giovedì 2 ottobre 2014

Eutanasia e tecniche di imaging cerebrale

Sappiamo da tempo che l'imaging con la risonanza magnetica funzionale si sta rivelando un aiuto importante per una parte dei pazienti in stato vegetativo o di minima coscienza. Nuove tecnologie basate sull'EEG si stanno dimostrando utili per rivelare anche il più piccolo segno di coscienza, in pazienti che ne sembrano privi. 
Cosa potrebbe succedere se queste stesse tecniche fossero utilizzate per sapere se il paziente vuole vivere o morire? Potrebbero essere usate impropriamente, non più per aiutare la persona, ma per aprire un'ulteriore porta all'eutanasia?


Nel numero 553 (mese di settembre) del mensile Le Scienze (edizione italiana di Scientific American) appare un interessante articolo neuroscientifico intitolato "Alla ricerca della coscienza nascosta" che descrive molto bene gli sviluppi dell'imaging nel campo degli stati vegetativi e di minima coscienza.

L'autore è Adrian M. Owen, docente di neuroscienze cognitive e imaging cerebrale alla Western University, nell'Ontario, dove studia i danni cerebrali che generano disturbi della coscienza e l'impatto cognitivo delle malattia degenerative.

Quale collegamento allora tra gli studi dei disturbi della coscienza con la pratica dell'eutanasia? Come potrebbero questi studi condurre alla decisione di far vivere o di far morire il "paziente"?

Nell'articolo, Adrian M. Owen, verso la conclusione, afferma: "In linea di principio, già ora le nostre tecniche fMRI o EEG permettono di domandare direttamente al paziente se vuole continuare a vivere in questa situazione."

Le tecniche di imaging cerebrale stanno aprendo la strada a interfacce cervello-computer che ritrasmettano al mondo esterno il pensiero del soggetto sia esso "bloccato" in uno dei gradi di disturbo della coscienza, sia pienamente cosciente. Al momento, questi dispositivi operativi traducono i pensieri in un "sì" o in un "no", ma non è da escludere che in futuro possano rispondere anche con altri concetti più elaborati.

Certamente, la risposta attuale è ancora da monitorare, analizzare e vagliare, ma come viene affermato nell'articolo: "Malgrado gli ostacoli, è verosimile, se non inevitabile, che la fMRI, l'EEG e forse tecniche più recenti saranno usate con più frequenza per rivelare la coscienza nascosta nei pazienti non rispondenti. Ciò solleva importanti questioni etiche e normative. Nei casi della decisione di interrompere la somministrazione di cibo e di liquidi, le prove della coscienza nascosta si potrebbero impiegare per sovvertire la decisione."

È chiaro il problema neuroetico che ne emerge: sarà possibile considerare attendibile la risposta "sì" di un paziente in stato vegetativo alla domanda "I trattamenti che ti stanno facendo sono per te sproporzionati?" oppure più semplicemente "vuoi farla finita con questa vita?".

Qui ci troviamo davanti alla volontà del paziente, alla sua possibilità di decidere quando morire o farsi uccidere e in più il tutto è messo nelle mani di una tecnica di indagine di neuroimaging. Bisogna prestare molta attenzione a questa problematica neuroetica che si sta affacciando e che potrebbe coinvolgere tutti i soggetti che si trovano oggi in qualche forma di disturbo della coscienze.

Qui di seguito alcuni riferimenti bibliografici per approfondire (tratti dall'articolo de Le Scienze):
- Willful Modulation of Brain Activity in Disorders of Consciousness. Monti M.M. e altri, in New England Journal of Medicine, Vol. 363, n. 7, pp. 579-589, 18 febbraio 2010
- Criminal Assessment of Patients with Disorders of Consciousness. Schnakers C., in Archives Italiennes de Biologie, Vol. 150, nn. 2-3, pp. 36-43, 2012
- Detecting Consciousness: A Unique Role for Neuroimaging. Owen A., in Annual Review of Psycology, Vol. 64, pp. 109-133, gennaio 2013
- Coma end Disorders of Consciousness. Druno M-A., Laureys S. e Demertzi A., in Handbook of Clinical Neurology, Vol. 118, pp. 205-213, 2013

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