lunedì 27 ottobre 2014

Libero arbitrio addio?

Il neurofisiologo Piergiorgio Strata
Mercoledì scorso, 15 ottobre, pubblicavamo una prima presentazione del volumetto del neurofisiologo italiano Piergiorgio Strata intitolato La strana coppia. Il rapporto mente-cervello da Cartesio alle neuroscienze, e in un secondo momento, annunciavamo la scomparsa del grande filosofo Giovanni Reale, intervenuto, proprio pochi giorni prima della morte (La Stampa, 10 ottobre 2014, p. 29) in risposta alle affermazioni relative alla presunta illusorietà di quella peculiarità umana che una lunghissima tradizione filosofica ha denominato “libertà” o “libero arbitrio”.

In occasione della prossima lezione del professor P. Alberto Carrara, LC proprio su quest’argomento (Neurolibertà: neuroscienze e filosofia del libero arbitrio) che si svolgerà giovedì prossimo 30 ottobre presso l’aula magna dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum a Roma (15:30-17:15), vogliamo riprendere per filo e per segno i testi pubblicati sui quotidiani due settimane fa che hanno, come al solito, fatto riemergere un settore peculiare della neurobioetica, quello della relazione tra neuroscienze e libero arbitrio.


Partiamo dall’articolo pubblicato su La Stampa giovedì 9 ottobre 2014, in occasione della presentazione del libro del neurofisiologo Strata.

Il testo si trova pubblicato sul sito personale del professor Strata QUI. Lo riproponiamo con alcune sottolineature (il grossetto è nostro).

Aiuto, il mio cervello decide al posto mio
Il neurofisiologo Piergiorgio Strata presenta le ultime conoscenze sui meccanismi cerebrali e conclude che il libero arbitrio è un’illusione

di Claudio Gallo, La Stampa 9.10.14

“L’aspetto non pare certo minaccioso, il libretto sta nella tasca posteriore dei jeans. Il titolo, giudiziosamente tecnico, è per nulla allarmante: La strana coppia. Il rapporto mente-cervello da Cartesio alle neuroscienze (Carocci, pp 161, €12). L’autore, Piergiorgio Strata, neurofisiologo di fama internazionale, è una garanzia di serietà. Eppure bisogna valutare bene se decidere di leggerlo oppure no. Qualcosa dal profondo suggerisce: «Non aprite quella porta». Perché se per caso lo farete e prenderete sul serio le sue documentate tesi, il mondo non sarà più come prima. Vi sveglierete in un inquietante Day After.

Apprenderete, ad esempio, come la decisione di leggerlo non l’avete presa voi, ma la vostra macchina cerebrale, qualche secondo prima che la coscienza intervenisse nel processo. Libero arbitrio addio, l’io cosciente sarebbe più un notaio che certifica i fatti quando sono già accaduti (anche se poi si attribuisce ingiustamente la scelta) che non uno stratega. La valanga è appena partita: se non c’è possibilità di scegliere sarebbe logico dire addio anche un pilastro della nostra società come il sistema giudiziario, che considera gli individui responsabili e li giudica nei tribunali.

Prendiamo Jeffrey Lionel Dahmer, il Cannibale di Milwaukee, che uccise almeno 17 persone. Portava a casa le sue vittime, tutti maschi, le drogava, le violentava, le uccideva e le violentava ancora. Poi faceva a pezzi i corpi che in parte avrebbe mangiato. Uno s’immagina che i mostri abbiano un’emotività distorta ma comunque intensa. Invece Dahmer al processo non mostrò emozioni. Prima della sentenza disse di non aver mai odiato nessuno e di non chiedere attenuanti. Sembrava sinceramente dispiaciuto. Fu ritenuto sano di mente e condannata a quasi un ergastolo per ogni vittima, quindici carceri a vita. Nel 1994 fu ucciso con una sbarra di ferro da un altro detenuto, diagnosticato schizofrenico.

Dahmer ricorda per alcuni aspetti un paziente che fece la storia della neurofisiologia: Phineas Gage. Nel 1848 Gage stava costruendo una ferrovia nel New England, quando l’esplosione anticipata di una carica per sgretolare le rocce gli sparò in faccia una sbarra di metallo. La sbarra entrò nell’orbita dell’occhio sinistro attraverso la guancia e forò la base del cranio per uscire dalla parte superiore. Non soltanto Gage non svenne ma riuscì subito a parlare e a camminare. Un paio di mesi dopo, nonostante avesse perso l’occhio sinistro, era già guarito e conteso dai medici che volevano studiarne il caso. Dopo l’incidente Gage, una persona estremamente a modo, era diventato iroso, asociale, scortese, senza freni inibitori. Attenzione, memoria, capacità di ragionamento erano rimasti inalterati. Il suo cranio, oggi esposto al museo della scuola medica di Harvard, continuò a essere tormentato fino al secolo scorso. Si scoprì che la sbarra aveva lesionato i lobi frontali, l’area in cui oggi la medicina pone i processi che controllano il comportamento. Tipico dei pazienti che presentano lesioni in quell’area, come il celebre «Elliot», studiato nel 1995, è una pronunciata asocialità e la mancanza di emozioni. Le grandi tragedie li lasciano indifferenti, parlano di se stessi come se fossero un’altra persona, un’esperienza quest’ultima curiosamente comune agli asceti e ai mistici.

Se si fosse potuto stabilire che Dahmer soffriva di un problema al lobo frontale, come Gage, che non avrebbe potuto agire diversamente, la sua sentenza sarebbe stata diversa?

Probabilmente no, anche se nel 2009 Brian Thomas, gallese che uccise la moglie in stato di sonnambulismo, fu assolto. Anche Strata, benché in sede teorica e sperimentale ne smonti le premesse, riconosce il valore sociale dei tribunali e della deterrenza della pena. Dopotutto la nostra società funzionerebbe lo stesso anche se davanti a tutto mettessimo un «come se». Io sarò giudicato «come se» fossi libero di scegliere. Ammettere il contrario sarebbe la madre di tutti gli incubi. In ogni caso, saranno questi i temi su cui i giuristi dovranno confrontarsi nel prossimo futuro.

Sul rapporto mente-cervello la scienza ci offre oggi una teoria scomoda, contro-deduttiva, che contraddice la nostra percezione. Chi è pronto ad ammettere di essere una macchina determinata dai processi fisici del cervello e dall’interazione con l’ambiente, in un mix di eventi probabilistici? L’antica concezione, riformulata da Cartesio, che noi siamo «il fantasma dentro la macchina» (copyright del filosofo britannico Gilbert Ryle) è intuitivamente ardua da scalzare. Le ricerche della neurobiologia ci dicono però che non c’è coscienza senza cervello, che la coscienza è una proprietà del cervello.


Certo, forse non bisogna neppure prendere la scienza come l’ultima delle religioni. Lo yoga, che ha cercato di andare alla radice della coscienza ponendo il cervello in uno stato neutro di quiete, racconta un’altra storia. Sotto la coscienza ci sarebbe ancora un non-stato, «né cosciente, né incosciente» che tutto contiene. Ma nel mondo misurabile, l’unico di cui siamo apparentemente capaci di parlare con un fondamento scientifico, è un’affermazione che vale quanto una favola”.

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