giovedì 11 settembre 2014

Lucy: neuro-film e neuro-flop

di Alberto Carrara, LC *

Se ci fosse un modo di utilizzare il 100% del nostro cervello, cosa saremo in grado di fare?”. È questa la domanda (sbagliata in tronco) che il professor Samuel Norman (Morgan Freeman) pone agli interlocutori nel nuovissimo film di Luc Besson intitolato Lucy che uscirà in Italia il prossimo 25 settembre. 

La rivista Nature Neuroscience, nel suo ultimo numero di pochi giorni fa, apre con un editoriale riferendosi proprio a Lucy (Nature Neuroscience, 17, 1137; 2014, doi:10.1038/nn.3802 –  Published online 26 August 2014).

Certamente, come fa presagire il titolo (The mythical brain), l’editoriale critica neuroscientificamente i loghi comuni che sottendono la trama del film di Luc Besson.

Consideriamone, innanzittutto, i sommi capi.


Samuel Norman (Morgan Freeman), un esperto in capacità cognitive e neuroscienze, diviene l’interlocutore privilegiato della protagonista del film di Luc Besson, Lucy (Scarlett Johansson), una studentessa che vive a Taiwan coinvolta con l’inganno in loschi affari. Catturata dallo spietato Mr. Jang (Choi Min Sik), a Lucy viene impiantato chirurgicamente nel ventre un pacchetto carico di una potente sostanza sintetica. Quando la sostanza si libera accidentalmente al suo interno, Lucy vive inimmaginabili cambiamenti mentali e corporali (“La sostanza chimica le permette di accedere a nuove aree del cervello”, afferma Norman ad un certo punto del film) e acquisisce sorprendenti poteri superumani. Mentre corre a cercare l’aiuto del professor Norman, Lucy si trasforma in una guerriera evoluta oltre ogni umana logica. 

L’editoriale di Nature Neuroscience The mythical brain parte da una constatazione realista: “non è abbastanza rifiutare i luoghi comuni sul cervello: gli scienziati devono sottolineare, allo stesso tempo, l’interessante scienza reale” (It is not enough to refute common myths about the brain: scientists need to highlight interesting real science as well). 

I miti relativi alle potenzialità e alle sorprendenti peculiarità del nostro cervello abbondano e sono riusciti a catturare l’attenzione e, soprattutto l’immaginazione di coloro che si improvvisano esperti e guru nel settore. È quello che è accaduto nell’ultimo film diretto da Luc Besson intitolato Lucy che risulta un esempio eclatante di come certe idee sul cervello umano, per quanto errate possano essere, risultino attraenti al grande pubblico, suscitando il risentimento di numerosi teorici e scienziati che si sforzano ogni giorno di far conoscere le proprie ricerche e scoperte.

Editoriale di Nature Neuroscience
Lucy parte da una premessa che purtroppo trova ampio eco nella società e che è divenuta un luogo comune: ordinariamente noi umani useremmo soltanto il 10% del nostro cervello. Incontrando la “chiave” per poter accedere (come avviene misteriosamente nel film di Luc Besson) a quel 90% di cervello inutilizzato, l’uomo potrebbe acquisire tutta una gamma di super poteri.

Ecco il giudizio perentorio di Nature Neuroscience a Lucy e ad altri neuro-film del genere: “Lucy, come altri film di Hollywood, non pretende di essere radicato nella realtà scientifica dei fatti ed è pensato per intrattenere piuttosto che educare” (Lucy, like many Hollywood movies, does not purport to be grounded in scientific fact and is meant to entertain rather than educate).

Tuttavia, la popolarità di questi film è una testimonianza del fascino intrinseco che le neuroscienze suscitano.

Ecco il monito per i neuroscienziati contemporanei: “I neuroscienziati non dovrebbero esitare a sfruttare quest’interesse per impegnarsi di più interagendo con gli artisti multimediali e dovrebbero fare di più per fornire copioni alternativi fondati su storie di successo scientificamente valide” (Neuroscientists should not hesitate in leveraging this interest to engage more with media artists and should do more to provide alternative narratives that are grounded in scientific success stories to both the popular media as well as to the public in general).

Insomma, Nature sprona affinché si producano neuro-film che non siano dei neuro-flop, ma che abbiano, oltre al tornaconto economico, un reale o, almeno un presumibile, trasfondo di verità. Che siano al contempo film d’intrattenimento, ma anche d’educazione.


Leggi l’editoriale in forma integrale QUI.

* Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN), Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani e professore invitato di Antropologia filosofica e Neuroetica presso l’Ateneo Regina Apostolorum di Roma.

Nessun commento:

Posta un commento