martedì 8 aprile 2014

Neuroscienze e libertà: un'introduzione - 2

di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN) *

* questa è la seconda parte della sintesi della conferenza magistrale che l'autore impartirà oggi, martedì 8 aprile 2014 alle ore 17:10 presso l'aula Master dell'Ateneo Regina Apostolorum a Roma. Il testo è tratto dall'articolo pubblicato sulla rivista Studia Bioethica, vo. 6, n. 1, 2013, pp. 21-24. 

Quali conclusioni possono essere desunte da questi dati sperimentali? 

È fuori discussione e bisogna riconoscere che, almeno a prima vista, questi risultati sono sorprendenti. Ciò che ci si aspetterebbe è che l’area mororia della corteccia premotoria non si attivasse prima del prendere coscienza della decisione di eseguire un certo movimento. D’altra parte, però, la sequenza temporale sembra indicare che il cervello prepara il movimento prima che diventiamo coscienti di deciderlo.


In primo luogo, non c’è dubbio che questi risultati costituiscono un gran apporto alla ricerca neuroscientifica. Bisogna però far attenzione all’interpretazione scientifica dei dati concreti e reali. Ciò che è stato brevemente descritto fin qui potrebbe confermare la credenza che sia il nostro cervello una mera macchina causale e che nello spiegare l’agire libero non sia necessaria la coscienza. “Ci troviamo in un settore della scienza moderna nel quale la rigida distinzione tra scienza e filosofia risulta artificiale o, quanto meno, è messa in crisi”, come giustamente affermano José Ignacio Murillo e José Manuel Giménez-Amaya[1].

Sono molti i problemi connessi a questi esperimenti. Rimangono ancora problemi tecnici che vengono dibattuti a livello scientifico, specie quelli relativi alla mediazione dell’esperienza soggettiva, la relazione tra coscienza e tempo, la modalità di costruire gli esperimenti, etc. Inoltre, scienzati autorevoli affermano che “la comprensione di come la condotta per propria iniziativa venga codificata dai circuiti neuronali nel cervello umano resta elusiva [2].

La neurologa e filosofa Adina Roskies, nell’articolo di Kerri Smith, commenta queste evidenze scientifiche affermando che anche se la predizione sia notevole, ciò non è sufficiente ad affermare che si possa vedere nel cervello la decisione che la mente prende prima che questa ne divenga cosciente. Tutto quello che questi dati empirici suggeriscono è che vi sono fattori fisici che hanno un certo influsso nella presa di decisione. Ciò però non dovrebbe sorprendere nessuno.

Per filosofi formati in ambito scientifico, questi tipi di studi non costituiscono una buona evidenza dell’assenza di libero arbitrio. Queste sperimentazioni non sono altro che caricature della presa di decisione poiché persino la decisione apparentemente più banale e semplice di prendere un te invece di un caffè, risulta molto più complessa che decidere se premere un pulsante con una mano o con l’altra[3]. Queste critiche della Roskies rispondono al pregiudizio dello stesso Libet che affermava: “è interessante che la maggior parte delle critiche negative alle nostre scoperte e alle loro implicazioni, provengano da filosofi e da altri dotati di una esperienza insignificante nel campo della neuroscienza sperimentale del cervello [4].

In mezzo a questo dibattito, stiamo realmente parlando di libertà umana?

Come fanno notare José Ignacio Murillo e José Manuel Giménez-Amaya, in tutti questi esperimenti “l’azione libera appare come una causa, vincolata alla coscienza, capace di modificare il mondo fisico. Detto questo, bisogna tenere in considerazione che tale definizione di libertà, anche se può rinvenirsi in qualche autore moderno, non corrisponde al concetto classico di libero arbitrio [5].

La riflessione sulla libertà umana è una sorta di “filo rosso”, una costante che emerge continuamente lungo la storia del pensiero. 

Tommaso d’Aquino, che sintetizza una tradizione millenaria, affronta questa problematica in diverse opere. In primo luogo, bisogna specificare che l’uomo, giudicando sul proprio agire in virtù della ragione, può giudicare secondo il suo arbitrio, a differenza degli altri animali, poichè conosce la natura del fine (rationem finis) e i mezzi (quod est ad finem) e la loro relazione mutua (De Veritate, q. 24, a.1). Così l’uomo è dotato di libertà, cioè, è causa sui, essendo non soltanto causa del suo movimento, ma essendo anche causa del suo stesso giudizio in virtù del quale può decidere se desidera agire e come realizzare l’atto. La stessa conclusione si trova anche nella Summa di Teologia I parte, q. 83, a. 1. 

La radice della libertà si trova nella ragione che l’uomo possiede. Quest’ultima lo distingue dagli altri animali che agiscono seguendo il proprio giudizio che risulta determinato a un solo oggetto. Pertanto, non sono liberi. Negli animali vi è spontaneità, non libera scelta (De Veritate, q. 24, a.2).   

Prendendo le mosse dalla proáiresis di Aristotele, la libertà può essere definita come la proprietà specifica della volontà umana (potenza o appetito razionale) in ordine al suo atto caratteristico che è la scelta (De Veritate, q. 24, a. 6) e che consiste nella capacità di agire in virtù della conoscenza intellettiva di ciò che è buono, del bene, o più precisamente, del bene in quanto bene.

Quest’apertura della volontà nella scelta caratterizza uno degli aspetti propri dell’essere umano. Non c’è dubbio che quest’indeterminazione avviene all’interno di un margine di determinazione, anche cerebrale, che è definito dai limiti stessi della natura umana e di ciò che l’uomo può effettivamente compiere.

In definitiva, gli esperimenti neuroscientifici, dato che non coinvolgono né un fine precedentemente conosciuto, né la varietà dei mezzi per raggiungerlo (non considerano neppure perciò il loro reciproco rapporto), non sono diretti alla caratterizzazione della libertà umana. Non è in gioco una scelta libera, bensì l’esecuzione di un semplice atto privo di qualsiasi motivazione. Non è contemplata alcuna ragione di bene.

Le false interpretazioni dei risultati a livello di elettroencefalografia e di immagini di risonanza magnetica funzionale non sono facilmente smascherabili da un pubblico poco esperto. Perciò, al momento di interpretare i dati neuroscientifici c’è bisogno di molta prudenza ed equilibrio. Bisogna ricordare che l’esperienza umana, proprio per essere “umana”, si caratterizza per una ricchezza e una complessità senza paragoni, tant’è che può persino arrivare ad affermare liberamente che la libertà è una mera illusione. Lo stesso Tolstoi lo riconosceva: “voi dite che io non sono libero... ma chiunque capisce che questa illogica risposta è una inconfutabile prova del mio libero arbitrio [6].


[1] José Ignacio Murillo e José Manuel Giménez-Amaya, Tiempo, conciencia y libertad: consideraciones en torno a los experimentos de B. Libet y colaboradores, in «Acta Philosophica» 11, 2008, pp. 291-306.
[2] Cf. Fried, I., Mukamel, R., Kreiman, G., Internally Generated Preactivation of Single Neurons in Human Medial Frontal Cortex Predicts Volition, in «Neuron» 69, 10 febbraio 2011, pp. 548-562.
[3] Cf. Adina Roskies, Neuroscience vs philosophy: Taking aim at free will, in «Nature» 477, 2011, pp. 23-25.
[4] Benjamin Libet, The Timing of Mental Events: Libet’s Experimental Findings and Their Implications, in «Consciousness and Cognition» 11, 2002, pp. 291-299.
[5] José Ignacio Murillo e José Manuel Giménez-Amaya, Tiempo, conciencia y libertad: consideraciones en torno…, pp. . 291-306.
[6] L. Tolstoi, Guerra e pace... p. 366.

1 commento:

  1. E' interessante l'articolo. Non riesco a capire la conclusione. Dati i dati degli esperimenti noi siamo coscienti dopo aver già deciso di fare una certa azione. Dunque il nostro "cervello" è deterministico? Direi di si visti i dati ottenuti. Quali controprove abbiamo a questa teoria?

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