Boncinelli ci ricorda l’avvertimento del grande fisico Erwin Schrödinger: il pericolo più grave di ricorrere a spiegazioni insoddisfaventi non è tanto quello di dire bugie, ma quello di sopprimere l’esigenza di cercarne una accettabile.
Tra le questioni più complesse e controintuitive c’è senza dubbio quella riguardante la nostra volontà e libertà decisionale. Se in un mondo fisico i nostri immateriali stati mentali sono causati da quelli cerebrali, e se è il nostro cervello a decidere, cosa rimane del libero arbitrio? Sono questioni su cui i filosofi della mente e i neuroscienziati si interrogano da tempo. Boncinelli propone una riflessione interessante: «Se il mio io si estende a tutto il mio corpo, allora non c’è dubbio che a decidere sono sempre io, ovviamente in assenza di coercizioni esterne. Paradossalmente, se invece l’io è inteso come un’istanza immateriale di natura autoreferenziale e distinta dal corpo stesso, l’anima appunto, allora l’esistenza del libero arbitrio è messa seriamente in dubbio dalle indagini sperimentali».

Rimane il fatto che la sovradeterminazione causale è un nodo difficile da sciogliere, ma è indubbio che il primo passo debba essere quello di charire i termini e le condizioni della nostra ricerca e dei dibattiti, troppo spesso soffocati da stratificazioni di malintesi e di equivoci».
Sono numerose le annotazioni che si potrebbero fare a questo articolo, come all’intero libro del Boncinelli. A scopo di introduzione, si può leggere il primo capitolo dove emergono i punti salienti e si può iniziare già a “fare filosofia” nella pratica, individuando la tesi dell’autore, i suoi argomenti, le prove che adduce, le eventuali strategie sofistiche che utilizza. Questo primo capitolo, quale sorta si introduzione, si intitola non a caso: L’anima si dice in molti modi. Dovrebbe ricordare un grande filosofo!

Successivamente, Boncinelli lega alla tematica centrale dell’anima due concetti a noi estremamente cari: quello di “coscienza” e quello di “libertà”. Infatti, il capitolo 3° si intitola: Nei meandri della coscienza, mentre il capitolo 6° reca in calce: Autonomia, libertà e volontà. Come ci renderemo conto più ci addentreremo nel corso, i concetti di “coscienza e libertà” sono essenziali per definire l’essere umano nella sua essenza. Dalla loro definizione e considerazione dipenderà l’intera visione antropologica. Allora la domanda cardine: chi è l’uomo? può venir declinata anche come: che cos’è la coscienza? che cos’è la libertà?

Molti altri autori colgono questa stretta dipendenza anima-coscienza-libertà tanto che, da certe evidenze empiriche a livello neuroscientifico, deducono quanto segue: L’anima è nel cervello. Radiografia della macchina per pensare, titolo del libro bestseller di Eduardo Punset; oppure: Noi siamo il nostro cervello, titolo dell’immensa opera di Dick Swaab. Questi sono soltanto alcuni dei numerosi libri che vogliono ridurre l’essere umano al suo organo cerebrale, al cervello.

Questo corso intende “aprire l’appetito” e chiarire la problematica per iniziare a saper discernere le affermazioni sensazionalistiche che troppo spesso ci circondano e che si insidiano in noi tanto da farci assumere per veri, luoghi comuni come: “l’uomo pensa col cervello”, “l’intelligenza è nel cervello”, eccetera.

Altri esempi, tratti dagli scenari contemporanei ci possono aiutare allo scopo di visualizzare meglio gli argomenti che tratteremo in questo corso e i risvolti o ripercussioni che essi hanno a livello personale e sociale. Vale infatti l’adagio: “come pensi agisci”!

L’uomo comune, cioè l’uomo della strada, associa subito al nome “Terry Schiavo” o “Eluana Englaro”, immagini di esseri umani “ridotti”, “costretti” da gravi forme di traumi neurologici, a uno stato denominato ancora in modo del tutto indegno ed improprio di “stato vegetativo” (SV), abbraviato VS (dall’inglese: vegetative state). Noi tutti siamo stati testimoni, più o meno diretti e partecipi, dei numerosi dibattiti di bioetica relativi a questo disordine della “coscienza”. Sappiamo di persone in stato di coma, un’altra forma di grave disordine della “coscienza”.

Parlare di “coscienza” diviene allora critico, in particolare quando in gioco c’è la propria pella e quella delle persone che ci stanno accanto: parenti, amici e conoscenti. Definire cos’è la “coscienza”, cosa si intenda per “coscienza”, se essa davvero definisca completamente la persona umana tanto che se viene irrimediabilmente persa si possa affermare: “già non c’è più la persona X”, “già se n’è andata”, tutto ciò diviene estremamente coinvolgente poichè in prima persona, almeno potenzialmente, ci sono proprio “io”! E non un “io” generico, sperduto nell’iperuranio, ma “io” come persona. Queste domande mi coinvolgono perchè mi definiscono, almeno parzialmente, mi toccano poichè un giorno potrei trovarmi in quella situazione di stato alterato di coscienza.

Inoltre, numerose sono le pubblicazioni di libri, articoli divulgativi, trasmissioni televisive, dibattiti su portali e reti sociali relative alla “libertà” umana. Titoli clamorosi come questo: «Ma allora quanto siamo liberi? Alcuni esperimenti metterebbero in discussione l’esistenza del libero arbitrio»[3], oppure dossier come quello apparso recentemente sulla rivista italiana Mente & Cervello: «Obiettivo: libero arbitrio» che sottotitola: «Gli scienziati pensano di poter dimostare che il libero arbitrio è un’illusione. E i filosofi li invitano a pensarci meglio»[4], sono soltanto esempi di un dibattito estremamente appassionante e agguerrito.

Le ripercussioni sono enormi: se la libertà fosse un’illusione, se la libertà non esistesse, allora, che senso avrebbela valutazione etico-morale dei nostri atti? Se la libertà non esistesse, allora avrebbe ancora senso parlare di “peccato”? ancora, che senso avrebbe la giurisprudenza, il diritto, le sanzioni, le pene, se nessuno fosse più libero, cioè se la responsabilità personale venisse meno?

Il pensiero classico affrontava questi argomenti da un punto di vista prevalentemente metafisico. La fenomenologia, l’odierna filosofia della mente e, soprattutto, gli apporti della medicina e del metodo scientifico relativi agli studi sul cervello umano (neuroscienze, NS), ampliano la tematica ad aspetti quali l’intenzionalità, la soggettività in prima persona, l’inconscio, la coscienza di possedere un corpo e il rapporto con altre menti.

Le neuroscienze (NS) valutano queste tematiche nella prospettiva della base neurale, introducendo in questo modo nuovi orizzonti sulla questione. Oggi è quanto mai necessaria una riflessione profonda orientata al discernimento e all’integrazione dei diversi sensi di ciò che si intende per “coscienza” e “libertà”, due sfere antropologiche di notevole importanza. L’approccio interdisciplinare è fondamentale in un dibattito tra filosofia e neurobiologia, che spesso richiede un dialogo sereno aperto a scambi proficui e complementari nei confronti di ricerche innovative che stimolano e ci pongono continuamente in discussione.

Questo è stato il contesto del mio intervento intitolato: Coscienza e neuro-libertà: l’apporto dell’antropologia tommasiana del 28 febbraio scorso (2012) in occasione del XX° Convegno della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università della Santa Croce (PUSC) a Roma dedicato alla tematica della Coscienza e identità personale. Prospettiva filosofica e neuroscientifica. Nell’abstract e nell’introduzione al testo presentato in quell’occasione scrivevo: «Sin dai tempi più remoti, il tema della coscienza e del suo rapporto con la libertà umana ha coinvolto l’interesse dei migliori pensatori. In un modo o nell’altro ci troviamo davanti alla contraddizione e allo scandalo tra determinismo, da una parte, e coscienza e libero arbitrio, dall’altra. Oggigiorno, mentre da una parte vengono confermati i risultati neuroscientifici condotti, sin dagli anni settanta, da Benjamin Libet[5], dall’altra si diffonde un clima scettico relativo alla coscienza personale e alla libertà d’azione dell’uomo. Alcuni neuroscienziati arrivano addirittura a concludere che queste peculiarità dell’essere umano, altro non sarebbero che mere illusioni funzionali, frutto dell’ingegno evolutivo del nostro cervello. La problematica è notevole: ha la coscienza un ruolo causale diretto nell’agire libero dell’uomo? siamo davvero esseri dotati di coscienza e libertà, o automi in balia di uno stretto determinismo neurobiologico? Per una corretta valutazione delle interpretazioni neuroscientifiche, la tradizione filosofica che in Tommaso d’Aquino trova uno dei massimi sintetizzatori, potrebbe contribuire a fornire alcuni concetti e chiavi di lettura che contribuirebbero a rasserenare e a rendere più realistiche certe conclusioni ed inferenze. Dall’altra, un’antropologia tommasiana unitiva ed integrativa, potrebbe costituire un valido fondamento neuroetico per evitare tanto il dualismo cartesiano, quanto un monismo cerebrale unitotalizzante»[6]

La letteratura novecentesca ha ripreso, in modo magistrale, la tematica filosofica ambivalente della “coscienza” e della “libertà” e, tramite due grandi maestri, Tolstoi e Dostoievskij, ne ha tratteggiato i contorni, spesso in modo negativo, risaltando dell’essere umano quella contingenza finita, limitata, determinata che ne è soltanto una dimensione in un “tutto” più dinamico, complesso e sfuggevole che è la persona umana.

«Se la volontà di ogni uomo fosse libera, cioè ognuno potesse agire come gli talenta, tutta la storia sarebbe una serie di casi fortuiti slegati. Se anche un solo uomo fra milioni di uomini nel corso di un millennio avesse la possibilità di agire liberamente, e cioè, a suo piacere, evidentemente un solo libero atto di quell’uomo, contrario alle leggi, annienterebbe la possibilità dell’esistenza di qualsiasi legge per tutto il genere umano. Se invece esiste anche una sola legge che governi le azioni degli uomini, non può esistere la libertà dell’arbitrio, poichè la volontà degli uomini deve essere soggetta a questa legge. In questa contraddizione consiste il problema del libero arbitrio, che dai tempi più remoti ha preoccupato i maggiori ingegni dell’umanità, e dai tempi più remoti è stato posto in tutto il suo immenso significato»[7].

Così, Leon Tolstoi sintetizzava, nella seconda parte dell’epilogo della sua monumentale opera intitolata Guerra e pace, la conclusione filosofica a cui era giunto: «nel caso presente, è ugualmente necessario rinunciare a un’inesistente libertà e riconoscere una dipendenza che non sentiamo»[8].

Il grande scrittore russo non poteva certamente immaginare che dopo più di un secolo, il suo stesso scetticismo relativo alla coscienza personale e alla libertà umana sarebbe tornato di moda, alla ribalta tecnico-scientifica e mediatica, alimentato, questa volta, dalla  “rivoluzione” in campo neurologico. In epoca contemporanea, diversi neuroscienziati sono fieri di “sposare”, su basi scientifiche, l’interpretazione della coscienza e del libero arbitrio che Tolstoi propone.

Splendide sono le pagine dell’opera di Dostoevskij, I fratelli Karamazov[9], in cui è descritta la cosiddetta Leggenda del Grande Inquisitore, vertice del suo pensiero. Ivan Karamazov, il fratello maggiore, racconta una sorta di parabola in cui Gesù ritorna sulla terra attorno al 1500, ai tempi dell’Inquisizione. L’azione si svolge nella Spagna, a Siviglia. Il Grande Inquisitore, riconosciutolo per i miracoli fatti, lo fa arrestare. In un dialogo mozzafiato, il Cardinale inquisitore gli fa capire che il suo ritorno avrebbe compromesso il normale corso della storia. Gli uomini, infatti, secondo il prelato, non aspirano alla libertà, ma cercano soltanto qualcuno che possa dar loro del pane. Trovato questo “qualcuno” in grado di sfamarli, ognuno sarebbe disposto a rinunciare alla propria libertà, un “bene sovrumano” per sottomettersi a lui. Se alla sua epoca Gesù avesse ceduto alle tentazioni del diavolo, avrebbe potuto conquistare il potere su tutta l’umanità. Gli uomini si sarebbero gettati ai suoi piedi e avrebbero fatto tutto ciò che egli avesse richiesto. Ma Gesù rifiutò questo tipo di potere, dichiarando a satana: “non di solo pane vive l’uomo”. Per il Grande Inquisitore la terza tentazione, quella del miracolo dei pani, quella del potere che satana propone a Gesù nel deserto e che egli rifiuta, è la scelta sbagliata che Cristo fece a suo tempo. Accettando infatti il potere offertogli dal demonio, Cristo avrebbe ottenuto l’assoggettamento totale degli uomini ed avrebbe potuto dettare la sua legge agli uomini con estrema facilità. Se così fosse stato, la verità divina avrebbe raggiunto gli uomini senza comportare, da parte loro, la scelta umana sofferente e difficile legata alla libertà. E «la liberazione dalla libertà sarebbe la liberazione dalla responsabilità».

Per bocca del Grande Inquisitore viene riassunta la contemporanea visione neurodeterministica circa la libertà umana e la coscienza individuale, infatti si afferma: «...giacchè nulla mai è stato per l’uomo e per la società più intollerabile della libertà!... passerranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato... tanta paura avranno infine di esser liberi... – e ancora – non c’è per l’uomo pensiero più angoscioso che quello di trovare al più presto a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce questa infelice creatura. Ma dispone della libertà degli uomini colo chi ne acqueta la coscienza... se qualcun altro accanto a Te si impadronirà nello stesso tempo della sua coscienza, oh, allora egli butterà via anche il Tuo pane e seguirà colui che avrà lusingato la sua coscienza. In questo Tu avevi ragione. Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive... nulla è per l’uomo più seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è più tormentoso... un dono così terribile...».

Ecco allora emergere la problematica in tutta la sua forza: siamo davvero esseri dotati di libertà, oppure automi in balia di uno stretto determinismo, oggigiorno rappresentato dagli sviluppi delle ricerche in campo neurobiologico? Nel fondo la questione si riassume nella domanda seguente: che cos’è la libertà? e qual’è il suo rapporto con la coscienza personale?

Oggi, lo sviluppo delle capacità tecnologiche rende possibile studiare in vivo e visualizzare le aree del nostro cervello osservandone, anche in tempo reale, la loro maggiore o minore attivazione nelle circostanze più svariate. Questo ha prodotto un vero e proprio fiume di studi scientifici. 

L’elettroencefalografia e lo sviluppo delle tecniche di neuroimaging (tra le quali è da annoverare l’ormai famosa fRMN, detta anche risonanza magnetica funzionale) non poterono per molto rimanere confinate alla pura, anche se importantissima, area clinica indispensabile alla diagnosi di patologie localizzate a livello cerebrale. Dal laboratorio, queste moderne e sofisticate tecnologie hanno letteralmente invaso la nostra quotidianità. Gli studi scientifici si moltiplicarono (e continuano a moltiplicarsi) in base alla fantasia e al genio di ciascun ricercatore.

Dal voler capire le basi neurofisiologiche di attività umane quali la memoria, il linguaggio, la vista, la personalità, etc., si iniziò a studiare i tratti più caratteristici dell’umano: la coscienza e la libertà.

Prima di affrontare dal punto di vista neuroscientifico e filosofico i concetti di “coscienza” e “libertà”, dovremmo premettere un excursus importante sull’organizzazione anatomica e sulla fisiologia del sistema nervoso e del cervello umano.






[1] Cf. E. Boncinelli, Quel che resta dell’anima, Rizzoli, Milano (settembre) 2012, pagine 165, 18 euro.
[2] Cf. C. Lalli, «L’anima? È solo un’illusione», in: Il Corriere della Sera, Terza Pagina, giovedì 6 settembre 2012, pag. 41.
[3] Edoardo Boncinelli, «Ma allora quanto siamo liberi? Alcuni esperimenti metterebbero in discussione l’esistenza del libero arbitrio», Le Scienze 519 (numero speciale, novembre 2011), 18.
[4] Kerri Smith, «Obiettivo: libero arbitrio», Mente & Cervello 84 (dicembre 2011), 94-101.
[5] Benjamin Libet, Unconscious cerebral initiative and the role of conscious will in voluntary action, in «Behavioral and Brain Sciences», volume 8, pp. 529-566.
[6] A. Carrara, «Coscienza e neuro-libertà: l’apporto dell’antropologia tommasiana», Atti del XX Convegno di Filosofia «Coscienza e identità personale. Prospettiva filosofica e neuroscientifica», Pontificia Università della Santa Croce, Roma 27-28 febbraio 2012.
[7] L. Tolstoi, Guerra e pace, vol. IV, Mondadori, Verona 1957, p. 365.
[8] L. Tolstoi, o.c., p. 385.
[9] F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano 1979, pp. 263-282.

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