martedì 27 maggio 2014

Neurofobia – 5

di Alberto Carrara, LC *

Nel precedente post avevo presentato il primo sottocapitoletto: Scienza e società di fronte ai pericoli della neuromania del secondo capitolo Il fascino (in)discreto del cervello (pp. 47-50) dell’intrigante volume NEUROFOBIA. Chi ha paura del cervello? del neuroscienziato cognitivo Salvatore Maria Aglioti e del fisiologo Giovanni Berlucchi.

Riprendo lo schema di questo secondo capitolo capitolo:
Scienza e società di fronte ai pericoli della neuromania (p. 50)
Gli elementi dell’accusa di neuromania (p. 58)
Le neuroimmagini non hanno nulla di nuovo e sono spesso basate su artefatti (p. 58)
La fascinazione che il neuro esercita, specialmente sui non esperti, può disinformare la società e svantaggiare gli studi psicologici tradizionali (p. 61)
L’indebito proliferare dei prefissi indica la prepotenza della neuromania (p. 63).

Come annunciato, oggi considererò il primo dei tre saggi di “neuromaniaci” che sottolineano il “pericoloso strapotere del neuro” (pp. 52-57) che gli autori prendono in considerazione.


Si tratta del volume Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo (2009), libro di Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà, uno psicologo cognitivo e un neuropsichiatra, edito da Il Mulino nel 2009 (pagine 125, euro 9).


Così viene presentato dagli autori di Neurofobia: «... Neuro-mania, apparso nel 2009 in italiano e nel 2011 in inglese a firma di due influenti psicologi italiani, Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà, e ha lo stile di un saggio breve e snello, con molte delle caratteristiche del pamphlet. Legrenzi, professore di Psicologia cognitiva presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, e Umiltà, professore emerito di Neuropsicologia dell’Università di Padova, criticano da molti punti di vista una tendenza che secondo loro sta pervadendo il modo di pensare e di esprimersi sia del grande pubblico sia degli specialisti, e che si può definire appunto neuromania» (p. 52).

Aglioti e Berlucchi spiegano cosa si intenda per “neuromania” nell’omonimo volumetto: «Si tratterebbe di un esagerato e spesso ingiustificato riferimento a componenti biologiche della persona – ai geni, e in particolare ai neuroni e al cervello – per comprendere fatti e fenomeni mentali. Il sottotitolo un po’ criptico del libro, Il cervello non spiega chi siamo, va forse interpretato alla luce di un’esplicita asserzione degli autori, secondo la quale è fuorviante pensare che una persona faccia determinate scelte politiche (e, aggiungiamo noi, qualsiasi altra scelta) perché ha il cervello fatto in un certo modo (p. 98)» (p. 52).

Sucessivamente gli autori di Neurofobia riassumono gli argomenti di Neuro-mania in questi termini: «Pur nella sua brevità il libro esamina criticamente vari aspetti delle neuroscienze, dalle loro metodiche antiche ad alcune di quelle moderne, dai loro rapporti con le scienze affini, e in particolare con la psicologia, alle loro influenze sulla cultura contemporanea e sulla società in generale. La tecnica principale delle neuroimmagini, basata sulla risonanza magnetica funzionale, è criticata sul piano sia metodologico sia della presentazione dei risultati... Una non piccola parte del libro è occupata dalla descrizione, anzi dall’esaltazione, di un paio di studi sperimentali che dimostrerebbero che la visibilità mediatica delle neuroscienze è frutto non della loro pregnanza e autorevolezza scientifica, ma di mere apparenze capaci di sfruttare la credulità del pubblico inesperto e non solo di quello. Grazie a questo meccanismo di seduzione le neuroscienze, e in particolare le neuroscienze cognitive, sarebbero privilegiate nella considerazione dell’opinione pubblica, come anche degli enti finanziatori della ricerca scientifica, rispetto ad altre discipline come la psicologia tradizionale e la filosofia della mente, affini alle neuroscienze cognitive per interessi di ricerca, ma meno dotate di visibilità e potere di persuasione» (p. 52-53).

Ma quali siano questi due lavori scientifici citati da Legrenzi e Umiltà, ne parleremo in un’altra occasione.

Ora vorrei per giustizia e correttezza, riportare il testo dell’articolo che recensiva Neuro-mania, scritto da Lucetta Scaraffia e pubblicato sull’Osservatore Romano il 25 aprile 2009, intitolato proprio: «Il cervello non ci spiega chi siamo».

«Non è facile leggere sui giornali un buon articolo di divulgazione scientifica, che cioè non gridi subito alla scoperta sensazionale e non tiri precipitose conclusioni da piccoli passi in avanti nella conoscenza del funzionamento della natura, e soprattutto del corpo umano. Infatti, se manca l’enfasi, o l’apparente novità, dov'è la notizia? Ma questo tipo di divulgazione esasperata - se pure serve a creare effimere celebrità scientifiche e, forse, ad attirare finanziamenti alla ricerca in questione - ha un effetto pericoloso sui lettori, perché li convince che sono stati trovati farmaci miracolosi, o che ogni stato emotivo e mentale dell'essere umano si spiega con la biologia. E crea illusioni che conteranno molto quando si dovranno affrontare questioni che da bioetiche sono diventate biopolitiche, contribuendo a influenzare in modo decisivo la loro idea di essere umano e di vita umana. Come, per fare un esempio, la ricerca sulle staminali embrionali.

Proprio per questi rilevanti motivi è di grande interesse la lettura del libro di Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà (uno psicologo cognitivo e un neuropsichiatra) intitolato Neuro-mania (Bologna, il Mulino, 2009, pagine 125, euro 9), che passa al vaglio critico proprio quella letteratura divulgativa, oggi tanto diffusa, che si occupa del cervello pretendendo di spiegare il funzionamento della mente umana. E, su questa base, tratta delle nuove ricerche e discipline che tendono ad abusare del prefisso neuro-, una aggiunta che - lo provano ricerche mirate - aumenta la credibilità dell'informazione presso il lettore inesperto. 

Siamo passati da un eccesso a un altro, scrivono gli autori:  se negli anni Settanta ogni comportamento umano veniva spiegato con motivazioni socio-economiche, oggi la stessa cosa avviene con quelle biologiche; la chiave riduttiva è la stessa, ed è dovuta al fatto che le spiegazioni monocausali sono le più efficaci e le più credibili. Tutto però nasce da un reale progresso della ricerca perché oggi, effettivamente, cominciamo a conoscere da vicino le connessioni tra la mente e il corpo. 

Gli scienziati hanno scoperto che determinate aree presiedono alle funzioni specifiche di un dato compito:  come, per esempio, la ricerca visiva di un volto noto, oppure la moltiplicazione mentale di due numeri a una cifra. Naturalmente, in queste operazioni si attivano anche aree "generiche", che presiedono a funzioni comuni a molti compiti, e cioè quelle visive, acustiche, motorie. La divulgazione scientifica, però, tende a mettere in rilievo di volta in volta una sola area, quella privilegiata, e a dare l'impressione che essa sia l'unica deputata a una particolare funzione o, addirittura, che sia la causa di quel determinato effetto psicologico. 

È nata così l'idea di poter vedere direttamente il cervello al lavoro, che tanto entusiasma i non esperti. Ma si tratta di un'idea fuorviante:  ciò che si vede è il risultato di un artificio grafico che trasforma probabilità casuali in colori sovrapposti a una riproduzione schematica del cervello. Ci sono sempre altre funzioni, altri sistemi più complessi e ancora in parte sconosciuti che operano. Ma questo non fa notizia. Si diffondono così sia la certezza che ormai sappiamo tutto sul funzionamento del cervello sia l'idea che gli stati d'animo e le sensazioni mentali siano effetto di processi biochimici.

La vita quotidiana sarebbe allora riconducibile a una realtà sottostante di natura biologica, in quanto l'uomo, inteso come corpo, fa parte a pieno titolo della natura. Viene in questo modo legittimata la speranza che se, in futuro, si riuscisse ad analizzare in dettaglio il funzionamento di tutte le parti del corpo umano, avremmo una corrispondenza biunivoca tra quanto scoperto dagli psicologi sperimentali e quanto emerge dall'esame di meccanismi biologici elementari. In altre parole, un unico linguaggio, quello della fisica-chimica e della biologia, sarebbe la spiegazione di tutti i fenomeni conosciuti dell'universo, dal moto dei corpi celesti alle particelle elementari, dal naturale al sociale. Certo, si tratta di un'utopia affascinante. Ma non funziona. 

Anch'essa è frutto di una moda, nata negli anni Cinquanta per effetto delle scoperte dei fisici. Oggi si vuole imitare il loro metodo di ricerca, riconducendo il complesso al semplice e cercando di ingabbiare il sapere in modelli matematici. Una moda che può perfino indurre a parlare, come è stato scritto recentemente su autorevoli quotidiani, di una neuroteologia:  cioè, anche se Dio viene pensato dall'uomo nei modi più diversi, questi avrebbero un prerequisito comune, neuronale. Nasceremmo insomma con un cervello predisposto a credere.

È evidente che una divulgazione di questo tipo ha l'effetto di cancellare ogni possibilità di scelta e ogni responsabilità dell'essere umano, e di conseguenza ogni possibilità di evoluzione morale. Anche se non è questo il problema messo a fuoco dai due scienziati, il libro è utile per la sua funzione critica nei confronti di una divulgazione spesso irresponsabile».

Articolo originale QUI.

Video-intervista a Legrenzi e Umiltà, QUI.



* Alberto Carrara, neurobioeticista, biotecnologo medico, filosofo e teologo italiano, si definisce un “neuro-critico” secondo la tripartizione tra “neuro-riduzionisti, neuro-scettici e neuro-critici” che José Alberto Álvarez-Díaz ha postulato nel suo articolo Neuroethics as the neuroscience of ethics”, Rev Neurol, 57, 8, (16 de octubre 2013), pp. 374-382.

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