giovedì 27 marzo 2014

Neurofobia – 3

di Alberto Carrara, LC *

In due precedenti articoli su questo blog dedicato alla Neuroetica e alle Neuroscienze, ho introdotto il recente volume NEUROFOBIA. Chi ha paura del cervello? (QUI) e ne ho successivamente descritto e riassunto il primo capitolo (QUI).

Si tratta dell’intrigante libro del neuroscienziato cognitivo Salvatore Maria Aglioti e del fisiologo Giovanni Berlucchi di recente pubblicato dalla Collana diretta da Giulio Giorello Scienza e Idee di Raffaello Cortina Editore (Milano 2013).

Oggi prenderò in considerazione l’introduzione del secondo capitolo, intitolato: 2 – Il fascino (in)discreto del cervello, cioè le prime pagine, dalla 47 alla 50.


Colpisce, a prima vista, quel “in” messo tra parentesi prima di “discreto” relativo al fascino che il nostro organo cerebrale suscita nell’immaginario collettivo, e non soltanto.

Questo secondo capitolo, che va da p. 47 a p. 64, è strutturato in brevi piccoli sottocapitoletti. Eccone uno schema:

Scienza e società di fronte ai pericoli della neuromania (p. 50)
Gli elementi dell’accusa di neuromania (p. 58)
Le neuroimmagini non hanno nulla di nuovo e sono spesso basate su artefatti (p. 58)
La fascinazione che il neuro esercita, specialmente sui non esperti, può disinformare la società e svantaggiare gli studi psicologici tradizionali (p. 61)
L’indebito proliferare dei prefissi indica la prepotenza della neuromania (p. 63).

Per comprendere l’intero capitolo, a mio avviso, bisogna aver presente l’interlocutore o, meglio, gli interlocutori con i quali si “dialoga”. Questi sono i due psicologi italiani Legrenzi e Umiltà che pubblicarono nel 2009 il famoso libro: Neuro-mania. Ecco perché il cervello non spiega chi siamo.

Il fascino (in)discreto del cervello, inizia con un’affermazione fondamentale che ripeto molto ai miei studenti di filosofia e che Aglioti e Berlucchi così esprimono: «L’interesse dell’uomo per il suo cervello, e in particolare per il cervello come organo della mente, è molto antico», viene citato il “padre” storico della teoria cerebro-centrica, Alcmeone di Crotone che si era reso conto, sin dal VI secolo a.C., che il cervello era fondamentale e indispensabile, non soltanto alla percezione, come sottolineano gli autori di Neurofobia, bensì per la manifestazione di tutte le peculiarità umane.

Ippocrate di Cos, “padre” della Medicina, riprendendo le teorie di Alcmeone poteva così esprimersi nel suo Male Sacro, testo medico relativo all’epilessia:

«Bisogna che gli uomini sappiano che da null’altro si formano i piaceri e la serenità e il riso e lo scherzo, se non dal cervello, e così i dolori, le pene, la tristezza e il pianto. E soprattutto grazie ad esso pensiamo e ragioniamo e vediamo ed udiamo, e giudichiamo sul brutto e sul bello, sul cattivo e sul buono, sul piacevole e sullo spiacevole […] Ed è a causa del cervello se impazziamo, e deliriamo, e ci insorgono incubi e terrori […] E tutto ciò soffriamo per via del cervello, quand’esso non sia sano […] Per queste vie ritengo che il cervello svolga l’azione più importante nell’uomo: esso infatti è per noi l’interprete degli stimoli […] Il cervello è invero il veicolo alla coscienza […] è l’interprete della coscienza»[1].

Come affermano gli autori di Neurofobia nel capitolo precedente (nel primo):

«Lo studio dei rapporti fra attività cerebrali e attività psichiche si è basato per molti decenni, e ancora in parte si basa, sulle analisi dei disturbi provocati da lesioni di diverse parti del cervello. L’associazione fra comportamento e cervello sembra documentata già nel 1700 a.C. in un papiro dove la difficoltà a esprimersi viene attribuita a una malattia del cervello, il collegamento tra paralisi del lato destro del corpo e la difficoltà della parola è descritto in un salmo ebraico del VI secolo a.C., mentre il rapporto tra lesione del lato destro del cervello e spasmi della parte sinistra del corpo era già noto a Ippocrate nella Grecia del V secolo a.C. Tuttavia è solo nell’Ottocento che l’esame anatomico e istologico postmortem del cervello ha consentito di rintracciare associazioni specifiche tra disturbi clinici (per esempio la perdita del linguaggio) e la sede della lesione (corteccia frontale inferiore sinistra)»[2].

Mentre all’inizio di questo secondo capitolo si afferma:

«L’interesse dell’uomo per il suo cervello, e in particolare per il cervello come organo della mente, è molto antico. Già mezzo millennio prima della nascita di Cristo, Alcmeone di Crotone era in grado di affermare, sulla base di dati anatomici, che il cervello è essenziale per la percezione. La rivoluzione culturale prodotta da questa affermazione, paragonabile per importanza secondo Robert Doty (2007) alle rivoluzioni copernicana e darwiniana, ha improntato lo sviluppo del pensiero medico e filosofico greco-romano ed è stata trasmessa attraverso i secoli fino ai giorni nostri. Nel Corpus Hippocraticum elaborato nella biblioteca di Alessandria d’Egitto si legge: “L’uomo deve sapere che dal cervello, e solo da quello, originano i nostri piaceri, le nostre gioie, il nostro sorriso e il nostro diletto, al pari delle nostre tristezze, dei nostri dolori, delle nostre pene e dei nostri pianti [...] gli occhi, le orecchie, la lingua, le mani e i piedi agiscono in accordo con il discernimento del cervello”. I duemila e più anni trascorsi da allora non hanno cambiato il valore di verità di queste affermazioni. L’esistenza di un legame inscindibile fra processi mentali e processi cerebrali non può certo essere posta in discussione, anche se sulla natura di questo rapporto non esiste tuttora un consenso generale. A un estremo c’è chi assegna alla mente, pur non negandone gli evidenti collegamenti con l’attività nervosa, uno statuto ontologico metafisico o comunque in nessun modo riducibile alla realtà materiale di un sistema meccanicistico come il cervello. All’altro estremo, secondo l’opinione cosiddetta riduzionista, la mente invece è solo una comoda metafora che consente di denotare concisamente un complesso di attività integrate del sistema nervoso, solo in parte conosciute, ma potenzialmente esplorabili grazie ai progressi delle neuroscienze»[3].

Interessanti i passaggi in cui si ribadisce l’unicità e la peculiarità delle neuroscienze (NS) nel contesto interdisciplinare contemporaneo: «Fra tutte le scienze naturali le neuroscienze sono uniche perché oggi sono in grado di dimostrare correlazioni dirette fra determinati eventi che si svolgono nella struttura fisica di un cervello e determinate esperienze coscienti del possessore del cervello medesimo» (p. 48), «Inoltre, è possibile individuare correlati cerebrali di tratti non solo biologici, ma anche spirituali e morali della persona» (p. 49).

Importanti sono le precisazioni accurate degli autori che sottolineano che «Una correlazione non implica un rapporto di causa ed effetto, ma per i neuroscienziati, e si può dire anche per la maggioranza dei non addetti ai lavori, nessun fenomeno cosciente, dalla percezione alla memoria al pensiero alle emozioni ecc., può aver luogo in assenza del rispettivo correlato cerebrale» (p. 48). Affermazione fondamentale in sintonia perfetta con una visione antropologica che difende (razionalmente e realisticamente parlando) l’unità duale o uni-dualità della persona umana.

Le modalità di un possibile «nesso causale» tra lesioni del sistema nervoso o modificazioni indotte attraverso psicofarmaci (sostanze chimiche neurotrope varie) che alterano direttamente i cosiddetti «eventi cerebrali» e gli «eventi o tratti mentali» (comprendenti, oltre all’etica e alla moralità, anche la religiosità), come affermano gli autori, «sono ancora ignote». 

Ecco che si apre l'orizzonte di tutto l’ampio spettro delle diverse teorie filosofiche internaliste ed esternaliste del mentale che la Mind Philosophy indaga da anni. A tal riguardo, l’interessante libro della filosofa italiana Maria Cristina Amoretti, La mente fuori dal corpo, può aiutare come compendio delle sei diverse correnti all’interno dell’esternalismo del mentale.

All’inizio di questo secondo capitolo viene ribadito un concetto pratico molto importante in neurobioetica, il principio del “cervello plastico” (p. 49) che, come si afferma «si è sviluppato insieme al resto del corpo». È doveroso menzionare l’apporto del premio Nobel italiano Rita-Levi Montalcini a tale concetto pratico con la scoperta e caratterizzazione dell’NGF (Nerve Growth Factor).


* Alberto Carrara, neurobioeticista, biotecnologo medico, filosofo e teologo italiano, si definisce un “neuro-critico” secondo la tripartizione tra “neuro-riduzionisti, neuro-scettici e neuro-critici” che José Alberto Álvarez-Díaz ha postulato nel suo articolo Neuroethics as the neuroscience of ethics”, Rev Neurol, 57, 8, (16 de octubre 2013), pp. 374-382.



[1] Ippocrate, Male sacro, XVII-XX. Ippocrate, Male sacro, testi italiani in Ippocrate, Opere di Ippocrate, a cura di M. Vegetti, UTET, Torino 19762.
[2] Cf.. M. Aglioti – G. Berlucchi, Neurofobia. Chi ha paura del cervello?, Raffaello Cortina, Milano 2013, 23.
[3] Cf.. M. Aglioti – G. Berlucchi, Neurofobia. Chi ha paura del cervello?, Raffaello Cortina, Milano 2013, 47-48.

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