lunedì 28 aprile 2014

Neurofobia – 4

di Alberto Carrara, LC *

Una più profonda conoscenza dell’organo cerebrale e delle attività espletate dalle sue varie componenti è essenziale per fornire, anche ai non addetti ai lavori, un complesso di istruzioni per un uso adeguato delle potenzialità cognitive ed emotive... all’alba del terzo millennio sia gli adulti che glia appartenenti alle categorie giovanili, si possono avvalere delle nuove acquisizioni relative allo studio dell’organo cerebrale, dal quale dipende ogni nostro pensiero ed azione, utilizzando le nuove elaborate strumentazioni oggi in uso. Alle capacità raziocinanti spetta il compito fondamentale di assumere il comando delle proprie azioni per il presente e il futuro dell’umanità” (Rita Levi Montalcini, Abbi il coraggio di conoscere, p. 19).

Questo brano dal volumetto Abbi il coraggio di conoscere dell’italiana premio Nobel per la Medicina Rita Levi Montalcini, definito da Giorgio Rivieccio “un richiamo ai valori etici e razionali più elevati, un invito a farne uso con determinazione e coraggio”, riassume bene la finalità del volume NEUROFOBIA. Chi ha paura del cervello? del neuroscienziato cognitivo Salvatore Maria Aglioti e del fisiologo Giovanni Berlucchi che da qualche settimana sto commentando su questo blog dedicato alla Neuroetica e alle Neuroscienze.


All’inizio del secondo capitolo Il fascino (in)discreto del cervello viene ribadito un concetto pratico molto importante in neurobioetica e caro alla Montalcini: il principio del “cervello plastico” (p. 49) che, come si afferma «si è sviluppato insieme al resto del corpo».


Come non dimenticare, a pochi giorni dall’anniversario dalla nascita (22 aprile 1909) del premio Nobel per la Medicina, il suo contributo determinante alla scoperta e caratterizzazione dell’NGF (Nerve Growth Factor).

Dopo aver presentato (QUI) l’introduzione di questo secondo capitolo Il fascino (in)discreto del cervello (pp. 47-50), mi immergo oggi nel primo sottocapitoletto intitolato: Scienza e società di fronte ai pericoli della neuromania.

Ecco uno schema di questo capitolo:

Scienza e società di fronte ai pericoli della neuromania (p. 50)
Gli elementi dell’accusa di neuromania (p. 58)
Le neuroimmagini non hanno nulla di nuovo e sono spesso basate su artefatti (p. 58)
La fascinazione che il neuro esercita, specialmente sui non esperti, può disinformare la società e svantaggiare gli studi psicologici tradizionali (p. 61)
L’indebito proliferare dei prefissi indica la prepotenza della neuromania (p. 63).

Gli autori presentano il “presunto imperialismo culturale delle neuroscienze” introducende l’emblematico articolo di Alissa Quart (autrice di Branded e Hothouse Kids) apparso sul New York Times del 23 novembre 2012 col titolo: Neuroscience: Under Attack.

In questo breve articoletto, la Quart, esponendo in forma sintetica alcune considerazioni addotte dai cosiddetti “neuro-dubbiosi” (neuro doubters, comprendenti anche i così chiamati: Neurocritic, Neuroskeptic, Neurobonkers e Mind Hacks), allude al “brain porn” in questo modo: As a journalist and cultural critic, I applaud the backlash against what is sometimes called brain porn, which raises important questions about this reductionist, sloppy thinking and our willingness to accept seemingly neuroscientific explanations for, well, nearly everything. Voting Republican? Oh, that’s brain chemistry. Success on the job? Fortuitous neurochemistry! Neuroscience has joined company with other totalizing worldviews — Marxism, Freudianism, critical theory — that have been victim to overuse and misapplication”.

Aglioti e Berlucchi operano una distinzione che considero interessante anche se parziale. Essi affermano: “questa posizione “trascendentalista” e anticerebrale” – quella della Quart a loro giudizio – “condivisa da molti di coloro che denunciano la neuromania, va distinta dalle correnti “esternaliste” della filosofia della mente, secondo le quali la mente dipende da qualcosa di esterno al corpo e al cervello” (p. 50).

Così descrivono le due visioni gli autori di Neurofobia:

POSIZIONE TRASCENDENTALISTA-ANTICEREBRALE: “un atteggiamento di pensiero radicato in un lontano passato, ma riemerso con prepotenza nell’ultima manciata di anni, per il quale la vita umana, e specialmente la sua componente mentale e spirituale, non è spiegabile scientificamente perché la nostra vera essenza è immateriale, e come tale non può essere ricondotta al funzionamento di una struttura fisica come il cervello”

POSIZIONE ESTERNALISTA DEL MENTALE: “l’esternalismo filosofico non nega il fatto, ovvio ai più, che l’esistenza di una mente umana richieda un cervello umano, ma sostiene che la sede fisica dei processi e dei contenuti mentali vada ben oltre i confini cerebrali” (pp. 50-51).

A questo punto, le precisazioni dovrebbero continuare. Il filosofo non può fermarsi a questo, lo “scavo” veritativo non ammette radicalizzazioni del tipo “nero-bianco”. Brevemente menziono soltanto che, a livello dell’esternalismo del mentale esistono ben 6 sottosuddivisioni, ovviamente con sfumature ed accenti diversi, a volte contrastanti, come ben mette in luce la filosofa italiama Maria Cristina Amoretti nel suo libro La mente fuori dal corpo. Inoltre, una posizione detta “trascendentalista” (se con questo termine si intende l’apertura ad una dimensione non esclusivamente materiale del reale, postulato, quest’ultimo, indimostrabile empiricamente come ben sottolinano numerosi filosofi della scienza, tra cui il professor Evandro Agazzi) non è necessariamente e di per sé “anticerebrale”, anzi, se si consida con profondità speculativa la storia della filosofia, il realismo aristotelico-tomista (non chiuso, ma aperto all’integrazione delle frontiere della ricerca scientifica), ha integrato la teoria cerebrocentrica che da Alcmeone di Crotone in poi si è sempre più imposta e che oggigiorno, trova nelle ricerche neuroscientifiche di frontiera la maggior fonte di dati empirici da interpretare secondo paradigmi filosofici al contempo sempre nuovi e sempre gli stessi, caratteristica propria dell’essere umano: sempre lo stesso (piano ontologico dell’essere), ma in constante cambiamento (piano operativo-pratico dell’agire).

Ecco allora che qui bisognerebbe immergersi nelle distinzioni in ambito di quello che i filosofi chiamano: realismo. Non esiste un solo tipo di realismo, ma una serie. Parliamo di realismo metafisico (esiste una realtà assolutamente indipendente da noi sia quanto all’esistenza che quanto alla natura), di realismo empirico, gnoseologico forte, debole, e numerosi tipi di realismo scientifico (almeno 5 possibili suddivisioni).

Quello che mi preme sottolineare a questo punto è stato già detto: una posizione detta “trascendentalista” non è necessariamente e di per sé “anticerebrale”, anzi!

Aglioti e Berlucchi illustrano poi tre saggi di “neuromaniaci” che sottolineano il “pericoloso strapotere del neuro” (pp. 52-57). Questi sono: Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo (2009); Aping Mankind (Ridurre gli umani a scimmioni); e Brainwashed. The Seductive Appeal of Mindless Neuroscience (2013).

Nelle prossime settimane prenderò in considerazione ciascuno di questi tre saggi.



* Alberto Carrara, neurobioeticista, biotecnologo medico, filosofo e teologo italiano, si definisce un “neuro-critico” secondo la tripartizione tra “neuro-riduzionisti, neuro-scettici e neuro-critici” che José Alberto Álvarez-Díaz ha postulato nel suo articolo Neuroethics as the neuroscience of ethics”, Rev Neurol, 57, 8, (16 de octubre 2013), pp. 374-382.

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