venerdì 19 settembre 2014

Cannabis curativa, quanti dubbi

Alberto Carrara, LC

Così titolava Viviana Daloiso ieri su Avvenire (Avvenire, 18 settembre 2014). Per l'interesse nell'ambito degli effetti neurologici delle sostanze d'abuso, riporto di seguito il testo dell'articolo della Daloiso, sottolineandone alcune parti. 


​“Che di strada spianata verso la liberalizzazione della cannabis non si tratti, il Governo ci tiene a puntualizzarlo in modo deciso ormai da mesi. Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin sulla questione ha sempre parlato chiaro: «Un conto sono produzioni che vengono fatte in modo controllato, un conto è legalizzare le droghe leggere, operazione a cui sono assolutamente contraria». Il giorno tanto atteso, però, è arrivato e oggi proprio al ministero della Salute la Lorenzin siglerà con il ministro della Difesa Roberta Pinotti il protocollo per dare il via alla produzione di farmaci a base di cannabis terapeutica presso lo Stabilimento farmaceutico militare di Firenze.

Una decisione acclamata da chi – come l’associazione radicale Luca Coscioni – da sempre ritiene l’impiego di cannabinoidi una conquista di civiltà a favore di migliaia di malati e che tuttavia desta più di una perplessità tra esperti sanitari e addetti ai lavori, specie all’indomani dell’allarme lanciato dal Dipartimento delle politiche antidroga circa il boom degli spinelli tra gli adolescenti (uno su 4 ne ha fatto uso almeno una volta nel 2013).

Non si tratta di pregiudizi o visioni ideologiche di parte: «Il primo punto su cui si dovrebbe riflettere è che bisogno abbiamo di produrre cannabis a uso terapeutico quando in Europa esistono già altri farmaci a base di tetraidrocannabinolo», si domanda Silvio Garattini, direttore dell’Istituto farmacologico Mario Negri di Milano. Per adottarli basterebbe percorrere la via del “mutuo riconoscimento”, secondo cui l’Aifa – sulla base della documentazione già presentata in un altro Paese – può fare un farmaco proprio. «Ora però decidiamo di produrli questi farmaci – continua Garattini –, il che fa sorgere la domanda: è un lavoro così importante?». 

Ma questioni tecniche a parte c’è un altro nodo, ben più spinoso: «Quello che andrebbe tenuto presente è che da un lato molti studi parlano chiaramente degli effetti collaterali negativi di queste sostanze sul sistema nervoso centrale, per esempio, e dall’altro che non esistono ancora studi comparativi in grado di dirci che benefici offrano rispetto a quelli già esistenti (e non a base di cannabis) per le patologie per cui vengono impiegati». Insomma, per Garattini il rischio è quello di fare un pasticcio: «E non perché stiamo parlando di cannabis. Tutti riconoscono l’importanza della morfina nonostante di per sé non si tratti di una sostanza “buona”. Qui il punto è che ci sono regole precise da seguire, quando si tratta di farmaci e della loro efficacia, e mi sembra che non vengano seguite».

Nulla in contrario alla cannabis a uso terapeutico per Riccardo Gatti, psichiatra, psicoterapeuta e direttore del Dipartimento dipendenze della Asl di Milano, «però va messa in chiaro subito una cosa: che serva a qualcosa è un conto, che diventi la panacea di tutti i mali è un altro». E l’errore – più o meno voluto – nel campo della comunicazione mediatica può causare danni enormi: «Se diciamo alle persone che in fondo fa pure bene, si diranno: perché non usarla allora?». L’ambiguità ha portato negli Stati Uniti, per esempio, a un vero e proprio business nel campo dei farmaci a base di cannabis, «col risultato che si santifica ciò che non è santificabile, dimenticandosi che dietro c’è un’enorme manovra commerciale». 

E che a livello culturale il messaggio per le giovani generazioni, e non solo, può essere dirompente: si può fare.


Il tutto mentre, a proposito della situazione delle dipendenze in Italia, i dati del Dipartimento Antidroga fotografano «un clima permessivista» e di «normalizzazione culturale» che allarma le comunità di recupero, a cominciare da San Patrignano, e che fa parlare l’Associazione scientifica Gruppo Tossicologi Forensi Italiani di una «caduta politica della consapevolezza dei pericoli comportamentali correlati alla cannabis»”.

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