venerdì 12 settembre 2014

Transcendence

di Alberto Carrara, LC *

“Macchine intelligenti ci permetteranno presto di vincere le sfide più difficili”. Così inizia il trailer italiano del neuro-film Transcendence, uscito nelle sale cinematografiche il 17 aprile scorso.

Sulla scia del recente editoriale The mythical brain di Nature Neuroscience in cui viene criticato neuroscientificamente il film di Luc Besson Lucy che uscirà a breve (il 25 settembre) e dove vengono invece applauditi altri neuro-film come Se mi lasci ti cancello, (Nature Neuroscience, 17, 1137; 2014, doi:10.1038/nn.3802 –  Published online 26 August 2014), riprendo alcune frasi emblematiche di Transcendence. Tema candente è quello relativo alla coscienza umana e alla sua presunta riducibilità alle connessioni elettrochimiche cerebrali.


Consideriamone, per sommi capi, la trama (tra virgolette riporto alcune frasi emblematiche tratte dal film).

“Avevano un piano per salvare l’umanità”. Il dottor Will Caster, il più importante ricercatore nel campo dell’intelligenza artificiale (AI o IA, in italiano) che lavora per creare una macchina che combini l’intelligenza collettiva di tutto quello che è conosciuto con l’intera gamma delle emozioni umane, viene assassinato da terroristi anti-tecnologici (rivoluzionari indipendenti dalla tecnologia, o “tecnofobici”). Will, poco prima di subire l’attentato che lo porterà alla morte, in un convegno aveva affermato, riferendosi alla possibilità di trasferire la coscienza individuale su supporto digitale: “Una volta online il suo potere analitico sarà maggiore dell’intelligenza collettiva di tutti gli esseri umani nella storia del mondo”.

“Il corpo di Will sta morendo, ma la sua mente è uno schema di segnali elettrici. Possiamo caricare la sua coscienza, lo possiamo salvare!”.

La moglie Evelyn ne carica il cervello in un computer (corrisponderebbe all’ultima fase del Progetto 2045 dopo gli Avatar A, B e C), in modo che Will possa in qualche modo rivivere, con la collaborazione di un suo collega, Max Waters, che però mostra da subito dei dubbi sul procedimento e sulla possibilità di collegarlo alla rete internet. “Se abbiamo omesso qualcosa, come sapremo con chi avremo a che fare?”.

Eventualità che si concretizza quando il gruppo di terroristi individua il loro nascondiglio: nel tentativo di salvare Will, Evelyn lo connette alla rete permettendogli di comunicare e portare avanti le sue ricerche grazie alla connessione con ogni computer della Terra.

Evelyn, guidata da “La Macchina” (così viene indicata la coscienza cibernetica di Will), costruisce una base di ricerca a Brightwood, dove vengono eseguiti degli esperimenti sulla guarigione dei tessuti umani grazie ai nanorobot: in breve tempo molte persone affette da malattie si recano per essere guarite (ad esempio, dona la vista ad un cieco dalla nascita). A questo processo si abbina però anche l’upload, un meccanismo che fa sì che queste persone divengano degli “ibridi” da poter manipolare a proprio piacimento, rendendoli di fatto immortali in quanto Will è capace di rigenerare qualsiasi tessuto umano. La macchina è così pronta a inglobare l’intero pianeta con lo scopo di creare una razza umana più avanzata per incrementare le sua potenzialità di calcolo.

Con il passare del tempo e con il rapidissimo sviluppo delle capacità de “La Macchina”, Evelyn capisce quindi che non può trattarsi veramente di Will e perciò decide di allearsi con l’FBI e con il gruppo di terroristi anti-tecnologici con lo scopo di spegnerlo definitivamente.

Will stai andando troppo oltre, smettila!”. “Non capisco, è il futuro”. “Non è il nostro futuro!”.

Evelyn si fa così inoculare un virus nel tentativo di farsi uploadare e poi innescare l’attacco in grado di sconfiggere “La Macchina” accettando l’eventualità di un possibile sacrificio. Nel mentre “La Macchina” è riuscita a crearsi un nuovo corpo e in seguito di un bombardamento a distanza Evelyn viene colpita a morte. “La Macchina”, Will, potendo sfruttare l’energia residua per uploadare la coscienza di Evelyn e curarla oppure per far innescare il virus contenuto nel suo sangue, decide di compiere quest’ultima operazione provocando la propria scomparsa assieme quella di Evelyn, seguito da un black out mondiale.

Tre anni dopo Max Waters, nel visitare l’ex casa di Will ed Evelyn, si sofferma a guardare il loro giardino simbolo della loro unione, e scopre che una goccia d’acqua caduta da un girasole riesce a purificare una pozza di acqua inquinata. Intuisce così che alcuni nanorobot sono sopravvissuti al virus grazie alla rete di rame, che ha creato una gabbia di Faraday, salvando così le coscienze di Will ed Evelyn.

Dietro a questo film si cela tutta la ricerca relativa agli stati di coscienza e alle interfaccia cervello-macchina. Numerosi sono i punti spinosi, sia teoretici, relativi allo statuto e alle considerazioni in merito alla coscienza umana, che operativi (non possediamo neppure il prospetto di connettività di un cervello umano modello).


Per dirla con Evelyn: almeno per il momento... non è il nostro futuro!

Vedi il trailer QUI






* Coordinatore del Gruppo di Neurobioetica (GdN), Fellow della Cattedra UNESCO in Bioetica e Diritti Umani e professore invitato di Antropologia filosofica e Neuroetica presso l’Ateneo Regina Apostolorum di Roma.

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