giovedì 29 maggio 2014

Sei stressato? Te lo dice il tuo cervello!

di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN) e Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani

Si può parlare di “neuroni dello stress”?

Sembrerebbe proprio di si dopo la recentissima pubblicazione del lavoro intitolato Synaptic Modifications in the Medial Prefrontal Cortex in Susceptibility and Resilience to Stress comparso per il momento soltanto online sulla rivista The Journal of Neuroscience oggi, 29 maggio 2014. Quest’articolo, secondo della sezione Neurobiology of Disease, è firmato da quattro ricercatori: Minghui Wang, Zinaida Perova, Benjamin R. Arenkiel e Bo Li, e come lavoro scientifico è stato promosso dalle seguenti istituzioni: Charles A. Dana Fellowship, the National Institutes of Health, the Dana Foundation National Alliance for Research on Schizophrenia and Depression, and the Louis Feil Trust.


Eccone il riferimento scientifico preciso: The Journal of Neuroscience, 28 May 2014, 34(22):7485-7492; doi:10.1523/JNEUROSCI.5294-13.2014.

Il portale NeuroscienceNews che l’altro giorno (27 maggio) ne ha anticipato l’uscita, ha sintetizzato la ricerca in questo modo: “Ricercatori identificano i neuroni che determinano se un individuo sarà depresso o resiliente”.

Nella nostra società così frenetica, la parola “stress” è all’ordine del giorno, quasi ci prendiamo in giro utilizzandola e applicandocela. Ma quel che è vero è che, alcuni più, altri meno, ma tutti abbiamo a che fare, per lo meno in determinate fasi della vita, con questa condizione che denominiamo “stress”. Per molti lo stress è un incentivo nella vita, un propulsore di impegno, d’azione, uno “stimolante naturale” che ci rinvigorisce e, molte volte, ci fa assumere impegni e risolvere situazioni esistenziali problematiche.

Ma altre volte lo “stress” gioca a nostro sfavore, si rivela una lama a doppio taglio, ci gioca brutti scherzi, fino a condurre, alcuni a stati di vera e propria depressione. Allora, prevale un senso di sopraffazzione, di sconfitta, di disperazione. Siamo paralizzati dinnanzi alla vita che ci viene caricata come un macigno sulle spalle, vorremmo liberarcene, ma non sentiamo di avere la forza per farlo.

Dinnanzi allo stress, come gli autori dello studio sottolineano sin dall’abstract dello stesso, “la maggior parte degli individui risultano resilienti, mentre altri tendono a sviluppare disturbi d’umore” (When facing stress, most individuals are resilient whereas others are prone to developing mood disorders). I meccanismi cerebrali che sottendono a queste risposte divergenti dinnanzi ai medesimi fattori di stress rimangono, come affermano i ricercatori, ancora non chiariti.

Una statistica recente afferma che circa il 20% della popolazione occidentale soffre di depressione in qualche momento della vita. La ricerca scientifica e neuroscientifica sulla depressione è ingente, grandi sforzi vengono compiuti per capire come e perché questa malattia mentale debilitante si sviluppi.

La recente pubblicazione Synaptic Modifications in the Medial Prefrontal Cortex in Susceptibility and Resilience to Stress (The Journal of Neuroscience online 28 maggio 2014), condotta da un gruppo di ricercatori del Cold Spring Harbor Laboratory (CSHL) guidato dal Professor Bo Li, fornisce un importante tassello relativo alle basi neuronali della depressione. I ricercatori hanno identificato un gruppo di neuroni nel cervello che determinerebbe come un topo di laboratorio risponda allo stress. Questa risposta può essere duplice: resilienza o sconfitta. La seconda ingenera poi stati depressivi.

Da anni, gli scienziati impiegano l’imaging cerebrale per visualizzare i cambiamenti neuronali durante la depressione. Si è così scoperto che una regione del cervello nota come corteccia prefrontale mediale (mPFC) risulti particolarmente iperattiva nelle persone depresse. Questa zona del cervello è ben nota per svolgere un ruolo nel controllo delle emozioni e dei comportamenti; essa collega i nostri sentimenti con le nostre azioni, media i nostri giudizi morali.

Le scansioni cerebrali non sono però in grado di determinare se una maggiore attività a livello della mPFC provochi la depressione, o se tale iperattività sia semplicemente un sottoprodotto di altri cambiamenti neuronali.

Il dottor Li ha e il suo team ha impiegato le biotecnologie per produrre un modello di topo trasgenico per studiare in modo specifico la depressione, denominato “learned helplessness” (impotenza appresa; dall’abstract dell’articolo: “Here we used the learned helplessness procedure in mice to examine the role of the medial prefrontal cortex, mPFC, a brain region highly implicated in both clinical and animal models of depression, in adaptive and maladaptive behavioral responses to stress”). I risultati riportati sono che vi è un’ipereccitabilità neuronale a livello della mPFC nei topi depressi, mentre nei cosiddetti “topi resilienti” cioè non depressi, si verifica una sorta di inibizione.

Ma ancora questo non è provante. Per verificare che una maggior attività neuronale a questo livello porti alla depressione, i ricercatori hanno prodotto, attraverso una metodica che prende il nome di genetica chimica, un modello di topo che simula i topi depressi (“enhancing the activity of mPFC neurons using a chemical–genetic method was sufficient to convert the resilient behavior into helplessness... Our results provide direct evidence that mPFC dysfunction is linked to maladaptive behavioral responses to stress, and suggest that enhanced excitatory synaptic drive onto mPFC neurons may underlie the previously reported hyperactivity of this brain region in depression).

Oltre ai risultati recenti con la neuro-tecnologia della stimolazione cerebrale profonda (DBS), anche lo sviluppo di farmaci che intervengano in maniera specifica a livello della corteccia prefrontale mediale (mPFC) serviranno nel prossimo futuro ha migliorare le condizioni di vita dei pazienti depressi, in particolare di coloro che risultano refrattari ai comuni presidi terapeutici.

La genesi e lo sviluppo della depressione ancora non sono chiarite. Questi risultati offrono un altro tassello al vasto puzzle.

All’inizio domandavo provocatoriamente se si potesse parlare di “neuroni dello stress”. Bisogna sempre, da buoni filosofi, fare le opportune distinzioni. Ancora non abbiamo il quadro completo, nemmeno quello provvisorio, di una condizione così complessa e per molti versi multifattoriale come la depressione. Parlare di “neuroni dello stress” può suscitare confusione e dar adito ad un certo riduzionismo. Ma ogni classificazione, del resto, si presta a questo rischio. Bisogna mantenere un sano equilibrio, associato all’umiltà di non saper tutto sul cervello, sulla sua relazione o rapporto con la mente e con quel principio che lo trascende e che una tradizione millenaria ha sempre denominato “anima”.

Ecco l’abstract del lavoro uscito quest’oggi sul portale della rivista The Journal of Neuroscience (edizione settimanale online del 28 maggio 2014):

Synaptic Modifications in the Medial Prefrontal Cortex in Susceptibility and Resilience to Stress – Abstract
When facing stress, most individuals are resilient whereas others are prone to developing mood disorders. The brain mechanisms underlying such divergent behavioral responses remain unclear. Here we used the learned helplessness procedure in mice to examine the role of the medial prefrontal cortex (mPFC), a brain region highly implicated in both clinical and animal models of depression, in adaptive and maladaptive behavioral responses to stress. We found that uncontrollable and inescapable stress induced behavioral state-dependent changes in the excitatory synapses onto a subset of mPFC neurons: those that were activated during behavioral responses as indicated by their expression of the activity reporter c-Fos. Whereas synaptic potentiation was linked to learned helplessness, a depression-like behavior, synaptic weakening, was associated with resilience to stress. Notably, enhancing the activity of mPFC neurons using a chemical–genetic method was sufficient to convert the resilient behavior into helplessness. Our results provide direct evidence that mPFC dysfunction is linked to maladaptive behavioral responses to stress, and suggest that enhanced excitatory synaptic drive onto mPFC neurons may underlie the previously reported hyperactivity of this brain region in depression.

Per saperne di più sulla mPFC, QUI.

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