venerdì 27 febbraio 2015

Cervello e fanatismo

di Alberto Carrara, LC

Esce quest’oggi in tutte le edicole italiane il numero di marzo della rivista M&C, Mente & Cervello (n.123). La copertina riassume, in maniera grafica, il Focus dedicato alla tematica di frontiera: “Religione e violenza” che gli editori hanno voluto sintetizzare col titolo di copertina: In nome di Dio. “Che cosa si nasconde dietro le seduzioni psicologiche di un estremismo religioso che giustifica violenze e massacri?” si domandano gli editori di M&C che approfondiscono la tematica sostanzialmente con due lavori: quello di Paola Emilia Cicerone, che da il titolo alla copertina, e quello di Scott Atran, intitolato L’illusione del sublime.

Il lavoro della Cicerone viene così descritto: “Dietro le stragi dell'ISIS c'è la fede in un dio vendicativo e sanguinario, che secondo il ricercatore statunitense Hector Garcia è comune alle grandi religioni monoteiste”, mentre quello di Atran è presentato in questo modo: “L’attentato alla redazione del settimanale satirico "Charlie Hebdo" del 7 gennaio scorso è stato compiuto da due fratelli franco-algerini. Ma perché sempre più giovani in Occidente si lasciano sedurre dall'estremismo islamico?”.

Nell’editoriale, Marco Cattaneo titola con una domanda: Je suis Charlie, ma chi è Saïd Kouachi?

“Nato il 7 settembre 1980, Saïd Kouachi ha trascorso la sua infanzia al 156 di rue d’Aubervilliers, capolinea della linea 12 della metropolitana di Parigi. Rimasto orfano di entrambi i genitori a 15 anni, viene affidato ai servizi sociali e passa il resto della giovinezza in un istituto, il Centre des Monédières, a Treignac, insieme ai suoi quattro fratelli. Tra loro c'è anche Chérif, di due anni più giovane. È Chérif, all’inizio degli anni duemila, a incontrare Farid Benyettou, leader di un gruppo jihadista della banlieue. A 23 anni viene arrestato mentre sta per imbarcarsi su un volo per Damasco, mentre il fratello maggiore viene addestrato qualche anno dopo in Yemen all’uso di armi leggere e finisce sulla lista nera statunitense del terrorismo internazionale”.

Ecco le brevi biografie di coloro che  “mercoledì 7 gennaio hanno fatto irruzione nella redazione del settimanale satirico “Charlie Hebdo”, uccidendo otto componenti della redazione, due agenti di polizia e altre due persone. E mentre la Francia si scopriva esposta ad azioni terroristiche brutali nate dal suo cuore, non in qualche grotta afghana o in qualche deserto siriano, il mondo occidentale cominciava a interrogarsi su quanti siano gli immigrati, magari di seconda o terza generazione, sedotti dai gruppi estremisti”.
Cattaneo, per introdurre il nuovo numero di M&C si chiede, e ci domanda: “Ma quali sono i meccanismi di questa seduzione? Perché giovani nati e cresciuti in Europa, e magari pure diplomati, come i fratelli Kouachi, provano questa forma di attrazione fatale?”.

Poi seguono alcune affermazioni di Scott Atran. “La visione morale dei ferventi adepti  -  racconta Scott Atran, antropologo e psicologo all'Istituto Jean Nicod di Parigi  -  è dominata da quello che Edmund Burke chiamava il “sublime”: un'attrazione potente e appassionata per quello che il filosofo irlandese definiva lo “squisito terrore”, una speciale emozione destata dall’altrui dolore”. E dunque, prosegue Atran, non si tratta di un lavaggio del cervello, ma di “un sentimento fisico e viscerale, profondamente ancorato nelle emozioni e nell'identità”. L’identità perduta la ritrovano, questi giovani, che magari non hanno nemmeno ricevuto un’educazione religiosa, attraverso un forte senso di appartenenza al gruppo. Ed è probabilmente tanto più salda quanto più la missione del gruppo appare eroica”.

Il problema di fondo è sostanzialmente antropologico e si potrebbe riassumere in quella “ricerca di senso”, in quel “avere senso” e “dare senso” alla vita che, nel fondo, tutti noi umani dobbiamo, prima o poi, risolvere e a cui dobbiamo dare risposta.

Cattaneo conclude il suo editoriale affermando: “Dunque da una parte appaiono velleitarie e strumentali le urla isteriche di chi vorrebbe rispedire “tutti a casa loro” parlando di persone nate e cresciute tra noi, che magari parlano pure con uno spiccato accento delle valli orobiche. Dall’altra sembra invece indispensabile approfondire la riflessione su un sistema sociale, economico e culturale che ha fallito due volte, e a lungo termine: non solo non ha integrato chi arriva da scenari di miseria e disperazione, e magari si è anche accontentato di vivere alla periferia del grande Occidente, ma ne ha respinto persino i figli, lasciando che trovassero la loro identità nell’orrore.
È questo, che è accaduto in Francia. E sarebbe bene pensarci, per evitare che possa accadere anche qui”.


Commenteremo le parti più salienti di questo Focus nelle prossime settimane. 

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