lunedì 3 febbraio 2014

Rubrica del lunedì: Storia della neuroetica (12)

di Alberto Carrara

Oggi inizierò a presentare una serie di paradigmi di Neuroetica, scegliendo tra alcuni autori, tra i più significativi, e mettendo in evidenza come ad ogni paradigma sia associata, più o meno esplicitamente, una certa visione dell’essere umano, una specifica antropologia.

La Cueva de las Manos - Patagonia
Ogni paradigma neuroetico ha dei propri fondamenti filosofici di riferimento che emergono dall’argomentazione dell’autore e che si situano a pieno titolo sul crocevia tra ragione, scienza e fede. Si considereranno diversi approcci alla Neuroetica: da visioni chiuse alla trascendenza, che riducono tutto alla sola razionalità scientifica (empirica), a visioni “aperte” al confronto e al dialogo con quegli aspetti, come il lume della fede, che “potenziano” la razionalità umana.


Se Shakespeare nell’Amleto aveva così superbamente descritto l’uomo:
“Che capolavoro è l’uomo! Nobile d’intelletto, dotato di una illimitata varietà di talenti; esatto nelle sue forme e in tutti i suoi atti; compiuta ammirevole creazione: pari a un Dio nella mente e, nell’azione, ad un angelo. Lui la bellezza del mondo. Lui la misura d’ogni animata cosa!”.

Oggigiorno a prevalere sembrerebbe la concezione di quell’UOMO NEURONALE, descritto da Jean-Pierre Changeux, l’uomo è il cervello, il suo cervello!

Noi siamo il nostro cervello è anche il titolo e la tesi dell’immensa opera del neurobiologo olandese Dick Swaab.

Cosa c’è in ballo in questo capovolgimento, in questa “svolta” antropologica?

Sono alcuni tra i più famosi esponenti del cosiddetto fisicalismo a spiegarcelo: Changeux non esita a proclamare l’entrata in scena di un nuovo fenotipo culturale, un modello di uomo capace di dispensarci dallo spirito e da tutte le speculazioni filosofico-teologiche, per lui, la separazione tra attività mentali e neuronali non si giustifica, così, l’unico sacerdote in grado di curare l’anima è il neurobiologo, alle prese con il cervello, al massimo coadiuvato da uno spicologo o da uno psicoanalista, possibilmente di stretta osservanza freudiana, così: “l’uomo non ha più nulla a che fare con lo “spirito”, gli basta essere un Uomo Neuronale... e la coscienza è il sistema di regolazioni neuronali in funzione”.

Nel suo “viaggio attraverso il cervello umano” intitolato proprio Il motore della ragione, sede dell’anima, Paul Churchland ci assicura: la dottrina di un’anima immortale sembra, per dirla francamente, solo un altro mito, falso non solo marginalmente, ma nel suo nocciolo”.

Ciò che realmente è in ballo è quel principio vitale immateriale, trascendente la pura materialità del reale che una lunga tradizione filosofica ha denominato “anima”, fondamento della vita. Paradossale che coloro che più la citano vogliano identificarla o ridurla al cervello, come fa Eduardo Punset nel suo libro bestseller: L’anima è nel cervello. Radiografia della macchina per pensare.

A settembre 2012 usciva un nuovo libro del professor Edoardo Boncinelli, figura nota a livello mediatico, gran divulgatore, fisico di professione, oggi esperto in neuroscienze e, persino, filosofo. Questa sua sintesi professionale e personale l’ha voluta intitolare così: Quel che resta dell’anima 58.

Commentato sulla Terza Pagina del Corriere della Sera del 6 settembre 201259, in un articolo di Chiara Lalli intitolato non a caso: Neurobiologia. I meccanismi della psiche e il libero arbitrio in un saggio di Edoardo Boncinelli. L’anima? È solo un’illusione. Così la scienza supera il dualismo tra la mente e il corpo, questo lavoro del Boncinelli sembra proprio situarsi in questa corrente che getta legna sull’odierno “rogo antropologico” e sostiene con tutta “forza” che: l’uomo è pura materia, che la libertà e la coscienza (come altre realtà che ci caratterizzano nella nostra essenza di uomini) altro non sarebbero che molecole, neurotrasmettitori, connessioni sinaptiche, networks cerebrali, impulsi elettrochimici...

Per molti di questi autori l’anima, spirito vitale, immortale, capace di garantire autonomia e libertà di scelta, finisce per coincidere con la mente e la coscienza.

Il concetto “coscienza” risulta così essenziale per definire l’essere umano nella sua essenza.
Dalla sua definizione e considerazione dipenderà l’intera visione antropologica.

Allora la domanda cardine: chi è l’uomo? può venir declinata anche come: che cos’è la coscienza?

Per alcuni neuroscienziati la coscienza emergerebbe dalla competizione e cooperazione dei diversi aggregati delle cellule cerebrali, i neuroni appunto; coscienza e anima avrebbero perciò una genesi e una verificabilità materiale, sarebbero soltanto l’effetto dinamico di operazioni neurologiche, frutto dell’evoluzione biologica della specie umana.

58 Cf. E. Boncinelli, Quel che resta dell’anima, Rizzoli, Milano (settembre) 2012, pagine 165, 18 euro.
59 Cf. C. Lalli, «L’anima? È solo un’illusione», in: Il Corriere della Sera, Terza Pagina, giovedì 6 settembre 2012, pag. 41.

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