lunedì 9 giugno 2014

Parkinson: nuove frontiere – 1

di Alberto Carrara, LC
Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN) e
Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani

«Un giorno di molti anni fa ho incontrato il Male: sembrava poca cosa, appena un leggero impaccio alla mano. E invece... malattia di Parkinson giovanile. Avevo trentasei anni e trentanove al momento della diagnosi. Ho “dato fuori di matto” e ho fatto un mucchio di sciocchezze – proprio non ne volevo sapere!», così introduce il suo libro autobiografico Ogni giorno vale una vita. Come vivo con il Parkinson scoprendo la gioia di essere al mondo (Mondadori, Milano 2013) Lucilla Bossi, presidente della Confederazione Parkinson Italia che da anni vive e lotta la sua battaglia per la vita e che ho la fortuna e il privilegio di conoscere personalmente.

Bastano due parole: Morbo di Parkinson per suscitare uno scompiglio emozionale, frutto, spesso, come afferma Lucilla, di tanti luoghi comuni. Di cosa si tratta? Quali sono le ultime frontiere della ricerca su questo fronte?

Il Parkinson connota una patologia a carattere neurodegenerativo, cioè di progressiva perdita (morte) di peculiari cellule nervose e perciò delle funzioni corrispondenti, che colpisce un’area del nostro cervello, in particolare, la cosiddetta “sostanza nera”, per intendersi, quella parte del tessuto cerebrale che contiene i corpi cellulari dei neuroni. Nello specifico, i neuroni coinvolti sono quelli che producono una speciale molecola (che i neuroscienziati chiamano neurotrasmettitore) detta: dopamina. Sono i neuroni del sistema dopaminergico, essenziali per il controllo dei movimenti del nostro corpo.  

La malattia di Parkinson è una condizione patologica invalidante caratterizzata da tremiti involontari.

Si guarisce dal Parkinson?

Attualmente non vi sono soluzioni terapeutiche risolutive, questo significa che non si guarisce.


Ma allora, cosa si può fare per trattare i sintomi?

La ricerca su questo fronte è vasta. Oltre agli sviluppi di farmaci sempre più innovativi e specifici, grazie all’osservazione fortuita di due ricercatori a Grenoble, A. L. Benabid e P. Polak, si è sviluppata la stimolazione cerebrale profonda o DBS (Deep Brain Stimulation) ad alte frequenze che, interagendo con una certa regione del cervello, il nucleo ventrale intermedio del talamo, consente di ridurre e, in alcuni casi, di annullare il tremito del paziente parkinsoniano. Come riassume Christelle Baunez in Pare che certe malattie si possano curare stimolando il cervello in profondità. Di che cosa si tratta? (capitolo 72 di Essere intelligenti è una malattia? Tutto quello che vorremmo sapere sul cervello, Einaudi, Torino 2013, p. 287), “parallelamente, è emerso che la disattivazione di un’altra regione (il nucleo subtalamico) migliora la motricità delle scimmie affette dalla medesima sindrome. Alcuni ricercatori francesi sono stati i primi ad avere l’idea di combinare queste osservazioni operando una stimolazione ad alta frequenza del nucleo subtalamico nella scimmia, con l’effetto di annullare la rigidità legata al Parkinson. Il primo neurochirurgo che abbia osato tentare l’esperimento sull’uomo, in particolare sul paziente parkinsoniano, è stato Benabid. Oggi, migliaia di malati in tutto il mondo vengono sottoposti alla stessa operazione con risultati spettacolari” (pp. 287-288).  

Come si procede nella pratica con la DBS?

“Si inizia individuando il punto del cervello più idoneo all’applicazione dell’elettrodo, grazie a immagini ad alta risoluzione e a un sistema coordianto di mappe cerebrali di riferimento. Si impianta quindi nel cervello del paziente un elettrodo connesso a un microstimolatore posto a livello della clavicola. Esso permette di regolare i parametri (frequenza, intensità) e può essere attiviato o disattivato dal paziente” (p. 288).

Come mai questa stimolazione risulta efficace per alleviare i tremori?

“Perché nel morbo di Parkinson il nucleo subtalamico presenta un’attività anomala, e stimolandolo ad alta frequenza si può ripristinare una situazione quasi normale” (p. 288).

Stiamo parlando di inserire un elettrodo all’interno del cervello, con tutto quello che implica, dalla neurochirurgia alla stimolazione prolungata. Allora sorge lecita una domanda: tutto scorre liscio come l’olio senza effetti collaterali?

Sebbene l’efficacia di questa tecnica nella patologia di Alzheimer, nell’ambito dell’allivio dei disturbi motori associati, sia ormai assodata, tuttavia, bisogna ricordare che in alcuni pazienti si sono dati e si danno seri effetti collaterali, variabili a seconda del soggetto, dell’età e della condizione psico-fisica, oltre che da patologie secondarie di altra natura.

Questi effetti collaterali vanno dall’apatia a vere e proprie condizioni patologiche comportamentali di disinibizione, come, ad esempio, l’ipersessualità, il vizio morboso del gioco, etc.

La riflessione e la ricerca neurobioetica si interroga proprio su quest’ultimo punto. La valutazione ad ampio spettro degli effetti a lungo termine dell’applicazione di queste neurotecnologie non è ancora disponibile, mentre emergono variazioni della personalità dei pazienti che meritano, nell’ambito psichiatrico, di essere valutati ed approfonditi.

L’esempio di Lucilla Bossi non è ancora il modello riproducibile in questo settore delle neuroscienze applicate alla salute dei pazienti parkinsoniani in cui si va ad agire su network cerebrali che hanno ancora bisogno di venir caratterizzati con precisione.

Recentemente, il 5 giugno, sulla rivista Cell Reports, sono stati presentati i risultati promettenti della sopravvivenza a lungo termine, dopo ben 14 anni, di neuroni dopaminergici trapiantati nel cervello di pazienti affetti da morbo di Parkinson.

Presenterò nei prossimi giorni questa ricerca intitolata: Long-term dopamine transporter expression and normal cellular distribution of mitochondria in dopaminergic neuron transplants in Parkinson’s disease patients.

La ricerca neuroscientifica continua, e quello del trapianto neuronale è costituisce un’altra strategia per migliorare la qualità della vita dei pazienti.


La speranza è proprio l’ultima a morire, come ci insegna Lucilla: «eppure, eccomi qua, ventisei anni più tardi, con due elettrodi piantati nel cervello e due batterie sotto la pelle ma VIVA, fuori dal letto e in piedi... per quanto mi riguarda la malattia è stata una spinta potente a esplorare il mio mondo interiore. E là, nel mio giardino segreto, ho fatto esperienza dell’anima, ovvero della misteriosa entità con la quale entriamo in contatto ogni volta che la commozione ci serra la gola o l’ineffabile ci fa ammutolire di meraviglia. Ogni volta che l’assurdo viene a scuotere tutte le nostre certezze o un pensiero pazzo spalanca insospette finestre sul possibile, l’anima è là, per condurci alla fine del viaggio al palazzo incantato che, nella più nascosta delle sue mille stanze, custodisce il più prezioso di tutti i gioielli, il fragile fiore di divina bellezza: il senso di questa nostra vita» (Ogni giorno vale una vita. Come vivo con il Parkinson scoprendo la gioia di essere al mondo, Mondadori, Milano 2013, p. 11 e 13). 

Nessun commento:

Posta un commento