giovedì 6 febbraio 2014

Neurofobia – 2

di Alberto Carrara, LC*

Il termine NEUROFOBIA, titolo dell’intrigante libro del neuroscienziato cognitivo Salvatore Maria Aglioti e del fisiologo Giovanni Berlucchi recentemente uscito in Italia (Collana diretta da Giulio Giorello Scienza e Idee di Raffaello Cortina Editore, Milano 2013, pp. 186, 19 pp. di bibliografia), è stato proposto come neologismo dal neurologo statunitense Jozefowicz[1] sin dal 1994.

Jozefowicz definiva la “neurofobia” come la paura verso le neuroscienze e la neurologia clinica da parte dei medici o degli studenti di medicina; paura in grado di generare una sorta di “paralisi” del pensiero, della riflessione e dell’azione.

Generalmente questo pregiudizio sorge per la difficoltà di addentrarsi in un settore così specialistico della medicina, com’è quello della neurologia e delle discipline affini riguardanti il cervello e il sistema nervoso umano.


Le possibili cause di “neurofobia” potrebbero essere: una scarsa conoscenza delle nozioni basilari di neuroanatomia, neurofisiologia, neuropatologia, etc., la difficoltà di mantenersi aggiornati in un settore così vasto e così dinamico, la complessità della stessa semiotica neurologica e della terminologia adottata (cioè del linguaggio tecnico utilizzato).

Dopo aver introdotto il libro Neurofobia. Chi ha paura del cervello? suddiviso in 5 capitoli, oggi ne prenderò in considerazione il primo, intitolato: 1 – Le scienze del cervello e della mente tra il secondo e il terzo millennio.

Questo primo capitolo, che va da p. 15 a p. 46, è strutturato in brevi piccoli sottocapitoletti. Ne offro uno schema:

L’attuale visibilità pubblica delle neuroscienze (p. 17)
La natura interdisciplinare delle neuroscienze: qualche cenno storico (p. 19)
Capire il cervello e la mente (p. 21)
Metodiche per esplorare il cervello e la mente (p. 23)
Le origini
Tecniche non invasive di stimolazione cerebrale
L’era delle neuroimmagini funzionali
Tomografia a emissione di positroni
Risonanza magnetica funzionale
Risonanza magnetica statica e trattografia in vivo
Tecniche basate sulla luce
Scopi e logiche delle tecniche di esplorazione funzionale di cervello e mente
Combinazione di tecniche
Alcuni sviluppi delle conoscenze riguardanti cervello e mente nei decenni ad essi dedicati (p. 36)
Il cervello e il cambiamento (p. 37)
Le lingue del cervello (p. 40)
La banalità degli studi di neuroanatomia funzionale? (p. 41)
Attività cerebrale nel cervello che riposa (p. 42)
La forza del pensiero (p. 43)
I neuroni specchio (p. 45).


Questo primo capitolo, oltre ad una visione sintetica sulle neuroscienze (NS), sul loro contesto storico, sulla loro intrinseca interdisciplinarietà, sulla loro recente visibilità pubblica, si sofferma nell’analizzare le diverse metodiche utili ad esplorare il cervello umano.
Interessante sintesi di ciascuna metodica, di particolare utilità risulta la suddivisione dicotomica delle classi di logica che ispirano le diverse tecniche d’indagine (p. 33):

CORRELAZIONALE
CAUSATIVA o CORRELATIVA.

Come affermano gli autori di Neurofobia, la prima classe di metodiche, quella correlazionale, “si basa sullo studio della relazione tra un dato comportamento (per esempio, percezione dell’orientamento di una faccia, rotazione mentale di un oggetto, decisione se mentire in una determinata interazione sociale) e l’attività in un determinato sistema neurale (per esempio, il lobo occipito-temporale, parietale o la corteccia prefrontale). Questo approccio consente però di stabilire non se la struttura attivata è responsabile del comportamento in analisi, ma soltanto se e quando (nel caso in cui la tecnica abbia sufficiente risoluzione temporale) la struttura sia coinvolta nel comportamento stesso” (pp. 33-34).

La seconda classe di metodiche, quella causativa (o correlativa), invece, “rientrano tecniche in grado di modificare l’attività neurale di una determinata struttura nervosa al fine di esaminare se tale interferenza modifichi la capacità di mettere in atto un dato comportamento. Si immagini per esempio l’inattivazione temporanea (diciamo a causa di una stimolazione elettrica di breve durata) o permanente (può essere il caso di una lesione) di quella parte del lobo frontale che comprende l’area di Broca (Broca fu l’antropologo e medico francese che diede la prima descrizione approfondita del disturbo del linguaggio conseguente a una lesione della regione in questione). Il disturbo, detto appunto afasia di Broca, è caratterizzato da una incapacità di parlare, non dovuta a paralisi degli organi fonatori e associata a un relativo risparmio della comprensione. Se l’inattivazione di una parte della corteccia determina l’incapacità di produrre o comprendere il linguaggio si può legittimamente ritenere che l’area bloccata sia responsabile del comportamento linguistico” (pp. 34-35).

Di estrema utilità ed interesse risulta il grafico a pagina 34, la figura 1.2, che rappresenta schematicamente le proprietà delle diverse tecniche per lo studio del cervello: “l’asse delle ascisse e quello delle ordinate indicano rispettivamente la risoluzione su scala spaziale e temporale alla quale operano le singole tecniche. L’asse della profondità indica se una data tecnica è di tipo correlazionale o correlativo”. 

Eccone la suddivisione:

TECNICHE CORRELAZIONALI: EEG (elettroencefalogramma); ERP (potenziali evento-correlati); MEG (magnetoencefalografia); DTI (diffusion tensor imaging); PET (tomografia a emissione di positroni); fMRI (risoanza magnetica funzionale); NIRS (spetroscopia nel vicino-infrarosso).
TECNICHE CAUSATIVE o CORRELATIVE: tDCS (stimolazione transcranica a corrente diretta); TMS (stimolazione magnetica transcranica).

Alla panoramica delle tecniche che hanno letteralmente cambiato il panorama diagnostico e di ricerca in ambito neurologico, gli autori fanno seguire una serie di esempi che “assumono pieno significato alla luce di una delle principali critiche su cui si basa l’accusa di neuromania,vale a dire che lo sviluppo tecnologico non ha in realtà apportato alcun contributo originale al campo e che tutto quello che sappiamo oggi sul cervello era in realtà già noto nell’Ottocento” (p. 37).

Ecco gli esempi presentati e illustrati:

La plasticità neuronale consistente nella reale modificabilità strutturale cerebrale non soltanto nel bambino, ma anche nell’adulto e nel senescente (p. 38) e non soltanto in riferimento a funzioni somato-motorie, ma anche a quelle più “complesse” come l’empatia e la compassione verso il prossimo (si vedano le ultimissime ricerche: O. M. Klimecki et al., Functional neural plasticity and associated changes in positive affect after compassion training, Celebral Cortex 23, 7, 2013, pp. 1552-1561).
Le abilità linguistiche indagate in bambini
L’attività cerebrale nel “cervello che riposa”, la caratterizzazione cioè del cosiddetto Default Mode Network
Le ricerche e le applicazioni delle diverse interfacce cervello-computer o BCI, Brain-Computer Interface, in grado di decodificare e classificare i segnali elettrici cerebrali e di tradurli in comandi adatti per dispositivi artificiali, virtuali (come un avater) o reali (come un robot)
Infine, la scoperta di neuroni peculiari in regioni motorie con proprietà miste: motorie-sensoriali: i cosiddetti “neuroni specchio”, in grado di aumentare la propria attività non soltanto durante l’esecuzione di un’azione, ma anche quando la stessa è soltanto vista o udita.

Tra le accuse di coloro che denunciano il dilagare della neuromania c’è l’affermazione che la neuroanatomia funzionale abbia fatto riemergere la frenologia, ci sarebbe un’analogia tra le due illustrata in questi termini: “l’analogia fra frenologia e neuroanatomia funzionale si basa sul fatto che mettere in relazione un’area corticale attivata durante un compito e il compito stesso è un pò come mettere in rapporto una bozza e la presunta corrispondente facoltà” (p. 42).

Ma questo pregiudizio è smentito dagli stessi esempi analizzati.
  

* Alberto Carrara, neurobioeticista, biotecnologo medico, filosofo e teologo italiano, si definisce un “neuro-critico” secondo la tripartizione tra “neuro-riduzionisti, neuro-scettici e neuro-critici” che José Alberto Álvarez-Díaz ha postulato nel suo articolo “Neuroethics as the neuroscience of ethics”, Rev Neurol, 57, 8, (16 de octubre 2013), pp. 374-382.

[1] L. C. Pedersoli – L. M. Pedersoli Castellani, «Neurofobia. Revisión y perspectivas», Tercera Epoca 2, 2, (2010), pp. 1-1. 

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