lunedì 2 giugno 2014

Genio in 7 giorni? - 1

“Farmaci intelligenti” per cervelli svogliati? - 1

di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN) e 
Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani

Martedì 28 gennaio su questo portale, pubblicavamo l’intervista allo psichiatra italiano Vito Antonio Amodio sul cosiddetto “neuro-enhancementfarmacologico”. Di cosa si tratta? Ci viene in aiuto un recentissimo saggio online. Proprio il 30 maggio l’opinionista Zaheera Shabbir, junio presso il  SUNY Binghamton (Binghamton University, State University of New York), ha pubblicato sul portale NeuroscienceNews un interessante articolo d’opinione su questo tema.

Il titolo originale, The Race to the Top: The Use of ‘Smart Drugs’ to Excel in Academia and in the Professional World, sottolinea che è in corso una sorta di competizione, sia in ambito accademico (specialmente tra i giovani universitari), come in quello lavorativo, per potenziare al massimo le proprie capacità cognitive. Si parla di “Smart Drugs”, in italiano potremmo chiamarli “farmaci intelligenti” o “farmaci svegli”.

Ma è corretta questa dicitura? Cosa c’è in ballo? Perché sorgono tanti problemi se un individuo sceglie liberamente di auto-somministrarsi dei farmaci allo scopo di potenziare le proprie “energie” cerebrali?

Una vignetta aiuta a capire la situazione. Jane Jones si sta preparando per il test d’ammissione presso la Facoltà di Medicina di una prestigiosa Università. È quello che scrive Zaheera Shabbir. Al posto di questo strano nome americano, mettiamoci pure il nostro: ci stiamo preparando per un importante esame, per un colloquio di lavoro dal quale dipende la nostra futura sistemazione, la stabilità del nostro matrimonio, il benessere dei nostri figli...

Ci siamo impegnati molto per poter superare questo traguardo con ottimi risultati. Ma... un’ansia ci sopravviene, dubbi, aspettative, “e se non ce la facessi”, “e se mi formulassero una domanda alla quale non saprei rispondere”?... mille problemi iniziano a farsi avanti nella mia mente. Basta un piccolo dettaglio per mandare a monte tanto sforzo di preparazione.

Una sera a cena, un amico ci parla di alcune sostanze (apparentemente “naturali”) che utilizza da anni per migliorare l’attenzione, per evitare il sonno quando deve terminare un importante lavoro (è architetto e per poter concludere certe scadenze, il sonno e la stanchezza risultano controproducenti, a volte...).

Forse quelle sostanze potrebbero servire anche a me?

Mi faccio subito dare il nome e via, il giorno seguente provo ad acquistarle in farmacia. La farmacista, al momento mi chiede se ho la ricetta del medico curante, poi, dopo diverse insistenze, visto che è la mamma di un amico, mi fornisce amabilmente la confezione richiesta, aggiungendo “però la prossima volta portami la prescrizione medica, va bene?”. Io, annuisco, pago e me ne vado tutto felice.

Che mi ha dato? Sulla confezione c’è scritto: Provigil.

Il principio attivo di questa sostanza si chiama: modafinil. Che cos’è? Una volta rientrato a casa, apro la confezione, estraggo il foglietto illustrativo (sembra una fotocopia di un libro universitario di medicina, scritto fitto fitto con un gergo spesso incomprensibile). Inizio a leggere. Il modafinil si prescrive per il trattamento della narcolessia... Che?

La narcolessia è una malattia neurologica caratterizzata da ipersonnia, i cui sintomi principali sono: eccessiva sonnolenza diurna (mediamente ogni 2 ore il narcolettico prova il progressivo ma irresistibile ed improcrastinabile impulso ad addormentarsi); cataplessia (in presenza di emozioni, riso, imbarazzo, collera, i soggetti narcolettici possono perdere le forze fino a non essere più in grado di rimanere in piedi); allucinazioni ipnagogiche (il soggetto narcolettico ha delle allucinazioni simili a “sogni ad occhi aperti”, che in alcuni casi si sovrappongono alla realtà e interagiscono con essa); paralisi del sonno (subito prima di addormentarsi o subito dopo il risveglio il corpo del soggetto narcolettico è completamente paralizzato pur essendo questi perfettamente cosciente).

Però, mica male. Ma io non ho tutti questi sintomi, soltanto un pò di sonnolenza e stanchezza per l’eccessivo lavoro. Comunque il mio amico mi ha detto che questa sostanza è fantastica e che mi può aiutare per aumentare la mia produttività e le mie performance accademiche e lavorative.

Non ci penso due volte, inizio ad assumerla secondo il dosaggio che il mio amico mi aveva consigliato.

Passano le settimane e i miei sogni iniziano a realizzarsi... passo con un’ottima qualificazione il test d’ammissione a Medicina, ... il colloquio di lavoro va alla grande ... mi sento che sto dando il massimo delle mie potenzialità mentali ...

Ecco in breve, uno dei classici racconti che molti giovani americani potrebbero replicare. È la storia di intere generazioni di giovani che oggigiorno, mentre leggi questo post, si auto-somministrano farmaci neurostimolanti per migliorare le proprie performance cognitive (memoria, attenzione, cognizione, etc.).

In gergo tecnico questo fenomeno, che rientra all’interno della neuroetica, e della relativa riflessione neurobioetica, si chiama: cognitive-enhancement o potenziamento cognitivo.

Beh, e allora? Che ci interessa?

Ci troviamo davanti a persone sane che si auto-somministrano stimolanti del sistema nervoso, di solito prescritti da medici specialisti sotto ricetta medica, allo scopo di “migliorare”, di “potenziare”, di “aumentare” le proprie capacità cognitive e mentali per competere in un mondo globale sempre più una vera e propria “giugla” in cui sembra che debba prevalere la legge del più “cognitivamente” forte e dotato.


Per capire meglio di cosa si tratta, vedi il VIDEO di 60Minutes intitolato: Among Upper Classes, 50-60 Percent Using ADD/ADHD Drugs Ritalin, Adderall, QUI.

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