lunedì 15 settembre 2014

Il potenziamento non è evoluzione!

Il prof. Carrara in visita al MUSE,
il museo della scienza di Trento
di Alberto Carrara, LC *

Sabato scorso sul Corriere della Sera Massimo Gaggi intitolava: “Le previsioni dell’antropologo Cadell Last, ricercatore del Global Brain Institute. Dal 2050 l’uomo si evolverà: cervello più grande e vivremo fino a 120 anni. Secondo lo studioso faremo meno figli e molto più tardi nella vita, ci saranno protesi anche per migliorare le attività cerebrali”.

Un titolo importante e, soprattutto eclatante. Ma consideriamone i contenuti.

Secondo l’antropologo evoluzionista Cadell Last, ricercatore del Global Brain Institute: “Entro il 2050 l’«homo sapiens» evolverà in qualcosa di diverso. L’impatto delle innovazioni tecnologiche e l’allungamento della vita che già sta cambiando il nostro «orologio biologico» (i tanti bimbi partoriti da 40enni e, ormai, anche 50enni) modificherà in modo radicale la nostra natura: vivremo fino a 120 anni, avremo cervelli più grossi e organi sessuali più piccoli”.

Mi soffermo subito su alcune considerazioni. Cadell crede che l’essere umano muterà “in qualcosa di diverso” grazie alla tecnologia e all’allungamento della vita. Ma vivere fino a 120 anni, avere dei supposti cervelli più grossi (cosa che non significa assolutamente essere più intelligenti o maggiormente dotati di peculiarità cognitive nuove o più sviluppate!) e organi sessuali più piccoli ci farà un’altra cosa dall’umano che siamo?

Basta davvero così poco per cambiare una natura convertendola in un’altra di nuova?

Cadell suggerisce alcuni  “cambiamenti”, riferiti nel suo recente articolo Human Evolution, Life History Theory, and the End of Biological Reproduction apparso sulla rivista Current Aging Science (7, 1, pp. 1-8, 2014,  DOI: 10.2174/1874609807666140521101610):  

“Le nostre capacità intellettuali saranno estese in vari modi, dalle stimolazioni elettriche del cervello (ippocampo) alle protesi (o microchip) da inserire nella scatola cranica. Faremo meno figli e molto più tardi nella vita. Molti di noi accetteranno di dotare di protesi il loro stesso corpo: per mantenere un’autonomia nei movimenti anche in età molto avanzata, per aumentare le proprie capacità fisiche e lavorative o, addirittura, per competere meglio coi robot di nuova generazione. Vedete voi se scegliere l’aggettivo agghiacciante o quello affascinante per commentare le previsioni dell’antropologo Cadell Last, ricercatore del Global Brain Institute. «Evoluzione umana e la fine della riproduzione biologica», lo studio che ha appena pubblicato su «Current Aging Science», una rivista scientifica universitaria di Indianapolis dedicata alle problematiche dell’invecchiamento, sta già facendo molto discutere. E sono in pochi a pensare che cambiamenti così radicali possano materializzarsi in appena 35 anni. Qualcuno, poi, taglia corto sostenendo che meno sesso e più elaborazione mentale di dati è già la regola per molti «cervelloni» dell’era digitale”.

Ancora troppo poco (protesi e robot) per poter affermare una sorta di evoluzione dell’Homo sapiens verso qualcosa d’altro!

Certamente si può benissimo parlare, come si fa in ambito accademico e divulgativo, di “potenziamento” a diversi livelli. Il potenziamento non è certamente sinonimo di evoluzione!

Gaggi sul Corriere riferisce e sintetizza la “tesi” sottostante a questa visione: “Né le tesi di Last sono totalmente nuove. In parte ricordano lo scenario di un mondo radicalmente trasformato entro il 2045, con le menti e i corpi umani potenziati dalle alterazioni genetiche, dalle nanotecnologie e dall’intelligenza artificiale, descritto nel 2005 dal futurologo Raymond Kurzweil nel suo celebre saggio «La singolarità è vicina». L’autorevolezza accademica dell’antropologo, poi, è tutta da verificare. Ma il saggio è brillante, coglie molte tendenze che sono già in atto e alcune trasformazioni che - in un mondo nel quale nessuno è in grado di garantire il rispetto di un minimo di valori etici nello sviluppo delle tecnologie più avanzate - rischiano di portare a un utilizzo piuttosto spaventoso di alcune tecnologie sviluppate con le migliori intenzioni. Che la tecnologia sia destinata a cambiare in qualche modo la collocazione dell’essere umano nella catena evolutiva è cosa di cui gli scienziati discutono da anni: ricordo l’interessante dibattito, al Forum di Davos, qualche anno fa (di cui riferii ampiamente sul «Corriere»), sull’evoluzione dell’«homo sapiens» in «homo zappiens», incapace di concentrarsi a lungo su una questione e molto influenzabile con le impressioni visive”.

La tesi è quella che il milionario russo Dmitry Itskov, fondatore del 2045 Initiative, progetto che associa reali ricerche neuroscientifiche e tecnologiche con ideologie immanentistiche tutt’altro che probabili.

La “profezia” di Cadell segue gli sviluppi della tecnologia contemporanea giungendo a speculazioni fantasiose più che scientifiche: “La rivisitazione di certe visioni quasi apocalittiche a qualche anno di distanza fa impressione perché ci obbliga a riflettere su quanto avvenuto dalle profezie precedenti ad oggi. L’orologio biologico galoppa: la vita media è cresciuta da 45 a 80 anni in un secolo, le donne Usa che partoriscono il primo figlio oltre i 35 anni sono passate dall’1 al 15 per cento in 40 anni. E poi le grandi opportunità e i rischi delle manipolazioni genetiche con le quali chi ha soldi potrà proteggersi meglio dalle malattie e chi è spregiudicato proverà a far nascere figli più belli e intelligenti. Per non parlare dell’uomo bionico: un fenomeno da baraccone buono per qualche film di cassetta che improvvisamente sta per diventare realtà, e con le migliori intenzioni: gli arti artificiali per i soldati mutilati in guerra, i tentativi di ridare la vista ai ciechi, i microchip da istallare vicino al cervello e le stimolazioni elettriche per far tornare la memoria ai soldati Usa che l’hanno persa in battaglia in Iraq e Afghanistan. Terapie ora sperimentate anche sugli anziani con segni di demenza e sui malati di Alzheimer. Ma se queste tecniche funzionano, chi potrà impedire anche alle persone normali di ricorrere a queste «protesi della mente» per aumentare le proprie capacità? Probabilmente nessuno e, anzi, questa sembra essere l’evoluzione naturale delle cose per Cadell Last secondo il quale nel 2050 i lavori meglio remunerati verranno conquistati da quelli che utilizzeranno in modo più spregiudicato queste tecnologie. Più che una previsione, un monito”.

Nelle affermazioni di Cadell si cela molta confusione, sia dal punto di vista neuroscientifico, come da quello filosofico che ne consegue.

Lo stesso Gaggi afferma nel suo articolo, riferendosi a Cadell: “L’autorevolezza accademica dell’antropologo, poi, è tutta da verificare”. Ma allora sarebbe da chiedersi come mai venga preso come voce autorevole!


* Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN), Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani e professore invitato di Antropologia filosofica e Neuroetica presso l’Ateneo Regina Apostolorum di Roma.

1 commento:

  1. "Ma se queste tecniche funzionano, chi potrà impedire anche alle persone normali di ricorrere a queste «protesi della mente» per aumentare le proprie capacità?"
    Mi ricorda Masamune Shirow che col suo Ghost in the Shell aveva già pensato a queste cose andando anche molto oltre dal suo punto di vista.

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