lunedì 5 maggio 2014

Il bonobo e l’ateo – 1

di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN)

Il bonobo e l’ateo. In cerca di umanità fra i primati, è il titolo dell’ultimo avvincente e stimolante saggio, scritto dall’etologo e primatologo olandese Frans de Waal, docente di Primate Behavior presso la Emory University di Atlanta (USA), che sto leggendo in questi giorni.

Ecco la quarta di copertina: “Che cosa direbbe un bonobo a un ateo? Anzitutto lo esorterebbe a smettere di darsi tanto da fare per dimostrare l’assenza di un dio. La legge morale dentro di noi è nata ben prima delle religioni, che svolgono la funzione non di produrla, ma soltanto di sostenerla.


Frans de Waal si pone qui l’obiettivo di sondare l’origine della morale. Con il rigore scientifico e la prosa accattivante che gli sono soliti, ci mostra come i comportamenti morali dell’uomo, la cui giustificazione ultima è tradizionalmente ricercata nella componente religiosa, siano in realtà il frutto dell’evoluzione naturale e derivino da modi di agire e di sentire già presenti, a diversi livelli, in altri mammiferi.

L’etica è nata dal basso e si è evoluta nel mondo animale, in particolare fra i primati, da forme embrionali di socialità, da pratiche di socializzazione come il grooming (la pulizia reciproca del pelo) e la sessualità, dallo sviluppo dell’empatia, dalla presa d’atto che l’altruismo e la cooperazione apportano vantaggi alla comunità, concorrendo ad accrescere le possibilità di sopravvivenza di tutti e di ciscuno. La proposta finale di de Waal è quella di un umanesimo non religioso, anche se non antireligioso, che sviluppi al meglio le capacità naturali umane”.

Frans de Waal
Ho sottolineato alcune affermazioni della quarta di copertina che commenterò via via che procederemo nell’analisi del testo.

Ho iniziato pochi giorni fa la lettura di questo saggio della collana diretta da Giulio Giorello Scienza e Idee (ed. Cortina), immerso in uno scenario congeniale: passeggiavo in un vecchio anfiteatro dinnanzi all’isola di Capri, in un paesino in provincia di Sorrento, vicino alla baia di Ieranto che si chiama Termini (proprio come la stazione di Roma).

Il titolo originale di quest’ultimo lavoro di de Waal, autore tra l’altro di Naturalmente buoni. Il bene e il male nell'uomo e in altri animali (1996); La scimmia che siamo. Il passato e il futuro della natura umana (2005); L'età dell'empatia. Lezioni dalla natura per una società più solidale (2009), è: The bonobo and the Atheist. In Search of Humanism Among the Primates (2013), ed è stato tradotto da Libero Sosio lo stesso anno dell’originale in lingua inglese.

Quest’oggi inizio a presentarlo.

La prefazione all’edizione italiana è di Pier Francesco Ferrari, biologo e docente di Etologia cognitiva presso il corso di Laurea in Psicobiologia e Neuroscienze cognitive dell’Università degli Studi di Parma.

Ferrari (a sinistra) insieme a Rizzolatti (destra)
Il professor Ferrari (ricordo per coloro che non lo conoscono), ha diverse pubblicazioni insieme a due grandi nomi d’eccellenza delle neuroscienze italiane: Vittorio Gallese e il neo-premiato Giacomo Rizzolatti (The Brain Prize 2014, ricevuto da pochi giorni).

Inutile dire che i famigerati “neuroni specchio”, l’empatia, l’intersoggettività, la moralità, l’etica, etc. saranno pane per i nostri denti nei prossimi post dedicati a questo libro “in cerca di umanità fra i primati”.

Un’ultima annotazione per oggi: cos’è il bonobo?

Il bonobo è una “rara scimmia antropomorfa” (p. 17), scoperta soltanto nel 1929 “quando un anatomista tedesco spolverò un piccolo cranio rotondo etichettato come quello di un giovane scimpanzé, nel quale riconobbe invece quello di un adulto dalla testa insolitamente piccola. Lo scienziato annunciò rapidamente la scoperta di una nuova sottospecie. Ben presto, però, la sua rivendicazione fu oscurata dall’asserzione ancora più importante di un anatomista americano che la presunta sottospecie era in realtà una specie del tutto nuova, con un’anatomia sorprendentemente simile a quella umana. I bonobo hanno una struttura fisica più armoniosa e gambe più lunghe di quelle di qualsiasi altra scimmia antropomorfa. La nuova specie fu assegnata al genere Pan, lo stesso dello scimpanzé” (p. 17).

Già Robert Yerkes, sebbene non distinguesse i bonobo dagli altri scimpanzé, aveva osservato che essi erano molto più sensibili ed empatici, così da definirli: “geni antropoidi”, come riportato dallo studioso nel suo libro Almost Human (p. 18).

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