giovedì 19 febbraio 2015

Rapporto mente-cervello nell’unità della persona umana

di Alberto Carrara, L.C.

Ateneo Regina Apostolorum (Roma). Ho avuto il piacere di riaprire lunedì scorso 16 febbraio, per la sua ormai quarta edizione, il mio seminario Rapporto mente-cervello nell'unità della persona umana, dedicato ad affrontare, da una prospettiva filosofica sintetica, il rapporto mente-cervello (anima-corpo), tematica che non ha mai lasciato in pace quel ricercatore della verità che è l’essere umano, che siamo noi stessi. 

Il seminario intende presentare, attraverso la lettura ed analisi di testi filosofici selezionati, l’intricato percorso diacronico del rapporto mente-cervello (anima-corpo), all’interno di una prospettiva filosofica di sintesi antropologica che tenga costantemente sull’orizzonte l’unità della persona umana. Il seminario aiuterà altresí la preparazione dei temi di sintesi riguardanti l’antropologia filosofica. Ecco in breve la mia presentazione della tematica.

L’attualità di un tema antico quanto l’uomo

Il problema del rapporto tra anima e corpo, o come lo ridefinisce Max Scheler aggiungendo alla dimensione corporale quella vitale e convertendolo nel «rapporto fra l’anima e il corpo-vivente», costituisce una questione filosofica profonda che per tanti secoli, dagli albori della filosofia Occidentale fin ai suoi sviluppi contemporanei, non ha mai dato tregua[1] a quel ricercatore della verità che è l’uomo stesso. Siamo dinnanzi ad «un luogo speciale della filosofia», centrale, inevitabile, reale a colui che non voglia desistere dallo sforzo di fare filosofia seria [2].

Tale rapporto emerge preponderante nelle diatribe intellettuali dell’antica Grecia. È lo stesso Eraclito ad affermare il carattere misterioso di quel principio denominato da Anassagora νοῦς (principio di ordine cosmico) e successivamente da Platone ψυχή (principio di moto sempiterno) avvertendo, forse per primo nella storia del pensiero filosofico Occidentale, il problema dell’io [3]: «investigai me stesso».

Sintetizzatore emblematico del rapporto tra anima e corpo è Platone che nel Fedone dipinge magistralmente la profondità di un dilemma che appassiona ed avvince l’uomo di ogni tempo. Il breve passaggio in cui Socrate spiega a Cebete la sua delusione dalla lettura dell’interpretazione materialistica causale dei filosofi ionici è, al contempo, l’anticipazione della sua “seconda navigazione”, ma caratterizza in nuce il millenario dibattito tra interpretazioni riduzionistico-materialistiche e visioni trascendenti sulla questione del rapporto anima-corpo.

Oltre a criticare l’interpretazione riduzionistico-materialistica, così presente nel dibattito antropologico ed etico odierno, Platone preconizza, nel contesto del rapporto anima-cervello, la distinzione tra causa strumentale o “mezzo”, necessario ma non sufficiente, dalla causa formale o “vera causa”. La profondità di tale visione trapassa i secoli e riacquista la forza del suo esser vera.

Oggigiorno, la questione del rapporto anima-corpo appare pressoché soppiantata e sostituita dal problema mente-cervello che nella sua accezione originale in lingua inglese viene denominato: body-mind problem. Tale cambiamento di prospettiva così fortemente palpabile attraverso i mezzi di comunicazione sociale, non è che il riflesso scontato dell’antecedente cambio paradigmatico operato a partire dalla modernità in ambito filosofico tramite un vero e proprio processo di naturalizzazione [4].

Il ruolo caratterizzante dell’anima quale portatrice delle peculiari e distintive capacità dell’essere umano, quali la riflessione su di sé e sul mondo esterno, l’intelligenza e la coscienza, vengono oggi attribuite al nostro complesso e misterioso organo corporale, il cervello. Un «lungo processo di naturalizzazione dello spirito» [5] ha accompagnato il pensiero moderno e appare oggi rafforzato dalle numerose e sempre più diffuse evidenze sperimentali in ambito neuroscientifico.

Dal XX° secolo con il termine “neuroscienze” si intende l’insieme eterogeneo di discipline che con metodiche ed approcci diversificati studiano il sistema nervoso nei suoi differenti aspetti: morfologici, fisiologici, embriologici, genetici, biochimici, patologici, psicologici e perfino filosofici [6].

L’attuale problematicità di un tema che è l’uomo stesso

Nel corso dell’ultima decade si è assistito ad un sempre maggiore interesse nei confronti dei progressi delle neuroscienze cognitive, un’intereresse non nuovo, ma sicuramente rinnovato, anche grazie alla possibilità, offerta dalle moderne e sempre più raffinate tecniche di neuro-immagine, o più comunemente neuroimmaging, di visualizzare i processi cerebrali attivi durante le funzioni più complesse dell’essere umano, dall’esperienza delle emozioni all’apprendimento [7]. Tuttora tali sviluppi richiedono notevoli approfondimenti interdisciplinari.

Un argomento classico rimasto nell’ambito prevalentemente ed esclusivamente filosofico per secoli, come il suddetto problema del rapporto anima-corpo, oggi acquista prospettive nuove alla luce dei progressi delle conoscenze sul cervello. Tale “rivoluzione copernicana” appare supportata dai numerosi riferimenti alla letteratura neuroscientifica che emergono con sempre più frequenza ed abbondanza nelle pubblicazioni filosofiche contemporanee [8].

Ora che le indagini neurobiologiche stanno ridisegnando i confini ed il senso di ciò che è propriamente “umano” [9], resta da chiedersi qual è la visione dell’uomo che emerge nell’epoca contemporanea e se tale visione sia giustificata razionalmente dalle evidenze sperimentali di scienze biologiche e psicologiche sempre più aggressive, oppure se molto di ciò che si propone non sia soltanto un’interpretazione, cioè se non ricada in quell’ambito che gli antichi greci chiamavano δόξα, cioè pura opinione personale.

Affermazioni gratuite e pubblicistiche quali: “l’anima è nel cervello” , “noi siamo il nostro cervello”, emergono da una vasta opera di testi e saggi sempre più spesso intrisi di un aperto e dichiarato riduzionismo naturalistico e materialistico che suona quale lemma dogmatico: l’anima è morta, al suo posto oggi c’è il cervello.  Nel recente libro di David J. Linden, La mente accidentale, recensito dalla rivista scientifica Nature nel 2007 e riproposto nel numero del 16 ottobre 2008, si sottotitolava come l’evoluzione del cervello ci avesse fornito l’amore, la memoria, i sogno e persino Dio; e ancora, un’altro saggio di Sandra e Matthew Blakeslee titolava clamorosamente: Il corpo ha una mente al suo interno: come il corpo mappato nel tuo cervello ti aiuta a fare (almeno) tutto in modo migliore.

Forse, allora, ha ragione il filosofo Sandro Nannini quando afferma:

Fra ripensamenti e tortuosi percorsi, l’ipotesi materialistica e naturalistica ha guadagnato enorme terreno negli ultimi due secoli: mai come oggi nella storia dell’umanità è sembrato plausibile che come si può, dopo Darwin, fare a meno di Dio per spiegare la vita, così si può fare a meno dell’anima per spiegare l’intelligenza [10].

Una tale visione antropologica sta oggigiorno ingenerando uno dei dibattiti culturali più premianti, segno di una profonda insoddisfazione del cuore umano che non demorde a chiedersi tra le altre cose: se sia giustificata razionalmente l’esclusione dell’anima quale principio trascendente e costitutivo della realtà “uomo”, distinto, sin dall’epoca socratica, quale parte irriducibile e diversa per essenza dalla dimensione materiale e corporale della persona umana; se sia razionalmente giustificato, se non l’escludere, bensì il ridurre la nozione di “anima”, con tutto il bagaglio di riflessione e approfondimento che vanta da oltre due millenni, alla sola sfera immanente della realtà; se una tale visione naturalistica non elimini e riduca aspetti fondamentali e costitutivi della persona umana quale unicum tra i viventi, essere dotato sì di biologia e corporeità, ma che trascende tale situazione con la sua infinita, almeno potenzialmente, capacità di pensiero, di proiezione di sé, di slancio di conquista, di desiderio, d’amore.

Il problema dell’anima appare allora uno dei più contesi e complicati dilemmi della filosofia [11]. È la natura attribuita al rapporto anima-corpo che rivela la concezione che si ha dell’anima stessa [12], ma tale concezione rivela l’essere profondo di una civiltà: non è indifferente per una cultura avere una o un’altra concezione di anima, ma essa influenza profondamente, sia la visione che l’uomo ha di sé, sia il suo agire sociale. Bene lo diceva Cornelio Fabro quando concludeva:

Così la storia del problema dell’anima è alla fine la storia della vita stessa dei singoli popoli e delle diverse culture: con essa la civiltà si eleva, si chiarifica o si abbassa, perché ogni individuo ed ogni popolo non si può muovere nel suo ambiente e partecipare alla vita esteriore che muovendo da una definita concezione dell’essenza dell’uomo che ha nell’anima il proprio atto [13].





[1] Cf. M. Scheler, La posizione dell’uomo nel cosmo, Franco Angeli, Milano 20077, 149.
[2] Cf. F. Bacchini, La mente esiste, Meltemi, Roma 2000, 9.12.
[3] Cf. C. Fabro, L’anima. Introduzione al problema dell’uomo, Editrice del Verbo Incarnato (EDIVI), Roma 2005, 12.
[4] Cf. S. Semplici, «Il vissuto della mente e la sfida della neuroetica», Idee Annuario di filosofia 70 (2009), 154.
[5] Cf. G. F. Frigo, «Cervello come coscienza? La “rivoluzione” neurobiologica della soggettività?», Idee Annuario di filosofia 70 (2009), 119.
[6] Cf. G. Cimino, «Neuroscienze», in Enciclopedia Filosofica, Bompiani, Milano 2006, 7851.
[7] Cf. G. Berlucchi, «Neuroscienze e filosofia», Idee Annuario di filosofia 70 (2009), 107.
[8] Cf. G. Berlucchi, «Neuroscienze e filosofia...», 107.
[9] Cf. G. F. Frigo, «Cervello come coscienza?...», 115.
[10] S. Nannini, L’anima e il corpo. Un'introduzione storica alla filosofia della mente, Laterza, Roma-Bari 2002, 207.
[11] Cf. C. Fabro, L’anima..., 107.
[12] Cf. Ibid., viii. 
[13] C. Fabro, L’anima..., 211.

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