venerdì 10 luglio 2015

Humandroid, il futoro è dei robot?

di Alberto Carrara, LC

Non c’è dubbio, almeno per la cinematografia contemporanea, la scommessa è vinta: il futuro è in mano ai robot! Basti considerare film come Automata (2014) e i recentissimi Humandroid-Chappie (2015) ed Ex Machina (2015), per capire che gli scenari fantascientifici sono soltanto un riflesso dei notevoli progressi che in questi ultimi decenni ha compiuto quella simbiosi sempre più stretta tra tecnologia e neuroscienze. Di questo si tratta!

Per avere una breve idea del progresso tecnologico legato alla robotica e alla cosiddetta “umanizzazione” della stessa, consiglio gli 11 brevi minuti del video caricato su YouTube il 6 maggio di quest’anno dal canale “Think Robotics” col titolo emblematico di “Top 5 Humanoid Robots of 2015”.

Mercoledì 8 luglio, all’interno dell’inserto “Tutto Scienze & Salute” a p. 29 del quotidiano La Stampa, Lorenza Castagneri intervistava l’ingegnere informatico Barbara Caputo che recentemente si è aggiudicata lo Starting Grant dello European Research Council, il fondo europeo per la ricerca: un bel milione e mezzo di euro in cinque anni per una ricerca d’avanguardia in quello che sembrerebbe una sorta di “umanizzazione” dei robot. Ma sentiamo un pò quello che afferma la dott.ssa Caputo nell’intervista.

Innanzittutto, la cornice che apre e chiude l’articolo intitolato “Sono la maestra dei robot: con algoritmi e Internet li trasformerò in amici”. Così la sfida di Barbara Caputo ha convinto l’Europa, è quella dell’evoluzione dei robot a servizio degli esseri umani.

Lungi dal riprendere scenari trans e post-umanistici alla Dmitry Itskov e il suo progetto 2045 o tesi alla Nick Bostrom, l’articolo-intervista si apre invogliando il lettore ad avere un robot di ultima generazione in casa: “Si dice sempre più spesso: il futuro è dei robot. Macchine intelligenti, capaci di dare una mano agli anziani, di assistere disabili e malati, di aiutare gli umani in tanti compiti diversi. A casa, in ospedale, a scuola. Una realtà che si avvicina, ma perché si concretizzi nel quotidiano è necessario fare un passo in più: permettere ai robot di acquisire nuove nozioni in autonomia, come fanno le persone in carne e ossa, senza dover sempre osservare e imitare qualcuno” (La Stampa, 8 luglio 2015, p. 29). 

Viene poi introdotta e presentata la ricercatrice italiana: “Capire come riuscirci è la sfida di Barbara Caputo, professoressa di Ingegneria informatica della Sapienza di Roma, con esperienze di lavoro in Germania, Usa, Svezia e Svizzera e alle spalle un lungo lavoro sull’apprendimento continuo nei robot. Il suo progetto - «RoboExNovo Robots learning about objects from externalized knowledge sources» - si è aggiudicato lo «starting grant» dello European Research Council, il fondo europeo per la ricerca: un milione e mezzo di euro in cinque anni. Allo studio, che si svolgerà al laboratorio «Alcor» del dipartimento di Ingegneria informatica automatica e gestionale della Sapienza, collaboreranno una decina di specialisti”.  

Inizia l’intervista con la prima e la seconda domanda legate alle “due modalità” di “apprendimento” degli odierni robot. Sottolineo nel testo concetti filosofici importanti che spesso vengono utilizzati senza le dovute distinzioni, le corrette contestualizzazioni quando si parla in modo analogico delle cosiddette “tre menti”, cioè quella umana (il “modello” o princeps analogatum), quella animale e qualle delle macchine:

Scena del film Humandroid-Chappie (2015)
Professoressa, lei vuole superare le tecniche attuali utilizzate dai robot per imparare concetti nuovi: che cosa non funziona?  
«Oggi l’apprendimento avviene in due modi. Il primo è l’esperienza: il robot si comporta come un bambino piccolo. Afferra ogni oggetto che gli capita e lo studia, lo esplora, può anche sbatterlo per terra, finché non capisce come si utilizza e qual è la funzione. Dal punto di vista commerciale, però, questo non funziona: nessuno sarebbe contento di acquistare un robot che può distruggere ogni nuovo oggetto che gli capita tra le mani». 

E il secondo approccio? Anche quello ha dei limiti?  
«Sì. Si tratta della trasmissione diretta di conoscenza da parte dell’essere umano. Può avvenire “inserendo” delle nozioni all’interno della macchina oppure c’è una persona che parla, spiega e mostra qualcosa e il robot ascolta, guarda e comprende. O, ancora, c’è qualcuno che, per esempio, prende un braccio del robot e lo solleva, finché il movimento non diventa autonomo. Ma questa è una soluzione parziale: il robot incontrerà prima o poi dei concetti mai sentiti prima o di cui non ha avuto esperienza, senza avere la possibilità di reagire all’imprevisto»”. 

Barbara Caputo a questo punto, sollecitata dall'intervistatrice, si spinge molto in là nel discorso, prevedendo una vera e propria “umanizzazione” dei robot allo stile del film Humandroid, nel quale il robot Chappie, dotato di un super algoritmo che lo rende cosciente, inizia a “vivere” come un “vero” e proprio essere umano. “E allora come può riuscirci? Qual è l’alternativa? «Acquisendo la capacità di imparare in modo continuativo, autonomo e astratto. Proprio come fanno gli esseri umani»”. 

Se quest’affermazione farebbe rizzare i capelli a molti scienziati e filosofi realisti, nell’ultima parte dell’intervista, la Caputo ridimensiona la questione, facendo capire che i termini utilizzati nel discorso non vogliono avere tutto il peso “concettuale” e filosofico che sottendono (almeno , spererei!) e rendendo concreto il suo progetto di ricerca: “Per esempio leggendo un libro?  «Esatto. Ma il nostro progetto utilizzerà Internet come fonte d’informazione. D’altra parte, questo è un database privilegiato: il bacino di dati è più vasto, i contenuti sono aggiornati praticamente in tempo reale e ci sono moltissime immagini che facilitano la catalogazione di nuove nozioni». Come si realizza l’obiettivo?  «Lavoreremo per elaborare una serie di algoritmi e anche una teoria che permetta alle macchine di fare tutto questo. Non abbiamo un modello di robot di riferimento. Il nostro sarà un software adattabile a diversi tipi di sistemi: dall’iCub, realizzato dall’Istituto italiano di tecnologia, a quelli messi a punto da aziende private. È uno studio altamente innovativo e avere cinque anni a disposizione ci permetterà di provare strade mai tentate prima, magari anche sbagliando, con la sicurezza che c’è il tempo di cambiare rotta»”. 


Scena del film Automata (2015)
Alla fine, si ritorna allo scenario ben più realista da cui si era partiti nell'introdurre la questione di fondo di quest’articolo-intervista in cui le macchine, lungi dal sostituirci in termini di progresso evolutivo, ma ci “servono” come degli “schiavi” ben addomesticati: “Come sarà il suo robot ideale?  «Non penso che riusciremo a portare un robot in ogni casa entro la fine del progetto, ma spero che lo studio aiuti la loro diffusione in contesti più aperti, come in ospedale». Che cosa farà in corsia?  «Per esempio, porterà via i vassoi del pranzo e della cena senza rischiare di buttare via occhiali, cellulari o mazzi di chiavi appoggiati sopra. Il robot saprà distinguere gli avanzi di cibo da oggetti estranei. Non solo. Tornerà dal paziente e chiederà: “Sono suoi questi occhiali?”»”.

Il futuro resta nostro, degli umani! Certo, che costruiscono ed inventano robot e algoritmi sofisticatissimi, ma sempre umani!

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