sabato 21 giugno 2014

Neuroetica in Psichiatria – 3

di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN) e
Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani

Dopo aver introdotto l’evento e il programma del 7th Annual Meeting – Pisa Days of Psychiatry and Clinical Psychopharmacology intitolato: Psychiatry: time for change che si è svolto dal 16 al 18 giugno presso il Centro Congressi dell’Hotel Galilei a Pisa e che mi ha visto con piacere intervenire con la relazione finale sul tema “Neuroetica in Psichiatria”, continuo oggi a presentare la seconda parte della mia introduzione.

Introduzione (continua...)

Insomma, in quest’anno 2014, Anno Europeo del Cervello, ...
è importante sottolineare un dato sempre più emergente: «Il cervello è il convitato di qualunque umanesimo»[1], come scivono nella prefazione al loro intrigante volume Neurofobia. Chi ha paura del cervello? il neuroscienziato cognitivo Salvatore Maria Aglioti e il fisiologo Giovanni Berlucchi di recente pubblicato dalla Collana diretta da Giulio Giorello Scienza e Idee dalla Raffaello Cortina Editore (Milano 2013).

«Il cervello è il convitato di qualunque umanesimo. Non ci possono essere dubbi sul fatto che i nostri comportamenti, sia consci sia inconsci, e le nostre interazioni con l’ambiente animato e inanimato dipendano dal funzionamento del cervello. Tuttavia, la tesi secondo cui l’impatto delle neuroscienze contemporanee avrebbe indotto un’esagerata “neurologizzazione” della condizione umana sta suscitando accese discussioni nella comunità scientifica e nel dibattito culturale contemporaneo. Il pericolo della (neuro)mania sarebbe testimoniato dall’indebito uso del prefisso “neuro” per designare qualsiasi attività umana. Per i censori dei presunti neuromaniaci tale atteggiamento rischia non solo di sottrarre lo studio della mente alla psicologia, ma anche di far sì che il cervello, supposta quintessenza del riduzionismo e del determinismo della scienza, si candidi arrogantemente a spiegare chi siamo»[2].


Mi piace questa prima frase d’apertura “Il cervello è il convitato di qualunque umanesimo”. In effetti, senza cervello non ci sarebbe nemmeno un’umanesimo, proprio perchè senza sistema nervoso non c’è essere umano che tenga. Aglioti e Berlucchi ci tengono a sottolineare quello che in sintesi ha voluto dire la rivista Le Scienze con la copertina del numero di maggio di quest’anno intitolata “Il nuovo secolo del cervello”: «In realtà, se si escludono alcuni eccessi nella divulgazione al grande pubblico, le conquiste delle neuroscienze possono proporre una visione equilibrata, per nulla de-umanizzante, della natura umana, che prenda in giusta considerazione anche le innegabili radici biologiche di carattere complesse e solo apparentemente vietate all’analisi scientifica come la spiritualità»[3]. Effettivamente, bisogna distinguera tra spot pubblicitario e divulgazione scientifica seria. Solo un’informazione corretta sui dati può contribuire a integrare una visione della natura umana in cui le neuroscienze costituiscano un’asse portante, direi, sostanziale. Tutte le dimensioni umane, compresa la spiritualità, il carattere, etc.... dovrebbero arricchirsi e non venir svilite, dall’incontro con le neuroscienze.


Nella maniera più assoluta, il grande problema contemporaneo nel dibattito neurobioetico non si concentra sul turbamento o sui potenziali timori che possono sorgere da una concezione, per così dire, “cerebrocentrica” del vivere e che i cosiddetti “neuro-maniaci” tendono ad enfatizzare, bensì la grande sfida è quella dell’integrazione, cioè quella di incorporare i dati e le evidenze empiriche delle neuroscienze all’interno di una cornice più vasta riguardante l’essere umano, capace di contenere, senza ridurle, assorbirle o escluderle a priori, sfere dell’esistenza e del vissuto personale, culturale e sociale irriducibili al mero e spurio meccanicismo elettrochimico cerebrale.

Tale integrazione si rende quanto mai necessaria, non soltanto teoreticamente parlando, bensì soprattutto a livello di modelli di comprensione dell’essere e dell’agire della persona umana tali da fornire risposte adeguate capaci di tradursi, in ultima analisi, in soluzioni terapeutiche che beneficino realmente il paziente, l’essere umano reso vulnerabile dalla malattia, in questo contesto, dalla malattia psichiatrica.





[1] S. M. Aglioti – G. Berlucchi, Neurofobia. Chi ha paura del cervello?, Prefazione, Raffaello Cortina, Milano 2013, 11.
[2] S. M. Aglioti – G. Berlucchi, Neurofobia. Chi ha paura del cervello?, Prefazione, Raffaello Cortina, Milano 2013, 11.
[3] S. M. Aglioti – G. Berlucchi, Neurofobia. Chi ha paura del cervello?, Prefazione, Raffaello Cortina, Milano 2013, 11. 

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