venerdì 18 aprile 2014

Stati vegetativi: se si potesse sapere chi si risveglia e chi no?

di Riccardo Carrara

Uno dei drammi più forti per un medico e per i famigliari di persone in stati di alterazione della coscienza (stati vegetativi, stati di minima coscienza...) è il non sapere se il loro paziente, o il loro caro, potrà mai svegliarsi o potrà recuperare la comunicazione con il mondo esterno. Oggi, questa inquietudine potrebbe sparire.

Che cosa succederebbe e quali sarebbero le ripercussioni etiche se fosse possibile, con una particolare scansione del cervello, stabilire se e quando i pazienti in stato vegetativo si sveglieranno?


Un nuovo studio pubblicato su Lancet il 16 aprile 2014 e intitolato "Diagnostic precision of PET imaging and functional MRI in disorders of consciousness: a clinical validation study" suggerisce che alcuni strumenti di imaging cerebrale potrebbero fare una diagnosi più accurata nei casi di alterazione dello stato di coscienza. Non solo, potrebbero anche risultare utili per sapere quando la persona in stato vegetativo o in stato di minima coscienza si potrebbe risvegliare.

I pazienti in stato di minima coscienza possono rispondere agli stimoli. Essi possono dire il proprio nome o seguire con lo sguardo qualcuno che entra nella stanza. "Questi pazienti hanno un grande potenziale per riprendere la loro coscienza pienamente" afferma il dottor Joseph Fins esperto di neuroetica al Weill Cornell Medical College.

I pazienti in stato vegetativo risultano apparentemente insensibili, anche se il loro cervello mostra segni di una certa attività cerebrale. È estremamente difficile che possano recuperare la propria coscienza pienamente, ma non impossibile. 

Entrambe queste due situazioni sono molto diverse dalla morte cerebrale dalla quale non è possibile alcun recupero.

Negli anni si sono sviluppate sempre più indagini e osservazioni più accurate nei confronti delle persone in stato vegetativo e di minima coscienza. La necessità fondamentale è sempre stata quella di riuscire a distinguere i due stati (o i diversi stati), poiché i segni di reattività sono molto sottili. Un aiuto è venuto dalle moderne tecniche di indagine del cervello, ma ancora devono essere fatti dei passi in avanti in questo senso, visto che, come emerge dallo studio pubblicato su Lancet, più del 40% dei pazienti in osservazione avevano avuto una diagnosi sbagliata (per esempio, un terzo dei pazienti che erano precedentemente stati diagnosticati in stato vegetativo erano pazienti in stato di minima coscienza).

È stato osservato che la scansione tramite PET, al confronto con la MRI, poteva predire al 74% se un paziente si sarebbe ripreso durante il periodo di osservazione di circa un anno. Nove dei pazienti esaminati nello studio hanno recuperato lo stato normale di coscienza.

Uno degli autori dello studio Steven Laurey mette in guardia da illusioni e da esagerazioni, sottolineando che lo studio è stato condotto in un'unità speciale con ricercatori formati e che l'utilizzo non controllato della PET sui malati cerebrolesi potrebbe fare più male che bene, perché porta facilmente a diagnosi sbagliate.

Tutti questi studi hanno aperto nuove speranze e hanno fatto capire che le persone in stato vegetativo, non sono dei "vegetali". Dall'altro lato, lo sviluppo di questi strumenti e l'aumento delle conoscenze delle loro applicazioni nei casi di alterazione degli stati di coscienza, potrebbe portare a dire in futuro, quali pazienti hanno più reazioni e quali, invece, ne hanno meno. Si potrebbe davvero arrivare a stabilire l'evoluzione dei diversi stati e i risvegli dei diversi pazienti. 

Quanto peso avrebbe il fatto di sapere che quella persona in stato di alterata coscienza potrebbe svegliarsi nel giro di un anno o che non ha bassissime probabilità di svegliarsi? Quali potrebbero essere le conseguenze etiche di fronte a tali rivelazioni?

Qualcuno starà già pensando all'eutanasia per le situazioni in cui non ci fossero possibilità di risveglio, ma non dobbiamo dimenticare che la scienza e la medicina agisce sempre in positivo, dicendo ciò che sa prevedere e non ciò che non si è ancora verificato. 
L'approfondimento deve avvenire, ma si devono sempre considerare i risvolti etici e le questioni di neuroetica che lo sviluppo delle tecnologie posso portare. Prevedere questi problemi e le possibili conseguenze negative è lo strumento necessario per fare un buon uso delle neurotecnologie.

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