venerdì 18 aprile 2014

Ramachandran, la coscienza e la neuroetica

di Riccardo Carrara


Vilayanur S Ramachandran, neurologo indiano, professore di neuroscienze e psicologia presso l’Università della California a San Diego, direttore del Center for Brain and Cognition e professore aggiunto di Biologia al Salk Institute for Biological Studies è uno dei nomi più conosciuti nell'ambito delle neuroscienze.

Abbiamo parlato di lui qualche giorno fa in occasione del premio "scienziato dell'anno 2014", torniamo a parlarne oggi per analizzare quanto V.S. Ramachandran abbia a che fare con la neuroetica. Prendiamo in considerazione il suo libro "L'uomo che credeva di essere morto" e in modo specifico quanto scritto nell'epilogo (pp. 311-317).


Dopo una citazione di William Shakespeare, Ramachandran spiega il motivo dell'intero libro: "Uno dei principali temi di questo libro - che si parli di immagine corporea, neuroni specchio, evoluzione del linguaggio o autismo - è come il sé interiore interagisca con il mondo (Compreso il mondo sociale) conservando nel contempo la propria riservatezza".

Tutto il libro del neuroscienziato indiano è riferito al "sé interiore" e alle malattie legate a questo argomento: "Ho ipotizzato che molti tipi di malattia mentale derivino dall'alterazione di questo equilibrio". Si riferisce all'equilibrio tra il sé interiore e il mondo, gli altri; un tema che sembrerebbe riguardare solo l'essere umano, almeno secondo quanto afferma lo stesso Ramachandran: "... comprendere diverse, bizzarre sindromi neuropsichiche. Ho quindi ipotizzato che tali disturbi siano causati da perturbazioni della coscienza e dell'autocoscienza, due attributi squisitamente umani (è difficile pensare che una scimmia soffra della sindrome di Cotard o di deliri religiosi)". 

Interessante notare come l'arguto neurologo, partendo dalle malattie neuropsichiatriche, arrivi a spiegare o almeno a proporre, basandosi sulla ragione, che una differenza tra l'uomo e gli animali, compresi i primati più simili a noi, c'è ed è una differenza essenziale.



Con una serie di esempi, chiarisce questa differenza e la mette in evidenza: "L'estetica esiste negli uccelli, nelle api e nelle farfalle, ma il termine 'arte' (con tutte le sue connotazioni culturali) è più adatto a descrivere le opere umane, sebbene l'arte in genere attinga, come abbiamo visto, a circuiti nervosi che sono mostri ma anche di altri animali". È importante rimarcare il termine "attinga" (della traduzione italiana) che fa riferimento ad un utilizzo, ad un 'toccare', ma non ad un esaurirsi in essi (cervello e circuiti cerebrali).

"Il senso dell'umorismo è esclusivamente umano, la risata no. Nessuno attribuisce il senso dell'umorismo a una iena e nemmeno a una scimmia che 'ride' quando le si fa il solletico. Anche l'orangutan è capace di un'imitazione rudimentale (come aprire una serratura), ma solo l'uomo riesce a imitare abilità più complesse come cacciare un'antilope con la lancia o mettere il manico alla lama di un'ascia"

Oltre a tutto questo c'è un'essenziale differenza nella memoria e nei ricordi: "Una scimmia è senza dubbio in grado di imparare nuove cose e conservarne il ricordo, ma non può ricordare consciamente eventi specifici del passato per elaborare un'autobiografia attraverso la quale conferire un senso di narrazione e significato alla propria vita"


Si arriva a parlare di coscienza (e come sempre il difficile argomento viene semplificato e presentato senza i giusti chiarimenti terminologici):
"L'autocoscienza (e il termine 'coscienza' usato in modo intercambiabile) si è rivelata una preda particolarmente elusiva, ma abbiamo visto che si può analizzare attraverso lo studio della vita mentale interiore dei pazienti neurologici e psichiatrici. L'autocoscienza non solo ci rende umani, ma, paradossalmente, ci induce anche a cercare di essere più che umani. Come ho detto nelle mie Reith Lectires, trasmesse dalla BBC: 'la scienza ci dice che non siamo angeli, ma solo primati molto evoluti. Eppure noi non ci sentiamo primati ma angeli che, intrappolati in corpi di bestie, anelano costantemente alla trascendenza'. Questa, in sostanza, è l'ardua condizione dell'umanità".

È chiaro qui il riferimento alla domanda di Disraeli "L'uomo è una scimmia o un angelo?", che ha trovato il riscontro e lo scontro di miriadi di pensatori, tra i quali Huxley e Owen. 
Ramachandran sembra dire che la scienza moderna, le neuroscienze, pur non avendo dato una risposta definitiva a questa questione, ha fatto qualcosa in più: con la conoscenza sempre più approfondita del cervello, non serve più schierarsi da una parte o dall'altra.

Il libro di Ramachandran e i casi bizzarri presentati in esso, casi della letteratura medica, ci mettono a contatto, pagina dopo pagina, con queste domande profonde ed esistenziali. È inevitabile, per un medico che ogni giorno vede casi simili e per chi si cimentasse in questa appassionante lettura, domandarsi "Chi sono? Chi siamo?".

Le risposte possono essere molteplici, ma come fa Ramachandran, non possiamo permetterci di essere riduzionisti e pressapochisti, anche se ci troviamo di fronte a domande esistenziali, dobbiamo renderci conto che la scienza e la neuroscienza non potrà risolverle fino in fondo. "Tuttavia, come essere umani dobbiamo accettare con umiltà il fatto che, per quanto possiamo approfondire la nostra conoscenza del  cervello e dell'universo che da esso emana, il problema delle origini ultime ci accompagnerà sempre".


In fondo, questo è il problema della coscienza. "Abbiamo visto che il sé consiste di molti fili, ognuno dei quali è dipanato e studiato attraverso esperimenti. Ormai abbiamo gli strumenti per capire in quale modo tali fili si armonizzano nella normale coscienza quotidiana. Inoltre, trattare almeno alcune forme di malattia mentale come disturbi del sé potrebbe permetterci di comprendere meglio e aiutarci a ideare nuove terapie da integrare con quelle tradizionali.
Tuttavia, il vero motivo che ci spinge a cercare di decifrare il sé è non tanto il mettere a punto nuove cure, quanto l'esigenza, più profonda e radicata in tutti noi, di capire noi stessi".

Ed è tutto questo e qualcosa di più che dà senso alla neuroetica!

1 commento:

  1. affascinante e decisivo per nutrire la personale autocoscienza accompagnandola nella crescita.

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